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La supervisione che serve alla Ue
di Marco Onado
Il Sole 24 Ore
Sabato 8 settembre 2012

E' una vera rivoluzione della supervisione bancaria europea, quella disegnata dalla bozza di regolamento preparata dal commissario Barnier.
Ammesso che non venga annacquata dalle inevitabili reazioni di governi e autorità nazionali, determina uno straordinario accentramento di responsabilità finora esercitate dai singoli Stati (e spesso in modo che hanno aggravato la crisi) e nello stesso tempo un altrettanto straordinario incremento dei poteri della Bce. Nel diritto romano, si sarebbe detto che l'istituto di Francoforte avrà poteri vitae ac necis su tutte le banche di Eurolandia. Come si è già messo in evidenza su queste colonne, fra i tanti elementi che rendevano l'unione monetaria del primo decennio incompleta, vi era proprio la mancanza di una regolamentazione e una vigilanza uniforme.
Questa grave lacuna è stata colmata solo dopo che, a seguito del rapporto de Larosière, sono state costituite tre vere autorità europee (non più semplici comitati, cioè organi per definizione portati alla mediazione e strutturalmente inefficienti nei processi decisionali).
Rimaneva però il problema di cosa fare per le banche dell'area dell'euro, cioè proprio quelle che ieri sono state vigilate in maniera inadeguata. E non solo nei paesi oggi in difficoltà, perché molti gravi episodi di crisi hanno dimostrato che i tedeschi si scordano la teutonica severità quando si tratta di banche come le Landesbanken e le casse di risparmio molto legate al sistema politico locale.
La pressione ad accelerare i tempi dell'unione bancaria viene anche dall'aggravarsi della crisi finanziaria europea. Non bisogna infatti guardare solo allo spread: ci sono infiniti segni che dimostrano che l'integrazione all'interno dell'area dell'euro sta facendo vistosi passi indietro. Basti ricordare la dimensione dei deflussi di capitale che affliggono i Paesi più in difficoltà: ormai non si tratta più solo di quelli piccoli. La Spagna è soggetta a un deflusso di capitali che ha superato il 50% del Pil del Paese, in gran parte a causa di una massiccia diminuzione dei depositi bancari, da parte di residenti e stranieri.
La debolezza del Paese e il tardivo accertamento della crisi di larghi settori bancari sta producendo una situazione che rischia di travolgere anche le banche sane.
Non è evidentemente un'area monetaria omogenea quella in cui i tassi di interesse divergono radicalmente (a cominciare da quelli a breve, che sono il faro della politica monetaria), in cui i movimenti di capitale vanno in una sola direzione e in cui le banche si fidano così poco delle loro consorelle da lasciare centinaia di miliardi di euro infruttiferi presso la banca centrale. E poiché la debolezza della vigilanza è una delle cause, se non la principale, di questi gravissimi squilibri, discendeva quasi come naturale decisione quella di affidare alla Bce i compiti di vigilanza.
Va detto che si tratta di una vigilanza a tutto tondo almeno per tre motivi: primo perché, come dice per ben due volte il testo introduttivo «della miglior qualità e libera da altre considerazioni, diverse da quella della vigilanza prudenziale».
Di conseguenza, il testo disegna per la Bce una garanzia di indipendenza dal potere politico analoga a quella relativa alla politica monetaria. Secondo perché si applica a tutte le banche: come riconosce il testo, «l'esperienza recente dimostra che le banche piccole possono rappresentare una minaccia per la stabilità finanziaria» (quando i vigilanti dormono, si doveva aggiungere). Terzo perché i poteri sono completi: da quello di concedere (e togliere) l'autorizzazione all'esercizio dell'attività bancaria, a quello di imporre specifiche misure prudenziali, a cominciare dai ratios patrimoniali per particolari banche, di condurre stress test, di imporre limiti a singole esposizioni creditizie. Vi è anche l 'autorizzazione relativa all'acquisizione e alla dismissione di partecipazioni finanziarie, oltre naturalmente ai poteri informativi, ispettivi e sanzionatori propri di ogni autorità di vigilanza e che finora erano stati negati o concessi col contagocce prima ai comitati di supervisione europea e poi alle autorità come l'Eba. Quest'ultima continuerà a funzionare, con il compito fondamentale - ribadito dalla bozza di regolamento - di redigere il Single rule book, cioè disposizioni di vigilanza finalmente omogenee per tutte le banche europee (e non solo per quelle dell'area dell'euro), che farà finalmente cadere i troppi privilegi, come ad esempio quelli relativi alla diversa applicazione e interpretazione delle norme di Basilea creati o tollerati da supervisori nazionali compiacenti.
Ovviamente la realizzazione pratica di tutto questo, a cominciare dal coordinamento con l'Eba e le autorità nazionali, sarà tutt'altro che semplice e la gradualità di entrata in vigore del nuovo schema pone già difficoltà non piccole. Ma il segnale lanciato ai mercati, all'interno del sistema bancario europeo e della stessa comunità dei regolatori è molto forte e può avere effetti immediati. Le crisi si risolvono soprattutto modificando radicalmente le aspettative degli operatori e un disegno di questo tipo è un chiaro segnale che si sta facendo tutto il possibile per garantire la sopravvivenza dell'euro e dell'Europa, almeno dal punto di vista della coerenza del disegno finanziario complessivo.
In tutto questo, i poteri (e le responsabilità) della Bce aumentano enormemente. Il disegno di banca centrale che emergerà quando la proposta sarà approvata sarà molto simile a quello della Banca d'Italia e totalmente diverso da quello della Bundesbank e in generale dal modello di vigilanza tedesco che assegna un gran peso al potere politico. Non sarà una passeggiata far approvare il testo in questa versione e far accettare una banca centrale modellata su uno schema italiano. Ma se riusciamo a far credere che palazzo Koch è un edificio tedesco, il gioco è fatto.

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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