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Le disuguaglianze frenano la crescita, ridurle rilancia il Pil
di Antimo Verde
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 5 dicembre 2016

Nei paesi avanzati la disuguaglianza ha raggiunto livelli immorali. Nel 2015, secondo l'ultimo Rapporto della Banca Mondiale, 62 persone disponevano della stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone. Obama la definì la vera sfida dei nostri tempi. La disuguaglianza deriva dal mix della crescita di redditi elevati e della stagnazione di quelli delle classi medio-basse. Nei paesi avanzati le classi medie sono i veri perdenti della globalizzazione. La disuguaglianza è condannata sotto il profilo etico e sociale ma delle negative ricadute macroeconomiche non se ne parla molto. In questi giorni, pronubo Trump con la sua vittoria, si discute delle implicazioni politiche di persistenti disuguaglianze. Le classi medio-basse nella loro componente bianca vengono ritenute responsabili del trionfo del tycoon newyorkese. In Europa si temono le crescenti distanze fra ricchi e poveri, in vista delle tornate elettorali. Per ridurre le disuguaglianze, lo Stato potrebbe ridurre le imposte sui ceti medi e/o aumentare i trasferimenti a loro favore. Questa politica redistributiva, attuata con il bilancio pubblico, va incontro ad alcuni inconvenienti. Per quanto riguarda le imposte, perché siano efficaci richiedono un innalzamento delle aliquote fiscali applicate ai redditi al top: Paul Atkinson, il maggiore esperto di disuguaglianze in Europa, per il caso inglese propone un'aliquota sull'imposta personale massima pari al 65% rispetto al 45% attuale. Politicamente difficile. Anche l'Italia sarebbe nella stessa situazione a giudicare dagli indici della disuguaglianza. In secondo luogo, operando con i trasferimenti e le imposte, la politica di bilancio ha ricadute che favoriscono operatori non identificabili a priori e ciò dà luogo ad una crescita debole, perché essi non pongono in essere comportamenti idonei a rendere concreti i benefici. Infine: le misure fiscali adottate debbono essere coordinate in Europa, senza contare gli ostacoli alle politiche redistributive rappresentati dagli alti livelli di deficit e debito. Per ridurre le disuguaglianze servono aumenti diffusi delle retribuzioni e dei salari dei ceti impiegatizi e operai, più in generale dei ceti medio-bassi della distribuzione del reddito. Un aumento significativo, idoneo a ridurre le disuguaglianze, consentirebbe l'innesco di un meccanismo di crescita economica inclusiva perché le classi medio-basse hanno una propensione al consumo più elevata delle classi ricche. Lo spostamento del reddito a favore delle classi medie-basse spingono i consumi e, con essi, il Pil. La crescita sarebbe inclusiva e tutti ne beneficerebbero. Gli imprenditori dovrebbero accettare una riduzione dei profitti, ma con il tempo potrebbero contare sui benefici di maggiori vendite. Secondo uno studio dell'Fmi, se la quota del reddito del 20% più povero aumenta, nel medio periodo il Pil cresce; se invece ad aumentare è la classe di reddito del restante 80%, il Pil diminuisce. Con buona pace delle teorie secondo le quali benefici fiscali a favore dei ricchi favorirebbero anche i ceti inferiori, grazie allo "sgocciolamento" dei benefici del ceto soprastante. La scelta di aumentare i salari non potrebbe tuttavia essere adottata in un unico paese. Infatti, la prospettiva sarebbe quella di aumenti dannosi per la competitività soprattutto se superiori alla produttività e i sindacati nazionali si asterrebbero dal richiederli per timore che gli imprenditori potrebbero trasferirsi in un diverso paese. Inserito a livello di Unione Monetaria Europea, l'aumento delle retribuzioni potrebbe invece essere opportunamente coordinato nell'ambito della Macroeconomic Imbalances Procedure, Mip. Quest'inserimento potrebbe essere foriero di positive implicazioni. La Mip andrebbe integrata con disposizioni automatiche di crescita salariale nei paesi con avanzi strutturali delle partite correnti e cioè Germania, Olanda, Austria, Finlandia. In questi Paesi dovrebbero aumentare le retribuzioni per spendere il surplus corrente attraverso l'aumento della domanda interna. I Paesi con disavanzi strutturali correnti con l'estero potrebbero sfruttare la spinta impressa alla spesa domestica da quelli in avanzo e ciò consentirebbe loro di aumentare a loro volta i salari. Il vantaggio sarebbe duplice: a) attenuerebbe la spinta dei perdenti della globalizzazione, fattore di instabilità politica; b) prevedendo in prima battuta un beneficio soprattutto interno nei paesi forti, non avrebbe contro tutti coloro che temono un rilancio dell'economia fatto soprattutto a beneficio dei paesi indisciplinati e svogliati.

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