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La globalizzazione ha fatto dietrofront
di Antimo Verde (docente di Economia Internazionale, Università della Tuscia)
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 26 settembre 2016

Se si solleva il velo sui problemi strutturali dell'economia mondiale si scoprono due temi assai attuali: la stagnazione secolare e il ripiegamento della globalizzazione. Della prima si discute negli ambienti del policy making fin da quando ne ha parlato Larry Summers. Nessuno, invece, parla del secondo. Eppure un ripiegamento della globalizzazione c'è già stato nel 2015 e ancor prima nel 2012-13 e nel 2007-09. La domanda che tale rallentamento dovrebbe suscitare è: possiamo immaginare, non un rallentamento, ma un vero reversal o ritorno all'indietro della globalizzazione? La risposta è: assolutamente si, nonostante i continui progressi della tecnologia e della robotica in particolare. Peraltro, una fase di de-globalizzazione non sarebbe un fatto nuovo: si verificò già nel periodo tra le due guerre mondiali e durò una trentina di anni. E vero è che oggi esistono le pre-condizioni di un ritorno indietro della globalizzazione: a) nuovi shock strutturali; b) perdita economica significativa a carico delle classi sociali rilevanti provocata da tali shock; c) protezione politica di tali classi da parte di partiti politici, protesi alla caccia di voti. Quanto al punto a) le immigrazioni e il terrorismo sono shock epocali, soprattutto il primo, destinato a durare decenni. Nel 2050 la Nigeria avrà più abitanti dell'Europa; l'Africa avrà 2,5 miliardi di abitanti contro il miliardo di oggi. L'Europa per contro sarà abitata da 340 milioni di individui, contro i 500 milioni attuali! Non saranno certamente i muri che si potranno impedire un massiccio travaso di persone dal Continente Nero. Il terrorismo continuerà negli anni a venire anche se lo Stato Islamico verrà battuto. Certamente i perdenti della globalizzazione - siamo al punto b) - sono i ceti medio-bassi delle economie avanzate. Per la verità le perdite sono talvolta solo percepite e non reali, ma la differenza non rileva ai fini della reazione politica. Forse è bene chiarire che le perdite dipendono dal grado sostituibilità dei lavoratori immigrati rispetto ai nativi: se esso è elevato (cioè i lavoratori immigrati fanno gli stessi lavori dei nativi) allora le perdite sono elevate se invece i lavori dei primi e dei secondi sono complementari allora i lavoratori nazionali guadagneranno dalle immigrazioni. Così pure, il paese ospitante guadagnerà quando gli immigrati fanno lavori che i nativi non vogliono più fare. Ad ogni modo i ceti mediobassi sono guidati da un sentimento anti-immigrazioni e quindi anti-globalizzazione e non fanno certo distinzioni teoriche. Essi si muovono anche sulla base della percezione di perdite di posti di lavoro e di salari più bassi a causa della immigrazione. Non a caso secondo le principali indagini demoscopiche, le classi medie vedono l'immigrazione quale fenomeno-principe da combattere ad ogni costo. Al secondo posto troviamo il terrorismo, anche se in questo caso l'obiettivo è quello della sicurezza e in quanto tale è percepito dalle persone più anziane del ceto medio-basso. Gli appartenenti al ceto medio votano e per difendersi dagli immigrati che ruberebbero loro lavori e incrementi salariali hanno un mezzo solo: quello di orientare il voto verso i partiti in grado di tutelarli e cioè verso i partiti di destra. E ciò è accaduto in molti paesi Europei come Austria, Belgio, Francia, Olanda, Norvegia, Svizzera, Inghilterra. Oggi il sentimento anti-immigrazione del ceto medio è condiviso non solo dai partiti dell'estrema destra e dell'ala conservatrice, ma, come è accaduto in Danimarca Polonia, Ungheria, Cekia, Slovacchia, da partiti socialdemocratici preoccupati della emorragia di voti subita. E' probabile che questo scenario anti-immigrazione e anti-globalizzazione si consolidi e si estenda non solo in Europa ma anche negli Usa in caso di vittoria di Trump. Con il tempo è molto probabile che sul banco degli imputati salga lo scambio di merci. Negli Usa ad esempio le importazioni dalla Cina hanno provocato un calo di 3.2 milioni di posti di lavoro, tra il 2001 e il 2013 e le cose sono peggiorate negli successivi. Gli immigrati effettivi e potenziali sono un potenziale enorme di domanda di prodotti che, adeguatamente sfruttato, farebbe scattare all'insù consumi e investimenti e con essi la domanda di lavoro da parte delle imprese europee. A patto però che si investano in Africa e nel Medio Oriente risorse adeguate, si creino per le popolazioni indigene le condizioni per lavorare nel loro paese, si consenta alle stesse una vita dignitosa. E allora il pensiero corre a un nuovo Piano Marshall finanziato da Ue e Usa basato non sulla concessione di contributi monetari, che potrebbero finire nelle mani sbagliate o essere usati per emigrare ancora in Occidente, ma su una spesa reale in infrastrutture ed investimenti produttivi.

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