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Obbligazioni bancarie, parte con le nuove regole il balletto degli spread
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 28 settembre 2015

Soltanto pochi anni fa, dopo lo scoppio della grande crisi, furono il salvagente delle banche alla disperata ricerca di liquidità. Ai clienti venivano proposti e consigliati questi prodotti al posto dei fondi d'investimento e delle assicurazioni vita, la cui raccolta infatti crollò. Oggi, però, superata la fase acuta di crisi di liquidità, le obbligazioni emesse dagli istituti di credito hanno perso gran parte del loro fascino: non è un caso che dai 519 miliardi dell'agosto del 2013 si sia scesi in poco più di due anni a 399 miliardi. Per il momento i bond bancari sono meno appetibili, ma costituiscono pur sempre un quarto della raccolta totale, laddove il resto (1.200 miliardi) è costituito dai depositi della clientela. Dopo l'inizio della crisi, i clienti - spaventati - hanno visto meno di buon occhio quei facili strumenti a medio termine quali sono le obbligazioni preferendo i depositi a breve sui conti correnti. Successivamente quegli strumenti sono stati in parte sostituiti dal risparmio gestito che infatti ha avuto un boom senza precedenti. Ma la rivoluzione non è ancora finita. L'introduzione delle norme sul cosiddetto "bail in" (ovvero il "salvataggio interno", con contributo sia degli azionisti che dei detentori di bond, per gli istituti che dovessero entrare in una situazione di dissesto) comporteranno una diversa valutazione delle obbligazioni emesse dalle varie banche. «Gli investitori istituzionali, comunque, continuano a essere acquirenti di carta bancaria - dice Angelo Di Pasquale, responsabile Fixed Income di Equita - ma da qualche tempo stanno valutando con più attenzione quale sia lo spread più corretto per le obbligazioni emesse da ogni singola banca in relazione alle nuove norme sul bail in». Fino a poco tempo fa nessuno faceva troppe differenze tra istituto e istituto. Le distanze nel tasso d'interesse erano marginali e il rendimento era quello che contava per l'investitore. Nessuna banca in Italia era mai stata lasciata fallire, quindi gli obbligazionisti potevano dormire sonni tranquilli fra due guanciali. Qualcuno puntualizza che la differenza tra il vecchio regime e il nuovo riguarda, in fondo, soltanto la tempistica. Nel vecchio regime i dententori di bond potevano teoricamente essere chiamati a rispondere ma soltanto in caso di liquidazione dell'istituto. Nel nuovo invece, la possibile perdita per gli obbligazionisti si verificherebbe in una fase antecedente e proprio per evitare il fallimento. È da ricordare che anche i depositanti, oltre agli obbligazionisti (ad esclusione, tra questi, di chi detiene covered bond, ovvero titoli garantiti da un'attività reale) possono essere chiamati a rispondere per la parte eccedente i 100 mila euro. «Tuttavia – spiega Giovanni Sabatini, direttore generale dell'Abi, il rischio di perdita per l'obbligazionista e per il depositante è un'ipotesi estrema. In ogni caso, poiché il cambiamento normativo c'è stato, è opportuno che tutti siano informati dei possibili rischi anche se assolutamente ipotetici. È necessario garantire la massima trasparenza sulle scelte d'investimento. E del resto la Banca d'Italia ha pubblicato un documento informativo esaustivo in estate e l'Abi ha subito sollecitato le banche affinché facciano opera di divulgazione». D'ora in avanti diventerà sempre più evidente la differenza di spread tra una banca e l'altra, in relazione alla diversa rischiosità del bond. Gli investitori istituzionali lo sanno già. E per vedere quali di differenze ci saranno negli spread basta guardare ai Cds, che misurano appunto il rischio: il Cds di Mps è 292, contro i 106 di Intesa Sanpaolo. Differenze non di poco conto, che danno agli investitori istituzionali l'immediata percezione della diversa rischiosità dei bond. «Purtroppo però – dice Rocco Bove, responsabile obbligazionario di Kairos Partners sgr – non tutti gli istituti hanno un Cds che indichi il livello di rischio, ma solo i più grandi, i cui bond sono più liquidi. Il che significa che per tutta una serie di medio-piccole aziende creditizie non ci sono informazioni complete. Particolarmente svantaggiati sono quindi i piccoli obbligazionisti, che magari si fidano della propria banca ma che fino a questo punto non sono in grado di verificare quale sia lo spread più congruo. Occorre dunque che il passaggio "filosofico" dal mondo pre-Lehman Brothers al post-bail in venga assorbito da tutti i clienti. È ovvio che neppure domani saranno lasciati fallire gli istituti di credito a rischio di default ma obbligazionisti e depositanti dovranno imparare quali rischi corrono». È soltanto una questione di conoscenza dei propri obiettivi di investimento e del livello di rischio che questi comportano. la Mifid prevede che sia verificata l'adeguatezza di uno strumento di investimento al profilo del risparmiatore e dunque non è detto che un investitore retail non debba tenere anche dei bond rischiosi, se li vuole e se coerenti con il suo profilo e se abbia ricevuto tutte le informazioni necessarie. «Ci sono clienti poco inclini al rischio – dice Sabatini - . Le banche offriranno a questi soggetti prodotti a basso rischio come i certificati di deposito, che sotto il profilo dei rischi sono simili ai conti correnti in quanto coperti dal fondo tutela dei depositi per un ammontare fino a ai 100 mila euro, e quindi mettono questi clienti al riparo sia da perdite in conto capitale che dai rischi di eventuali bail in».

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