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La quarta rivoluzione va al galoppo, fattore tempo decisivo per le imprese
di Andrea Frollà
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 25 settembre 2017

Un altro treno targato industria 4.0 non ripasserà in Italia. E rimandare una scommessa pressoché obbligata nell'era della trasformazione digitale, accumulando un ritardo competitivo e aspettando non si sa bene cosa, rischia di rivelarsi una mossa strategicamente suicida. Anche perché il tratto che distingue la quarta rivoluzione industriale dalle precedenti (vapore, elettricità ed elettronica) è l'estrema velocità con cui i paradigmi della fabbrica connessa, dei big data e degli analytics possono trovare applicazione e creare valore aggiunto. E quindi anche con cui si crea il divario fra un'azienda e un'altra sotto diversi punti di vista, dalla capacità di rispondere alla domanda del mercato fino all'efficienza del servizio clienti, passando per la visibilità sui mercati internazionali. Ecco perché fare i supereroi snobbando l'importanza degli investimenti sul digitale e credere di poter innovare con modelli produttivi nati 20 anni fa, e al più ritoccati nel corso del tempo, appare una scelta discutibile. Sarà un caso che l'industria 4.0 sia oggi comunemente riconosciuta da addetti ai lavori, ricercatori e consulenti come la più grande occasione di crescita industriale capitata negli ultimi decenni? Difficile rispondere positivamente. A prescindere dai quiz, la sua importanza risulta evidente più che altrove in Italia, storicamente mai brillante per politiche industriali e infatti positivamente sorpresa dall'indirizzo strategico di lungo periodo del piano Calenda. La parola d'ordine non può però più essere domani e di questo carattere di urgenza stanno facendo un mantra i grandi player della tecnologia che, avendo visto cadere nel dimenticatoio cugini ritenuti invincibili, sanno bene quanto possa costar caso un rinvio ai tempi di Internet. "Il momento è adesso" è non a caso lo slogan che sta accompagnando il roadshow dedicato all'industria 4.0 firmato da Ibm e Cisco, organizzato in collaborazione con Digital Magics e Affari&Finanza, che dopo la tappa di Padova a giugno è sbarcato a Modena lo scorso martedì nella sede di Ucima.
Un'occasione per mettere le imprese nelle condizioni di fugare gli ultimi dubbi, prende spunto da alcune best practice e girare definitamente le chiavi del motore. «La trasformazione digitale è sempre più un percorso necessario per le aziende che vogliono continuare a competere nei settori di appartenenza. E la sfida competitiva oggi si gioca sul terreno dell'analisi e della gestione dei dati, per estrarre da essi quel valore che permette di innovare i processi aziendali o sviluppare nuovi prodotti o servizi — avverte Alberto De Angelis, Strategic and growth initiatives leader di Ibm Italia —. Noi e i nostri partner supportiamo questo tipo di processi fornendo alle aziende tecnologie cognitive utili a realizzare, con rapidità e in sicurezza, applicazioni intelligenti di industria 4.0, come quelle di manutenzione predittiva». Tra le partnership di Ibm spicca quella con Cisco che, aggiunge De Angelis, permette di offrire alle aziende «un insieme integrato di tecnologie, servizi e competenze per realizzare progetti di trasformazione distintivi sul mercato nazionale e internazionale». Il cloud e il cognitive computing di Big Blue si fondono così di volta in volta con le soluzioni migliori per rispondere alle esigenze specifiche degli imprenditori, secondo una logica di contaminazione positiva. La stessa che punta a favorire Cisco, decisa ad accompagnare le imprese fra le strade tortuose della nuova rivoluzione. «Stiamo entrando in una nuova fase, in cui la trasformazione digitale non può e non deve riguardare solo la produzione bensì abbracciare tutta l'impresa. Dobbiamo quindi parlare di Impresa 4.0 — sostiene Michele Dalmazzoni, Collaboration & Industry 4.0 leader di Cisco Italia — in cui il digitale viene messo al centro dell'intera organizzazione ed esteso a tutto ciò che avviene anche prima e dopo la fase di produzione, dando la giusta attenzione a ricerca e sviluppo, progettazione, commercializzazione, esperienza dei clienti e servizi post-vendita. Noi supportiamo le imprese italiane proprio affinché l'incredibile valore derivante dalla digitalizzazione si propaghi in tutte le attività cruciali del business». Tutti temi, sfide e problemi che formeranno e già stanno formando una nuova classe imprenditoriale. E che, sottolinea il vicepresidente esecutivo di Digital Magics, Marco Gay, ben vengano se in grado di sbloccare il potenziale immenso offerto dalla digital transformation. «L'economia digitale può valere oltre 4 punti di Pil in Italia e secondo le stime UE creerà oltre 500mila posti di lavoro — ricorda Gay —. Dobbiamo quindi confrontarci con le imprese partendo dai territori e infatti la seconda tappa del roadshow si è tenuta a Modena. L'Emilia-Romagna ha infatti una storia e un presente fatti di importanti distretti industriali conosciuti in tutto mondo ed è anche una regione ricca di innovazione», sottolinea ricordando le oltre 800 startup innovative sparse sul territorio emiliano (solo la Lombardia fa meglio). Sarebbe effettivamente un errore pensare che l'industria 4.0 sia un affare esclusivo di chi sul mercato c'è già. «L'open innovation made in Italy — conclude Gay — deve puntare sul digitale e trovare un equilibrio fra le caratteristiche innovative delle startup e l'eccellenza della tradizione. Creare un ponte strategico fra la nuova imprenditorialità 4.0 e le aziende consolidate, per continuare a competere a livello internazionale».

Ha collaborato Luca Gardinale.

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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