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La Bce stringe ancora sui patrimoni. Rischio frenata per le fusioni bancarie
di Andrea Greco
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 15 giugno 2015

Gli ispettori di Francoforte vanno veloci. A otto mesi dai test di ingresso per la vigilanza unica sulle 123 maggiori banche europee - e qualche settimana dopo il secondo esame prudenziale (Srep) - stanno intensificando i controlli sui modelli interni che certe banche usano per calcolare i requisiti patrimoniali, in base a stime statistiche sui rischi. L'iniziativa è confermata da una portavoce della Bce: «Rivedere i modelli interni fa parte della normale attività di supervisione del Ssm, che da novembre 2014 ha già controllato i modelli di numerosi istituti. Oltre a questa ordinaria attività, stiamo considerando una più complessiva revisione per favorire l'armonizzazione dei modelli delle banche da noi vigilate, secondo un progetto a lungo termine attualmente in fase di gestazione». A quanto si apprende le verifiche riguardano quegli istituti dove è maggiore il beneficio tra l'uso dei modelli interni rispetto alla metodologia standard, che prevede un certo assorbimento di capitale per ogni tipologia di rischio (crediti, mutui, enti pubblici, titoli sovrani o altro). La doppia azione dei controllori europei sarà volta ad armonizzare modelli disparati, anche perché autorizzati nel passato da decine di regolatori nazionali, e quindi di rendere più comparabili i rischi e il patrimonio degli istituti europei. L'Eutotower ha riscontrato oltre 7mila diversi schemi sintetici di calcolo dell'assorbimento patrimoniale in uso tra le banche dell'area euro, per soppesare portafogli creditizi, rischi operativi e sui rischi di mercato. Solo la finalità degli attori è univoca: appostare meno capitale possibile a fronte degli impieghi. Una delle prime evidenze nel passaggio di consegne tra i regolatori locali e l'Eurotower, infatti, è stato proprio la differenziazione delle prassi - in base alle normative, alla cultura di vigilanza e al momento di introduzione - sui modelli interni, con vantaggi indebiti e rischi mal pesati tra operatori dei diversi paesi. La Banca d'Italia, in materia, ha fama di rigore: come attesta il grafico in pagina, rielaborato su dati Eba emersi nei test d'autunno e che misura l'intensità degli attivi ponderati per il rischio (Rwa). Vi si legge che le grandi banche italiane hanno una media del 35% sul totale attivi, dato che le colloca tra il settimo e l'ottavo decile tra le 123 vagliate a ottobre. Questo dato, unito a varie testimonianze di addetti ai lavori, fa intuire che i prestatori stranieri specie in Germania, Francia, Repubblica Ceca, Ungheria - dovrebbero pagare un prezzo di capitale più alto per l'armonizzazione in partenza, che necessiterà di due-tre anni. Sempre che nel frattempo il Comitato di Basilea, uscito con una bozza consultiva mesi fa, non decida che i modelli interni vanno abbandonati per riabbracciare le pratiche standard: il dibattito è acceso, tra la Fed statunitense che li ritiene ormai inefficaci, e la Bce finora più laica. In mezzo ci sono le banche, che hanno investito centinaia di milioni ciascuna per attivare gli Irb (acronimo di internal rating based) e non vogliono buttarli a mare, e al contempo vedersi richiedere più capitale di riserva. Nell'Italia bancaria, la doppia azione della Bce cade in una fase delicata per le cinque vigilate che dal 2007 hanno adottato i modelli su autorizzazione di Bankitalia: in ordine di tempo Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Ubi e Banco popolare. Il settore italiano è nel pieno di una concentrazione, e per alcuni banchieri le prossime fusioni saranno condizionate anche da chi il modello "ce l'ha" (e con quali gradi di approvazione della Bce) e chi lo vorrebbe avere. Come Bpm, reginetta delle danze che ha annunciato nel piano industriale il percorso verso l'adozione dei modelli. O come Veneto Banca e Popolare di Vicenza, che secondo indiscrezioni hanno avviato un negoziato per fregiarsi dei modelli interni ma si sono visti respingere l'istanza da Francoforte, con cui hanno rapporti non dei più amabili. La chiave generale è che la validazione dell'Irb "rilascia" capitale, mentre una sua revisione potrebbe consumarlo, in un momento in cui tutte le banche conviene mostrare i muscoli. Uno dei luoghi dove i joint supervisory team della vigilanza, composti da funzionari locali e internazionali, è al lavoro sul tema è Verona. Il Banco popolare, tra gli ultimi dei cinque gruppi creditizi italiani ad avere adottato i modelli (2012) ha richiesto a maggio di ricalibrare le serie storiche di dati su cui si basano i due parametri dei modelli: la probabilità di default (Pd) e la percentuale di recupero in caso di default (Lgd). L'istituto guidato da Pier Francesco Saviotti avrebbe chiesto il mese scorso di aggiornare le serie storiche su Pd e Lgd, ferme al 2011. Mps sostiene di avere aggiornato le serie al 2014, Unicredit al 2013. Intesa Sanpaolo e Ubi non hanno fornito il dato. Poiché le ultime annate sono state prodighe di fallimenti, perdite su crediti e sofferenze in tutto il sistema, è logico attendersi che un ricalibrare le serie farà salire gli attivi Rwa, quindi - a parità di impieghi - scenderà il patrimonio Cet1. L'impatto stimato dagli addetti ai lavori per Verona varia da qualche decimo di punto a qualche punto: una forchetta ampia, che conferma come i modelli non siano una scienza esatta. Il confronto dei dati sulla densità degli attivi di rischio (in tabella) mostra che le due ex Bin adottano schemi più prudenti. Tuttavia, visto l'andamento recente dell'economia italiana, aggiornare le serie al 2014 non potrà certo aiutare il patrimonio delle cinque italiane, anche se l'impatto sarà graduale, man mano che i rating dei singoli prenditori sono aggiornati.

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