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  :: Rassegna stampa - Documento

Le aziende si affidano ai manager del rischio
di Daniele Autieri
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 30 gennaio 2012

Il giorno in cui il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, ha annunciato l'intenzione di pubblicare i documenti top secret delle maggiori banche americane, la domanda sollevata nei consigli di amministrazione e nelle stanze dei chief executive officer è stata uguale per tutti: «che cosa rischiamo?». Lo stesso si sono chiesti gli azionisti di Société Générale quando il trader Jerome Kerviel ha causato una perdita di 4,9 miliardi di euro, e il top management di Carnival, il colosso statunitense che controlla Costa Crociere, alla notizia del disastro del Giglio.
La risposta, in tutti i casi, è stata affidata a loro, i risk manager, i dirigenti che hanno il compito di prevedere, calcolare e nei casi estremi arginare i rischi corsi dalle aziende. Si tratta di profili professionali sempre più ricercati perché è proprio sulla linea del rischio calcolato che si raccolgono i margini più interessanti del business. Possono avere competenze industriali, finanziarie, sanitarie o addirittura ambientali, in genere guadagnano più degli altri manager (in media 180mila euro l'anno) e rispondono direttamente all'ad. Il loro ruolo è cresciuto d'importanza negli ultimi anni al punto che in alcune grosse banche, come nel caso della svizzera Ubs, il chief risk officer (cro) siede anche in cda. In Italia la considerazione verso questa figura professionale si è formata più lentamente, e i grandi player finanziari si sono adeguati al mercato. Mediobanca si è dotata di un cro nel 2011, assumendo Gino Abbruzzi, un professionista del settore proveniente dalla Royal Bank of Scotland.
«Dal 2008 - spiega Cristiano Zazzara, Global head del credit business di Riskmetrics, la controllata di Morgan Stanley tra i leader mondiali nel calcolo dei rischi - il ruolo di questi manager è cambiato profondamente. Prima delle crisi aveva una funzione solo di staff, adesso siede in cda, risponde direttamente all'ad e di fatto rappresenta l'interfaccia delle banche con l'organismo di controllo della banca centrale». «Nel nostro caso - continua Zazzara - supportiamo i risk manager degli istituti finanziari o dei fondi nel misurare il rischio del loro portafoglio oppure la pericolosità di determinate operazioni».
E proprio il settore finanziario è uno dei più sviluppati in termini di penetrazione di questa figura manageriale. «I rischi tradizionali - commenta Pierfrancesco Latini, cro di Bnl Bnp Paribas - di credito, di mercato e operativi, continuano ad essere il cuore della rischiosità di una banca commerciale; ma altre tipologie di rischio, di liquidità e rischio sovrano, assumono un rilievo crescente in relazione al contesto internazionale. A questo si deve aggiungere la richiesta di Basilea 3 di incrementare la liquidità degli istituti di credito. Di conseguenza il risk manager assume un ruolo fondamentale non solo per la valutazione ed il controllo integrato dei rischi del portafoglio ma anche per fornire un supporto strutturato alle linee di business e indirizzare le direttrici dello sviluppo su ambiti e clienti di qualità, salvaguardando la capacità di impiego della banca e di finanziamento dell'economia».
Secondo Latini le caratteristiche di un risk manager sono le conoscenze del mercato, dei clienti e dei prodotti, ma anche una forte sensibilità quantitativa per monitorare e anticipare le dinamiche di costo del rischio. Un'indagine realizzata dal Politecnico di Milano in collaborazione con Cineas (consorzio universitario specializzato nella formazione sulle tematiche di gestione del rischio) su un campione di oltre 1.320 imprese rivela che l'80% degli intervistati ha dichiarato di avere una politica di risk management e che i rischi considerati più gravi, ancor prima di quelli operativi, sono i rischi strategici, legati anche a fattori reputazionali.
La reputazione per una grande azienda che opera sui mercati internazionali è tutto, e casi gravi come quelli già citati della Costa Crociere o della Société Générale possono minare il "consenso" commerciale di un'impresa sui clienti. «In queste situazioni - spiega Paolo Rubini, cro di Telecom Italia e presidente dell'Associazione nazionale dei risk manager - il nostro ruolo diviene fondamentale. Nel settore si cercano ormai professionalità anche al di fuori della classica competenza assicurativa o finanziaria, e molti dirigenti sono ingegneri, informatici o addirittura esperti di marketing e di altri settori».
«Del resto - continua Rubini - le stesse imprese sono ormai valutate dalle banche per la concessione del credito e la crisi ha messo in allerta gli organi di gestione aziendali (cda e collegi sindacali in primis) che sono ormai coinvolti come valutatori di rischi. Di conseguenza la figura di un chief risk officer diviene fondamentale anche nel rapporto con il direttore finanziario dell'azienda».
Se un problema c'è è prima di tutto dimensionale: la presenza di questi manager è assicurata nelle grandi aziende ma è molto rara nelle medio-piccole; a questo si aggiunge la questione formativa. «In Italia - commenta Rubini - ci sono ancora pochissimi corsi di formazione specializzati e le stesse aziende non hanno ben chiaro il percorso formativo da prevedere».

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