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Industria, il mondo in mano ai robot. Ma il lavoro resisterà all'automazione
di Tonia Mastrobuoni
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 6 febbraio 2017

Hal lo ammette, «ho paura». È un sentimento umano, privilegio dei computer più sofisticati. Comincia a cantare, «giro giro tondo». Sempre più lentamente, finché si spegne. E Frank torna padrone dell'astronave. È una delle scene più inquietanti di "2001 Odissea nello spazio". L'astronauta che vince sulla macchina che lo voleva uccidere è la catarsi tipica di uno sterminato filone letterario e cinematografico. Il film di Stanley Kubrick assorbiva nel 1968, nel periodo cruciale dell'uomo sulla luna e della sfida nello spazio tra Usa e Urss, l'angoscia atavica del fantascientifico darwinismo postindustriale. La paura della rivolta delle macchine e della sostituzione degli esseri umani attraverso l'intelligenza artificiale. Sconfiggendo HAL, Frank ristabiliva la famosa prima legge della robotica del grande scrittore di fantascienza Isaac Asimov: "Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno". Oggi quella legge sembra di nuovo in pericolo.
A rischio uno su due. Gli studiosi più pessimisti dicono che negli Stati Uniti, nei prossimi vent'anni, un posto di lavoro su due sarà spazzato via dalle macchine. La sfida dei robot all'uomo è tornata più attuale che mai. Non c'è bisogno di spingersi sul terreno di chi teme che in futuro i computer possano prendere il controllo degli esseri umani come nel capolavoro di Kubrick; e tra loro figurano non aspiranti stregoni ma il fondatore di Microsoft, Bill Gates, e il fisico Stephen Hawking, secondo il quale siamo alla vigilia «di un evento che potrebbe essere il più importante nella storia umana ma anche l'ultimo, se non impariamo ad evitarne i rischi». Ma vale la pena analizzare uno dei fenomeni più studiati negli ultimi anni, quello dell'impatto dei robot sull'occupazione. Innumerevoli ricerche, ormai, calcolano il possibile tasso di sostituzione dei lavoratori attraverso le macchine, cercano di stimare la perdita di posti di lavoro nel vecchio e nel nuovo mondo a causa del progresso tecnologico.
Ed è un discorso che ha moltissimo più a che fare con il tema deflagrato durante la Grande crisi, quello del declino della classe media e delle diseguaglianze, di quanto non si pensi. A metà gennaio, all'ultimo Forum economico mondiale di Davos, c'era anche il consigliere economico di Donald Trump, Anthony Scaramucci. E mentre sulle Alpi svizzere rimbalzavano notizie confuse di top manager che si affannavano a promettere di spostare le fabbriche in America e creare posti di lavori nel Paese che ha annunciato una feroce crociata contro la globalizzazione, un moderatore gli ha fatto la domanda più azzeccata.
Uffici de-umanizzati. «Scusi», ha chiesto a Scaramucci, «voi vi occupate del lavoro delocalizzato in altri Paesi, ma cosa farà Donald Trump con i milioni di posti di lavoro che spariranno nei prossimi anni in America per la digitalizzazione?». Imbarazzato silenzio. Lo spettro delle fabbriche e degli uffici de-umanizzati è antico anche nell'economia più potente del mondo. Nel 1940, nel discorso dello Stato dell'Unione, il presidente americano Franklin Delano Roosevelt disse che la disoccupazione - ancora alle stelle dopo il decennio della Grande Depressione - era dovuta al fatto che «riusciamo a creare posti di lavoro più lentamente di quanti l'innovazione ne faccia sparire». Nei decenni successivi, le paure di Roosevelt e le previsioni apocalittiche dei più pessimisti non si sono mai avverate. L'economia è cambiata, l'industria e la finanza hanno continuato a garantire milioni di posti di lavoro, e anche oggi, nel mezzo di una nuova rivoluzione, quella tecnologica, non tutti concordano con una delle stime più citate. Due studiosi di Oxford, Carl Benedikt Frey e Michael A. Osborne, hanno calcolato che nei prossimi due decenni, il 47% dei lavori negli Stati Uniti potrebbe essere spazzato via dai robot.
E anche chi non concorda con questa devastante previsione, ammettono che ormai nessuno è al riparo dalla digitalizzazione. Quella di pensare che il lavoro in fabbrica sia più a rischio che quello alla scrivania è una pia illusione. Nell'elenco dei mestieri che sono minacciati dall'automazione ce ne sono di "insospettabili": il farmacista, l'avvocato, il giornalista, il baby sitter, il chirurgo, il soldato. Nessuno è al riparo. Quanto ai numeri complessivi, Melanie Arntz, Terry Gregory e Ulrich Zierahn hanno curato uno studio per l'Ocse in cui arrivano a conclusioni molto diverse da quelle dei colleghi di Oxford. Appena il 9% dei posti nei 21 Paesi più industrializzati al mondo sarebbe a rischio, con un picco del 12% in Austria e il record negativo in Corea (7%). L'Italia sarebbe nella media: poco sotto il 10%. Ma l'aspetto interessante è che il loro dato rispecchia una riflessione condivisibile: «il lavoro include sempre una serie di compiti che sono difficili da automatizzare tutti». Inoltre i cambiamenti tecnologici «creano anche nuovi lavori, perché nascono nuovi prodotti e servizi e perché le aziende diventano più competitive e creano nuove tecnologie».
Il caso tedesco. Un esempio viene dalla Germania, che è fra i cinque Paesi che assorbono la stragrande maggioranza, ossia il 70%, dei robot industriali al mondo (gli altri sono la Cina, il Giappone, gli Usa e la Corea). La prima economia europea è esemplare anche perché è trainata dall'industria dell'automobile, che è anche quella che ha comprato il maggior numero di macchine, al livello globale, tra il 2010 e il 2014, e ad un ritmo di crescita da capogiro: in media +27% all'anno. Ma alla Daimler, negli ultimi anni, il prevalere del modello Toyota, dell'automobile "on demand", ha costretto i manager ad un ripensamento. Le ordinazioni che arrivano al colosso dell'automobile, sono le più bizzarre: Swarowski sui fari o rifiniture speciali in oro o chissà. Così, nel tratto finale della catena di montaggio delle Mercedes i robot sono stati sostituiti degli operai. Per venire incontro alle richieste dei singoli clienti ci vuole la mano dell'uomo. I robot non sono abbastanza flessibili. Intelligenti, si potrebbe quasi dire.
La Grande Ristrutturazione. L'economia, insomma, cambia e non imbocca mai una direzione sola. Nell'Ottocento l'agricoltura dava lavoro all'80% degli americani; oggi è il 2%. Ed è una rivoluzione che non ha provocato né pesti né carestìe, ma un mondo nuovo. Però Eric Brynjolfson e Andrew McAfee, autori di "La nuova rivoluzione delle macchine" (Feltrinelli), uno dei maggiori best seller degli ultimi anni su come le tecnologie stanno ridisegnando il mondo, avvertono: «la radice del nostro problema è che non siamo in una Grande Recessione o una Grande Stagnazione, ma nella prima fase di una Grande Ristrutturazione. Le tecnologie corrono e molti dei nostri lavori e delle nostre organizzazioni restano indietro». Per loro è «urgente» che se ne discuta e che gli uomini «riconquistino la guida della corsa».
Uno dei problemi principali posto dalla scomparsa del lavoro è quello poco discusso delle ripercussioni sociali. Richard Freeman, economista di Harvard, parla del rischio di un «feudalesimo dell'età delle macchine«». La robotizzazione, afferma non senza un'eco marxiana, «rischia di dividere le società tra i proprietari dei robot da una parte e i lavoratori dall'altra». Insomma, il maggiore rischio non è un futuro senza lavoro, bensì un futuro in cui i salari saranno in calo o stagnanti (perché le macchine si prenderanno la quota maggiore di lavori ad alta produttività) e la fetta di guadagno che andrà ai proprietari, aumenterà». La robotizzazione rischia dunque di aumentare ulteriormente le diseguaglianze. E questo è un problema centrale, che bisogna cominciare a porsi sin d'ora.

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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