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Imprese, manca lo spirito di squadra e così l'open innovation non decolla
di Andrea Frollà
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 23 ottobre 2017

Mettere d'accordo tutti quelli che si interrogano sui fattori che frenano lo sviluppo dell'open innovation in Italia è un'impresa ardua. E questo già la dice lunga sulla nostra capacità di fare sistema. Il dibattito sul tema si perde nella maggior parte dei casi in una mera difesa di posizione da parte di grandi aziende, Pmi, startup, associazioni e politica che non aiuta molto. Ognuno, a torto o a ragione, scarica le colpe del ritardo sull'altro. C'è chi sostiene che il problema sia strutturale e dovuto alla composizione del tessuto imprenditoriale italiano, dominato numericamente dalle Pmi. Chi si scaglia contro la presunta o meno incapacità delle nuove imprese innovative di fornire prodotti e servizi davvero scalabili e pronti alla prova del mercato. Chi punta il dito contro i big dell'impresa italiana, rei di attribuire scarsa importanza alla ricerca e sviluppo fuori dai confini aziendali. O ancora chi si scaglia contro i professori universitari, accusandoli di essere ancorati a delle logiche da Medioevo, o contro la politica, che sicuramente non è esente da colpe ma che presa come entità omnicomprensiva diventa un bersaglio troppo facile. La verità risiede probabilmente in ciascuna di queste affermazioni, seppur con pesi diversi che comunque sono difficili da inquadrare in modo oggettivo.
In ogni caso questa diatriba è ciò che di più lontano esiste dal concetto di open innovation e fare tutti un passo indietro, arrivando anche a mettere in discussione le certezze cementificate nel corso degli anni, per farne uno avanti tutti insieme potrebbe rivelarsi un buon punto di partenza. Nell'attesa e nella speranza che ciò accada può essere utile passare ai raggi X una delle tante carte sul tavolo da gioco, considerata da molti addetti ai lavori tra le più decisive: il rapporto fra le aziende consolidate e le startup. Un amore mai sbocciato fino in fondo che oggi conta molte iniziative, ma ancora poco supporto in termini di apporto di capitali ai piccoli. Senza entrare nel dibattito fra chi sostiene che i progetti proposti dalle startup non siano meritevoli di assegni pesanti e chi sottolinea il disinteresse pressoché totale delle aziende, il dato di fatto è che il sostegno delle imprese dell'economia italiana appare limitato per lo più a iniziative di collaborazione che faticano ad andare oltre gli hackathon, i premi all'innovazione o i percorsi di incubazione e accelerazione dal portafoglio sgonfio. Fare di più è possibile? La risposta viene spontanea e alcuni dati dicono che sicuramente conviene. Secondo l'Osservatorio sull'Open Innovation e il Corporate Venture Capital italiano promosso da Assolombarda, Italia Startup e Smau, in partnership con Cerved Group e Bto Research, che sarà presentato domani in occasione della prima giornata di Smau Milano, in Italia sono 2.154 le startup innovative (iscritte al registro Mise) partecipate da almeno una corporate e 6.727 le aziende che hanno investito in una nuova impresa innovativa. Il dato che merita una particolare attenzione è che le startup partecipate dalle realtà corporate crescono più di quelle partecipate da fondi di investimento (il 77% ha visto i ricavi aumentare fra il 2015 e il 2016). Non è tutto, perché se la quota corporate è sinonimo di crescita del fatturato lo è anche di tasso di fallimento significativamente più basso: 4,1% nel corso del 2015 contro il 16% delle realtà partecipate da un investitore specializzato. Numeri che, a prescindere dal fatto che volume dei ricavi e tasso di fallimento siano o meno i migliori indici per valutare il fenomeno startup come in tanti ripetono, segnalano un certo grado di bontà della presenza delle grandi aziende nel capitale di rischio di quelle imprese neonate che grandi aspirano ad esserlo. Dai dati dell'Osservatorio Open Innovation e Corporate Venture Capital emerge anche che ad investire in startup innovative sono società di tutte le dimensioni, anche se come era lecito attendersi la presenza corporate è relativamente più alta tra le imprese medio-grandi: hanno partecipazioni in startup innovative il 6,7% delle grandi società, il 2% delle medie e lo 0,65% delle società più piccole. Si tratta comunque di un fenomeno che cresce per tutte le dimensioni, con tassi più alti tra le Pmi, e che dovrebbe trovare una spinta ulteriore dalle modifiche introdotte dal governo che hanno rafforzato e reso permanenti gli incentivi fiscali per chi investe in startup innovative. Negli uffici del Mise si sta comunque continuando a ragionare in generale su come mobilitare più risorse pubbliche e private, prendendo ad esempio in considerazione l'ipotesi che dove ci sia un investimento in equity si inneschi un moltiplicatore con risorse pubbliche tramite strumenti di debito, che prevedano una logica di lungo termine con un forte pre-ammortamento e con interessi minimi se non nulli. Tornando all'ambito del venture capital in salsa corporate, la speranza che anima gli startupper italiani e molti osservatori è che la platea di investitori aziendali cresca e lo faccia a ritmi interessanti. Un trend che potrebbe aiutare è senz'altro un allargamento settoriale degli investitori. Potenzialmente non esiste infatti un comparto che non possa dire la sua nel mondo degli investimenti corporate, essendo la digitalizzazione un processo che ormai tocca ogni ambito della nostra vita quotidiana e di conseguenza qualsiasi mercato. Quello che alcuni addetti ai lavori ripetono a gran voce è che servirebbe un pizzico di coraggio in più, specialmente da parte delle grandi aziende. Dove trovarlo? Forse in un approccio orientato più alla valorizzazione e meno al profitto nel breve termine. Rinunciare a qualcosa oggi per incassare di più domani, portandosi uno dei tanti piccoli nel mondo dei grandi. Tanto facile a dirsi quanto non facile a farsi.

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