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L'innovazione rilancia le Pmi la prossima sfida è l'export
di Giuseppe Travaglini (Ordinario di Politica Economica Università di Urbino Carlo Bo)
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 29 maggio 2017

Eppur si muove. Non è la Terra intorno al Sole ma la galassia delle Pmi di capitali del Centro-Nord italiano. Il Cerved, insieme a Confindustria, ne ha fotografato la recente evoluzione. Nella definizione europea, sono un campione di imprese del settore industriale che occupano tra 10 e 250 addetti e con un fatturato tra 2 e 50 milioni di euro. Sono prevalentemente (82%) imprese piccole da 10 a 49 dipendenti. A livello nazionale rientrano nella classificazione europea circa 136mila imprese, di cui 111mila nel Centro-Nord. Il peso è consistente se misurato in termini di occupati (83,2%), di fatturato (85,5%) e di debiti (84%). Sono dunque una nutrita pattuglia nella super-galassia delle Pmi. Il dato Istat per l'intero universo di questo comparto dimensionale offre un'immagine interessante. Le Pmi di industria e servizi - non solo quelle di capitali - sono il 4,7% della numerosità delle aziende del settore produttivo. Occupano complessivamente il 32,7% degli addetti. E producono il 39% del valore aggiunto del comparto consolidato. Una dimensione importante. L'impatto della crisi economica iniziata nel 2008 è stato però duro. Ma le Pmi, specialmente quelle di maggiore dimensione e che operano nella parte alta della scala tecnologica, hanno resistito al terremoto. In media registrano una produttività di circa 52mila euro per addetto, quasi il doppio delle micro imprese (1-9 addetti), anche se ancora lontano dalle unità di grande dimensione (-31%). Produttività che deve però ancora stabilizzare la sua ripresa dopo la caduta di 7,7 punti registrata tra il 2007 ed il 2014. Tra queste imprese emerge in crescita il nucleo delle Pmi di capitali. Le regioni del Nord-Ovest sono il loro bacino di afferenza più importante (47 mila unità e 1,4 milioni di occupati). Segue il Nord-Est (36 mila unità e 1 milione di occupati). E il Centro (28 mila unità e 750 mila occupati). È un gruppo di imprese che ha vissuto una forte ristrutturazione nell'ultimo decennio e mostra segnali di rafforzamento dal 2014. Ce lo dice il rapporto Cerved. I bilanci 2015 segnalano un consolidamento di queste imprese, specialmente nel Nord, il cui fatturato è cresciuto del 3,2%. E delle imprese del Centro (+2,2%) anche se il divario del fatturato rispetto ai valori pre-crisi resta ampio. Crescono anche i ricavi (+3,1%). E il margine operativo lordo (+3,9%) che sconta però ancora la perdita di valore aggiunto del 30% registrata durante la crisi. Migliora anche la redditività. Quella del capitale misurata dal Roe è tornata a crescere in tutte le Pmi di capitali del Centro-Nord. Restano però inferiori alla media nazionale i dati dell'area del Centro (7,8% contro 8,6%). Le attuali incertezze sulle prospettive della crescita economica, nazionale e internazionale, pesano invece negativamente sulla ripartenza degli investimenti. Quest'ultima è infatti limitata al Centro, dove il rapporto tra investimenti materiali lordi e immobilizzazioni è passato dal 5,6% al 7,1%. Primi segnali di inversione di tendenza sostenuti in parte dalla ripresa della domanda, specialmente estera, e dal successo degli incentivi fiscali. Ma, stabili o in calo sono i valori dei nuovi impegni in beni tangibili e intangibili per le Pmi del Nord-Est (al 6%) e del Nord-Ovest (5,3% dal 5,5% dell'anno precedente). Perciò, un quadro in chiaro e scuro da cui emergono differenze territoriali e settoriali, e primi segnali di ripresa per investimenti e competitività. E tra questi segnali alcuni riguardano l'innovazione, con i suoi aspetti positivi in parte inattesi. Nel Centro-Nord operano oltre 12mila startup e quasi 4mila Pmi di capitali innovative. Queste imprese impiegano oltre 18mila addetti, producono ricavi per 1,66 miliardi e investono quasi 250 milioni. Il settore prevalente è il Mobile e Smartphone, dove si concentra anche la maggior quota di addetti e i valori più alti di fatturato. Nelle regioni del Nord-Est e nel Nord-Ovest prevale invece il settore dell'ecosostenibilità. E nel Centro spiccano per livello di investimenti sia il comparto software e Internet of things che quello dell'ecosostenibilità. Nuovi settori tecnologici a notevole potenziale di crescita. Dunque? Ci sono, si dice, due modi di fare impresa. O si è tecnologicamente avanzati e si compete sulla frontiera dell'innovazione. O si rincorrono le produzioni a basso valore aggiunto competendo sui costi, specialmente del lavoro, compromettendo però la competitività, i redditi e le capacità di crescita. I dati delle Pmi mostrano che una riqualificazione del sistema produttivo nazionale intermedio è ancora possibile a patto che il sistema politico ed amministrativo, e le imprese medesime, siano disposte ad impegnarsi per rafforzare le condizioni di partenza di investimenti e innovazioni destinati all'avanzamento produttivo e alla maggiore internazionalizzazione. Con quali conseguenze? Dal punto di vista macroeconomico le proiezioni per i prossimi anni - per esempio quelle del recente World Economic Outlook dell'Imf - non sono incoraggianti. Le esportazioni italiane dovrebbero, secondo le stime, crescere a tassi intorno al 3%, continuando a sostenere il surplus di conto corrente (2,6% del Pil nel 2016) manifestatosi dal 2013. Ma la domanda interna risentirebbe del rallentamento dei consumi. In questo scenario, il rafforzamento delle Pmi sarebbe strettamente dipendente dalla dinamica delle esportazioni. L'industria manifatturiera italiana, dove opera la buona parte delle Pmi, compete con i paesi Ue, e l'economia tedesca in particolare, nel manifatturiero. E, come è stato osservato (Prometeia 2017), ha aumentato nel tempo il proprio contributo alla catena del valore in Francia (settore moda) e in Germania (settore metalmeccanico). Il riequilibrio strutturale della bilancia commerciale tra Italia e Ue passa dunque anche per le azioni delle Pmi che rafforzano le filiere dell'internazionalizzazione. Le maggiori esportazioni avrebbero l'effetto di rafforzare non solo i nostri flussi commerciali. Ma si rifletterebbero anche nel riequilibrio dei flussi di risparmio e della disoccupazione che paesi come la Germania esportano, insieme ai prodotti, verso i partner europei in deficit. A giovarne sarebbero quindi non solo l'economia italiana e le Pmi, ma anche il sistema economico europeo in continua tensione per le eccessive asimmetrie tra il Nord e il Sud dell'eurozona. Insomma, microeconomia delle imprese e macroeconomia europea devono trovare il punto di equilibrio che dia il doppio dividendo della crescita economica e della stabilità monetaria. Per questo è così importante intercettare, e potenziare attraverso policy adeguate, le pratiche virtuose delle imprese che favoriscono l'innovazione e l'internazionalizzazione. Tra cui anche quelle delle migliori Pmi italiane.

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