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«Lo Stato ci dà troppi oneri», la rivolta dei commercialisti
di Patrizia Capua
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 19 giugno 2017

Dipendenti dello Stato ma senza stipendio. La definizione basta a spiegare il diffuso malessere e l'esasperazione che attanaglia migliaia di commercialisti italiani che si sono visti piombare sulle spalle una lunga serie di adempimenti e di oneri aggiuntivi con aggravio di lavoro per gli studi, nella maggior parte piccoli, e di costi vivi. Dallo spesometro trimestrale agli aggiornamenti automatici non tempestivi, dai moduli di controllo inutilmente complessi alle problematiche legate alla varie versioni di Java. Nel mare delle comunicazioni Iva, una volta annuali e ora trimestrali, delle dichiarazioni, dell'aggiornamento software si rischia di annegare. All'assemblea dei 18 mila commercialisti italiani scritti all'albo che si è tenuta a Roma l'8 giugno, il primo a farsi sentire sulla "sagra della complicazione fiscale tutta concentrata sui titolari di partita Iva" è stato proprio il numero uno della categoria, Massimo Miani, disegnando "un quadro insostenibile" di un guazzabuglio di norme, duplicazioni, trasmissione di dati che richiedono tempi supplementari nello svolgimento del lavoro quotidiano dei professionisti e dei loro malcapitati collaboratori. «È impensabile – ha segnalato Miani - che all'esito di un anno di confronto ai tavoli tecnici sugli adempimenti fiscali con la prospettiva di una dozzina di semplificazioni micro-settoriali ci si ritrovi, direttamente in Consiglio dei ministri, dinanzi a decreti che quadruplicano gli adempimenti con novità di cui non si è mai fatto nemmeno lontanamente cenno». Miani ha parlato di un contesto di crescente e preoccupante burocratizzazione del sistema: «Se diventa sistematico, come lo è stato alla fine del 2016 e in queste settimane, il mancato aumento di imposte accompagnato però dall'aumento esponenziale degli adempimenti e dei vincoli, allora non vi è reale contenimento della pressione fiscale, ma pura e semplice concentrazione degli aumenti tutti in capo a chi lavora e produce». Categoria sull'orlo di una crisi di nervi dalle Alpi a Lampedusa, con diversificazioni inevitabili a seconda del territorio. Da Bari Elbano De Nuccio, presidente dell'ordine che riunisce 4 mila iscritti, denuncia: «Nel Sud c'è la situazione peggiore: circa l'80 per cento degli studi professionali è di piccole dimensioni, lavora su base contabile e in questo modo si vede ridotto a mero esecutore di adempimenti fiscali. Il legislatore ha ribaltato sui professionisti una serie di criticità che non riesce a gestire al suo interno. È sempre più difficile fare i consulenti aziendali; passiamo invece la maggior parte del tempo a trasferire ai terminali dello Stato una mole di dati e di informazioni, a ottemperare a vincoli e disposizioni. Diverse multinazionali sono scappate dal nostro territorio per l'incertezza della normativa fiscale. Bisogna avere coraggio di affrontare una riforma organica». La lamentela è comune. C'è il problema dei costi che la normativa impone: «Fisco e servizi contabili sono il nostro core business – premette Maurizio Masini, presidente dell'ordine di Pisa con 810 iscritti -. Ma il 70 per cento dei nostri ricavi viene assorbito da maggiori oneri perché il proliferare di obblighi rende difficile la gestione e determina un aggravio di spese difficilmente sostenibile per gli studi». Gli esempi non mancano: «Ad ogni nuovo adempimento dobbiamo adeguare il software per gestirlo e istruire il personale. Ciò comporta costi ulteriori che però non riusciamo a ripartire con il cliente che non lo percepisce come un servizio che migliora la sua attività. Ne risentiamo noi e anche il personale che è continuamente sotto stress. Ne consegue che è sempre più difficile trovare dipendenti validi per i nostri studi perché preferiscono un'altra occupazione. In prospettiva – aggiunge Masini – calano anche i tirocinanti, scoraggiati dai ritmi per rispettare le scadenze imposte. Abbiamo la sensazione che chi fa le norme non comprenda bene l'impatto che avranno dal punto di vista operativo. Il costo sociale della norma è superiore al beneficio che dà, quindi è un assurdo». Problemi sentiti anche dalle aziende per la necessità di adeguare il software che l'anno successivo andrà rottamato perché l'adempimento cambia. Altro punto dolente è l'autonomia impositiva riconosciuta agli enti locali. Si chiama "imposta unica", ma dicono i commercialisti, di unico ha poco. Non meno inquieta la questione degli avvisi bonari: vengono inviati ai clienti a luglio, nel momento di massimo impegno sulle scadenze per le dichiarazioni. Se fossero inviati a settembre, potrebbero essere gestiti con più tranquillità. Una categoria sempre sotto scadenza: così si sentono i commercialisti. A dirlo è Sandro Litigio, di Como, a capo di un ordine con 900 iscritti. «Operando quasi sempre in emergenza non si lavora bene. La nostra zona ha un tessuto industriale di aziende medio piccole, il peso degli adempimenti grava su di esse in misura importante anche perché non essendo molto strutturate nell'area amministrativa, ricorrono a professionisti. Con gli adempimenti fiscali molto concentrati sul calendario e soprattutto con la catena di trasmissione per gli adempimenti che deriva dalle istruzioni ministeriali, noi siamo l'ultimo anello su cui questa catena si scarica». Ma l'Italia non è sempre stata il paese delle proroghe? «Noi – ribatte Litigio – pur volendo evitarle siamo costretti a chiederle».

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