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Italia, ottime idee ma poche risorse. Così i brevetti non creano progresso
a cura della Redazione
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 12 giugno 2017

Industria 4.0, green economy, digitalizzazione dei processi produttivi e organizzativi, qualità del prodotto, e-commerce. Ecco la cassetta degli attrezzi innovativi a cui guarda l'Italia che produce per tornare a competere nel mondo. La strada, tuttavia, è ancora in salita. Tutti parlano di innovazione, molti la cercano, ma ancora pochi ci investono. A leggere gli ultimi dati disponibili di Istat sulla propensione all'innovazione delle imprese italiane emerge un quadro sconfortante: solo il 44,6% delle aziende che hanno più di 10 addetti destina una quota dei ricavi alla ricerca e sviluppo. La stima è relativa al periodo 2011-2014, la stagione in cui la crisi ha colpito duramente. E quindi può risultare quasi fisiologico il calo del 7% delle imprese "innovative", visto che nel triennio 2010-2012 la percentuale era del 51,9%. Ma la congiuntura economica c'entra fino a un certo punto. Le grandi imprese, che però sono una minoranza nel panorama produttivo, non hanno smesso di investire, anzi la loro spesa per l'hi-tech è aumentata dello 0,8% anche negli anni di crisi. Risorse destinate principalmente all'automazione dei processi produttivi e alla digitalizzazione di tutta la filiera organizzativa fino al consumatore finale. L'83% dei big afferma di investire in innovazione, quota che scende al 60% per le medie imprese fino a al 40% delle piccole, che costituiscono però buona parte del tessuto produttivo. Nel complesso l'Italia si colloca al quarto posto per investimenti in ricerca e sviluppo, con una spesa pari all'1,3% del Pil, dopo Germania (quasi il 3%), Francia (oltre il 2% e Regno Unito (1,5%). Non mancano le idee. Infatti, in quanto a brevetti il nostro paese vanta la seconda maggior crescita (+4,5%) di innovazione depositate: 4.166 contro 5.142 del Regno Unito, 6.889 dei Paesi Basi, 7.293 della Svizzera, 10.486 della Francia e ben 25mila della Germania. Mancano invece le risorse. E a questo proposito il piano di Industria 4.0 messo a punto dal governo si pone l'obiettivo di recuperare il gap con gli altri paesi, soprattutto in campo manifatturiero, dove la bassa produttività unita agli altri oneri (cuneo fiscale più alto costo dell'energia) hanno reso meno competitive le nostre aziende. Anche se si parte in ritardo, la rincorsa delle imprese è già iniziata. Nel primo trimestre 2017, gli ordini di macchine utensili sono aumentati del 5,1% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Un trend che conferma la spinta all'innovazione di processo secondo i principi dell'automazione messa in moto nel 2016: il volume d'affari aggregato, secondo, Anie Automazione, ha raggiunto i 4,3 miliardi di euro in crescita del 4%. Basterà per recuperare il terreno perduto? «Le imprese stanno tornando ad investire in innovazione anche se con una velocità ancora troppo bassa rispetto all'andamento negli altri paesi - dice Agostino Santoni, presidente di Assinform, l'associazione italiana per l'information technology e Ceo di Cisco in Italy –; Iot, cybersecurity, big data analytics entrano nelle fabbriche, negli uffici e nelle catene del retail. Tuttavia è bene ricordare che il digitale è un acceleratore di innovazione ma non è innovativo in sé. Per questa ragione il tema delle competenze è centrale. E abbiamo attivato canali di collaborazione con il Miur per dare risposte ai giovani che cercano lavoro e alle imprese che hanno bisogno di competenze hi tech che non trovano sul mercato». Assinform ha appena pubblicato un report in cui la voglia di innovazione si misura con posti di lavoro creati. Dal 2017 al 2018 sono stati creati 85 mila posizioni nel campo Ict, a testimonianza che la trasformazione digitale è già in corso. In particolar modo le aziende cercano specialisti in Cloud, Cyber Security, IoT, Service Development, Service Strategy, Robotics, Cognitive & Artificial Intelligence. «Si cercano figure professionali di questo tipo perché molte imprese stanno ripensando il loro funzionamento interno e il loro modo di interagire con i clienti e i consumatori». Industria 4.0, rivoluzione digitale ma non solo. L'ambiente è diventato core business innovativo per molte società. Sono oltre 385.000 le aziende italiane, quindi il 26,5% del totale, secondo l'ultimo report di Fondazione Symbola GreenItaly, che investono in tecnologie green per ridurre l'impatto ambientale, risparmiare energia e contenere le emissioni di CO2. Una quota che sale al 33% nel manifatturiero, dove l'orientamento green si sta confermando un driver strategico per il made in Italy, traducendosi in maggiore competitività, crescita delle esportazioni, dei fatturati e dell'occupazione. Per capire cosa bolle nella pentola dell'innovazione made in Italy, Censis, Agi e Fondazione Cotec per l'Innovazione Tecnologica hanno lanciato un osservatorio permanente che darà i suoi frutti quest'autunno in un report dedicato anche alla ricerca e sviluppo delle imprese. «L'obiettivo – dice Claudio Roveda, direttore generale di Fondazione Cotec - è far riconoscere che l'innovazione è un fattore trainante e importante dello sviluppo sociale, non è un processo da lasciare solo agli addetti ai lavori, ricercatori e uomini di impresa». I primi risultati della ricerca hanno registrato un dato in controtendenza, ovvero la ripresa degli investimenti delle piccole e microimprese in innovazione. «La nostra analisi realizzata in collaborazione con Cna sulla propensione innovativa delle piccole e microimprese – dice Roveda - ha dimostrato che sono il 60% le imprese che innovano. Lo fanno sulla qualità, sono focalizzate su come migliorare il prodotto». E questa è buona notizia anche secondo Mikkel Draebye, docente di imprenditorialità alla Sda Bocconi, e tutor presso SpeedMiUp, l'incubatore di impresa innovative milanese, secondo cui «l'innovazione non deve essere un simulacro a cui offrire in sacrificio denari in cambio di tecnologia che poi magari non serve». Spesso la soluzione non è tecnologica ma di creatività e buon senso».

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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