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  :: Rassegna stampa - Documento

JP Morgan e Citigroup la competizione per
Basilea 3

di Federico Rampini
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 22 luglio 2013

Quest'anno JP Morgan Chase, la maggiore delle banche americane, farà un utile netto di almeno 25 miliardi di dollari. Cioè, solo di profitto, più del Pil di molte nazioni medio-piccole. Se ripartito sul "common equity" cioè le azioni ordinarie che hanno diritto a dividendo, questo profitto equivale a una redditività del 17%. Si tratta di un livello stratosferico, che la JP Morgan aveva raggiunto nel 2007, l'ultimo anno di bolla speculativa prima della crisi. Ma la redditività del 2013 non è paragonabile perché si situa in un contesto normativo ben diverso. Guardiamo a un altro colosso di Wall Street, la Citigroup. Se la JP Morgan Chase sotto la guida di Jamie Dimon è stata considerata come la più solida delle grandi banche americane, quella che perfino nel 2008/09 se la cavò con danni minori di altre, per la Citigroup vale il discorso inverso: fu tra le più fragili e senza un robusto aiuto pubblico forse sarebbe fallita. Il suo contestatissimo chief executive Vikram Pandit ha dovuto lasciare il posto nell'ottobre scorso. Ebbene, Citigroup ha chiuso il secondo trimestre 2013 con un formidabile utile netto di 4,2 miliardi. Le sue azioni si sono rivalutate del 90% negli ultimi 12 mesi. C'è un aspetto interessante della rinascita di Citigroup. Proprio questo che a lungo era stato un colosso dai piedi di argilla, oggi è il primo istituto di credito ad avere oltrepassato la soglia di capitalizzazione misurata secondo le regole di Basilea 3. Il capitale azionario di Citigroup ha infatti raggiunto il 10% rispetto ai suoi impieghi. Il rapporto tra capitale azionario e attivi, che è l'inverso del "leverage" o tasso di indebitamento, è la misura più importante della solidità di una banca. Il capitale azionario infatti rappresenta ciò che la banca ha di mezzi propri, a copertura del rischio legato ai suoi impieghi. Citigroup è la terza maggiore banca americana. Il suo risanamento è stato realizzato anche attraverso delle operazioni piuttosto drastiche e traumatiche: in particolare lo scorporo di molte attività in perdita dentro una "bad bank", la Citi Holdings. Tuttavia anche quest'ultima sta migliorando e le sue perdite si sono ridotte, da 788 milioni a 600 milioni fra il primo e il secondo trimestre. Sia i profitti di JP Morgan Chase che quelli di Citi non sono dei casi isolati, s'inseriscono in una stagione felice per l'intero sistema del credito americano. Ma quel che più sorprende - spiazza l'ideologia dominante di Wall Street - è proprio la coincidenza fra questo boom di utili e i progressi nella solidità del capitale misurati in base ai parametri di Basilea 3. In effetti le banche aumentano la loro redditività non in una fase di deregulation, ma al contrario in un contesto di regole più severe ed esigenti. Le authority Usa hanno fatto un pressing efficace negli ultimi quattro anni, per ottenere che le banche abbiano mezzi propri più elevati rispetto ai loro attivi. E cioè hanno ottenuto che i banchieri siano più prudenti, garantendo una base di capitale proprio adeguata a fronte dei rischi. Non altrettanto è accaduto in Europa, finora. Il bello è che la lobby di Wall Street ha passato questi anni accanendosi in una battaglia contro le nuove regole. I banchieri non hanno mai smesso di lamentarsi, e sempre con lo stesso argomento: troppe regole, troppi controlli, soffocano lo spirito imprenditoriale, uccidono il dinamismo delle aziende. E' accaduto l'esatto contrario. Regole più severe hanno ricostruito la fiducia dei mercati verso le banche, incoraggiando gli azionisti a investire e a rafforzare il capitale proprio degli istituti. Le banche hanno ricominciato a fornire finanziamenti all'economia reale. E i profitti salgono. L'ideologia della deregulation si è mostrata ancora una volta fallace.

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