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Munchau: «E' giusto ma solo se si integra anche il fallimento»
di Eugenio Occorsio
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 1 giugno 2015

«Una unione dei mercati dei capitali da affiancare a quella delle merci, è un'ottima idea. Purché però sia realizzata correttamente. E questa, nella formulazione attuale, non mi sembra che sia progettata in modo convincente né efficace». Wolfgang Munchau, economista di Oxford, editorialista principe del Financial Times, segue con passione i tormenti dell'Europa ben consapevole delle difficoltà insite nel concetto stesso di integrazione. E neanche stavolta, è convinto, si è riusciti a fare un passo avanti a meno che non cambino i presupposti.
Cosa c'è che non va nel progetto?
«L'ha ricordato il governatore Visco nelle sue considerazioni finali della settimana scorsa. Il più importante prerequisito legale deve essere l'estensione dell'omogeneizzazione di disposizioni e procedure alle normative su insolvenze e fallimenti, che devono diventare da nazionali a comunitarie. Una volta stabilita questa estensione si può cominciare a parlare con realismo. Altrimenti l'intero progetto sarà l'ennesimo libro dei sogni».
Perché è importante l'inclusione delle leggi sul fallimento?
«Se si riuscirà ad armonizzare il bankruptcy code, l'Unione europea potrà sviluppare l'Unione bancaria e l'unione dei mercati dei capitali all'unisono, in modo coerente ed efficace. Dal punto di vista economico, i benefici dell'Unione bancaria sarebbero non solo quello di poter contare su un più robusto sistema creditizio, ma anche quello di scardinare finalmente il diabolico legame fra i bilanci delle banche e l'andamento dei titoli sovrani del rispettivo Paese che tanti problemi ha causato. Quanto all'utilità del mercato unico dei capitali, fondamentale è il fatto che diventerebbe possibile un ammontare molto superiore di finanza non bancaria a favore delle aziende. Si ridurrebbe quindi l'interdipendenza fra le aziende e le banche del Paese con grandi benefici per tutti. Per capirci, la ragione per cui le aziende italiane pagano interessi più alti delle loro controparti tedesche risiede esattamente nelle banche italiane».
Sì, ma ancora non ci ha spiegato bene perché è fondamentale allargare il discorso alla legge fallimentare.
«Uno dei nodi del negoziato sull'Unione bancaria, peraltro ancora in parte irrisolto, è stato il meccanismo di risoluzione delle crisi. Bene, uno dei vantaggi di un codice di bancarotta armonizzato, che presumibilmente sarebbe orientato in favore di una maggiore liberalizzazione, sarebbe quello di una più veloce soluzione delle impasse che creano presso le banche i crediti in sofferenza. Se le banche possono risolvere entro pochi mesi i debiti incagliati grazie a un sistema armonizzato a livello europeo, per esempio quelli di un soggetto in difficoltà con le rate del mutuo, allora potranno cancellare più rapidamente questi debiti dal loro stato patrimoniale e così liberare capitale da allocare a investimenti migliori, stavolta su scala continentale quindi con una gestione più dinamica e concorrenziale dell'attività creditizia. Senza dover dar più luogo a inutili dilazioni del debito nell'illusione che alla fine si disincagli da solo. Questi momenti sono talmente interconnessi fra di loro che pensare di varare un pezzo senza aggiungerci l'altro è anacronistico e controproducente».
Una delle caratteristiche di questa vicenda è che l'iniziativa è venuta dal commissario alla Finanza, Lord Hill, inglese: che significa? Che Londra vuole affermare il suo ruolo di capitale finanziaria d'Europa, o che vuole mettere l'operazione sul tavolo delle trattative pre-referendum sull'uscita o meno dall'Ue?
«Non mi faccia entrare in speculazioni interpretative di questo tipo. Le dico solo che è insito nel tentativo di unificare il mercato dei capitali un naturale interesse per la City, ma sono sicuro che i primi beneficiari di un'unione delle banche e dei capitali ben costruita sarebbero i risparmiatori e i titolari dei prestiti europei. Il problema semmai è che gli inglesi non si preoccupano, e in effetti non hanno nessun bisogno di farlo, di un'armonizzazione delle regole del fallimento. Proprio per questo io non sono eccessivamente ottimista».

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