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  :: Rassegna stampa - Documento

Npl, la riscossa di Unicredit: ora ha il portafoglio crediti più pulito d'Europa
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 17 luglio 2017

È Unicredit la banca che ha il portafoglio crediti più "pulito" del sistema, secondo la fotografia scattata da Value Partners, che dimostra come sia vicina la svolta per il problema numero uno degli istituti italiani, quello degli Npl. L'incidenza sugli attivi sta scendendo, e si stanno perfezionando gli strumenti per smaltire la massa degli arretrati. Risolti i due casi più spinosi, Mps e venete, le banche insomma guardano al domani. Per gli Npl si attendono le mosse di Quaestio, che ora intende allearsi con Cerved per dare vita a un terzo strumento di intervento dopo i due fondi Atlante. Ma c'è anche una proposta di Cba per un nuovo fondo privato di ristrutturazione.
Qual è la banca con il portafoglio crediti più pulito del reame italiano? Fino a ieri avremmo risposto senza tema di smentita Intesa Sanpaolo. Ma dal primo trimestre di quest'anno c'è una nuova stella, Unicredit, anche se Intesa si conferma molto solida. Il ritorno del gruppo guidato da Jeanne Pierre Mustier nell'Olimpo dei migliori istituti di credito è fotografato da Value Partners, che ha preso in esame gli aggregati di bilancio dei primi sette gruppi bancari italiani. E ha scoperto che quanto a incidenza dei crediti deteriorati sul totale dei crediti lordi alla clientela e per grado di "copertura" degli stessi, Unicredit sta adesso davanti a tutti. Oltre alle due banche già citate, la ricerca, realizzata da Antonino Del Gatto e da Lorenzo Privitera, ha preso in considerazione anche Banco Bpm, Mps, Ubi Banca, Bper e Carige. Alla fine del primo trimestre 2017 Unicredit è in cima alla classifica nei tre parametri presi in considerazione: l'incidenza dei crediti deteriorati lordi sul totale è dell'11,4 per cento, la percentuale di copertura dei deteriorati è del 56,3 per cento; ciò vuol dire che su un credito di 100 euro che non sarà probabilmente restituito ci sono accantonamenti prudenziali per 56,3 euro. Inoltre, il costo del rischio di credito annualizzato (ovvero il rapporto tra le rettifiche nette sui crediti e il volume medio dei crediti nel periodo) è di 60 basis point. Questo dato fotografa in sostanza le perdite generate dai crediti nel primo trimestre. Intesa è subito dietro: 14,4% l'incidenza degli Npl (non performing loans, ovvero crediti deteriorati), 48,7% la copertura di questi ultimi e 76 il costo del rischio di credito annualizzato. Dal punto di vista del valore assoluto dei crediti deteriorati lordi, Intesa e Unicredit sono quasi appaiate: 57 miliardi la prima, 55,3 la seconda. Già questi dati dimostrano che le ultime azioni portate avanti dall'ad Jean-Pierre Mustier sono state azzeccate, seppur estremamente costose: l'aumento di capitale di Unicredit del 2016 è stato di 13 miliardi e, considerando anche gli altri tre dal 2008 al 2013, si arriva a circa 28 miliardi. Al contrario - e non è un merito da poco - il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, non ha chiesto ai propri azionisti alcun sacrificio dopo la ricapitalizzazione prudenziale di 5 miliardi nel 2009 e ha sempre autofinanziato le rettifiche e gli accantonamenti di bilancio. Sicuramente gli azionisti di Unicredit avrebbero ben gradito un destino simile a quello degli azionisti di Intesa. Meglio ancora di Intesa, dal punto di vista dell'incidenza degli Npl sul totale dei crediti, è Ubi Banca, con il 13,9 per cento, secondo i dati elaborati da Value Partners. Per l'istituto guidato da Victor Massiah, si vede però un più basso livello di copertura dei crediti deteriorati, il 35,8%, ma questo dato è compensato da un surplus di garanzie reali che mitiga le potenziali perdite sui crediti. Solide anche le posizioni di Banco Bpm, con un'incidenza di crediti deteriorati lordi del 23,3 per cento e una copertura del 48,2 per cento, e di Bper (21,7 e 45,6 per cento). Le "pecore nere" le conosciamo già, per gli avvenimenti di cronaca di questi ultimi anni. Monte dei Paschi e Carige hanno entrambe un'incidenza molto elevata degli Npl, 35,7 per cento la prima e 34 la seconda: ancora più di un terzo di tutti i finanziamenti in essere sono ammalorati. Però per Mps la copertura è alta, 56,1 per cento, meno per Carige (46,4 per cento). Il primo trimestre di quest'anno ha portato buone notizie per le principali banche presenti nel campione esaminato da Value Partners. I crediti deteriorati sono diminuiti dell'1,8 per cento per Unicredit (dopo la riduzione del 27,6 per cento già registrata nel 2016 prevalentemente per l'operazione Fino, la vendita di uno stock di 17 miliardi di Npl), del 2% per Intesa (dopo una riduzione del 7,9% nel 2016), dello 0,9% per Ubi e dell'1,2% per Bper. Segno che la svolta c'è stata, almeno per gli istituti migliori. Solito ritardo per Mps, dove questo dato è aumentato ancora, in controtendenza, con un incremento dello 0,4 per cento, mentre per Carige la situazione non è né migliorata né peggiorata (0,0). Situazione particolare per Banco Bpm, dove i crediti deteriorati sono cresciuti del 12 per cento «ma per una mera operazione di ricontabilizzazione degli stralci per circa 3,5 miliardi nelle sofferenze» - spiega il partner Antonino Del Gatto. «Al netto di questo caso, tutto il sistema sta dimostrando una riduzione dei non performing loans e, in particolare, delle sofferenze». Unicredit è passato da 77,8 a 55,3 miliardi di crediti deteriorati tra il 2015 e il primo trimestre 2017. Intesa da 63,1 a 56,9 nello stesso lasso di tempo. Ubi è scesa da 13,4 a 12,4 miliardi. Bper da 11,4 a 11 miliardi. Stock in crescita soltanto per Carige (da 6,8 a 7,3 miliardi) e per Banco Bpm (da 26,6 a 29), ma come si è detto prima ciò dipende esclusivamente da un effetto di ricontabilizzazione degli stralci per circa 3,5 miliardi nelle sofferenze. Si può guardare adesso con maggiore ottimismo al futuro del sistema bancario italiano. «Il picco è alle spalle. Dopo anni di lavoro - spiega Del Gatto - ci troviamo in una situazione nuova: si stanno riducendo i crediti deteriorati e anche le sofferenze, la cui gestione richiede però tempi più lunghi. Le banche sono riuscite ad arginare il flusso in ingresso da crediti in bonis a deteriorati e ora stanno cominciando a lavorare sul work out, ovvero sul recupero». Per raggiungere questi obiettivi le banche hanno dovuto ripensare alla propria organizzazione. «Se guardiamo le tre fasi del credito - dice il partner di Value Partners - ovvero erogazione, monitoraggio andamentale (controllo e gestione delle anomalie emergenti prima che si verifichi l'insolvenza, ndr) e work out, vediamo che gli istituti avevano in passato concentrato le risorse umane commerciali e creditizie nella prima fase, in termini sia quantitativi, sia qualitativi. Nel monitoraggio, invece, pur avendo spesso sviluppato algoritmi di allerta precoce e messo a punto processi e strumenti per la gestione tempestiva delle prime anomalie, è mancata la capacità dell'organizzazione di attuare le strategie di mitigazione con i clienti che presentavano una rischiosità in aumento». Per la fase di recupero, le banche non hanno mai mostrato grande attenzione: «Hanno spesso gestito le sofferenze come attività residuali». L'esplosione delle sofferenze ha però condotto gli istituti a rivedere la propria organizzazione: «Hanno dapprima lavorato sulla fase di monitoraggio andamentale, per ridurre i flussi da crediti in bonis a deteriorati, e poi hanno cominciato ad agire sulla riduzione dei volumi di deteriorati», spiega Del Gatto. «La situazione si è drasticamente migliorata: le strutture interne di recupero crediti si sono rafforzate, sono cresciuti i servicer esterni per la gestione degli Npl e soprattutto è cresciuta la domanda da parte di investitori pronti a comprare portafogli di crediti deteriorati».

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