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Il futuro è l'economia circolare e l'Europa premia chi investe
di Vito de Ceglia
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 23 ottobre 2017

Si chiama bioeconomia e rappresenta la rivoluzione industriale del terzo millennio: dopo quella del vapore nel Settecento, quella delle fonti fossili nell'Ottocento e quella tecnologica del Novecento, da qui in avanti sarà con questa rivoluzione che dovremo fare i conti. Sia che si tratti di prodotti tradizionali realizzati dalle nostre filiere industriali, sia che si tratti di sostanze organiche generate dalla terra o dal mare, c'è sempre un filo rosso che li unisce: la possibilità di essere riciclati, riutilizzati e soprattutto valorizzati. La cosiddetta "chiusura del cerchio", o meglio conosciuta come "economia circolare": dove tutto nasce, vive, muore e rinasce, magari sotto altre forme, per ritornare nel circuito economico e creare valore aggiunto. Le basi per sviluppare la bioeconomia ci sono già, basti pensare che oggi in Europa vale più di 2 mila miliardi di euro e dà lavoro a 22 milioni di persone. Mentre in Italia vale 254 miliardi di euro e circa 1,7 milioni di occupati (Fonte: Centro Studi Intesa Sanpaolo). Gli strumenti per implementarla anche: basti pensare alle nuove tecnologia abilitanti dell'industria 4.0 — IoT, Big Data e Analytics — che offrono enormi opportunità per accelerare la transizione verso un'economia circolare partendo da quella lineare che costituisce ancora oggi il paradigma consolidato per la produzione e il consumo di beni e servizi nella nostra epoca. Paradigma che si basa sul presupposto per il quale i beni di cui usufruiamo debbano seguire un ciclo di vita che si apre con l'estrazione delle materie prime, prosegue con la loro trasformazione in semilavorati e prodotti finiti che vengono utilizzati dai consumatori (intermedi e finali), per concludersi con lo smaltimento e l'eliminazione degli "scarti" e dei prodotti stessi (ormai diventati "rifiuti") dal processo economico. L'Europa crede così tanto in questa transizione che due anni fa ha adottato un pacchetto di misure, il "Circular Economy Package", che stanzia ingenti finanziamenti in favore dei paesi membri: 1.150 milioni di euro gestiti direttamente dall'Ue — 650 attraverso il progetto Horizon 2020 e 500 attraverso progetti di partnership pubblico-private, i cosiddetti PPPs — e altri 5,5 miliardi di fondi strutturali a disposizione delle regioni. Secondo le previsioni di Bruxelles, l'economia circolare — oltre a ridurre l'utilizzo di materie prime e le emissioni di CO2 — da qui al 2030 creerà oltre il 7% di crescita del Pil e più di un milione di nuovi posti di lavoro che saranno rigorosamente green.
Non solo, secondo le stime dell'Ocse, sempre entro quella data, le biotecnologie avranno un peso enorme nell'economia mondiale: 50% dei prodotti agricoli, 80% dei prodotti farmaceutici, 35% dei prodotti chimici e industriali, incidendo complessivamente per il 2,7% del Pil globale. Secondo stime dell'Ue inoltre, ogni euro investito nella bioeconomia oggi genererà un valore aggiunto di 10 euro entro il 2025. Sono sufficienti questi numeri per capire qual è la posta in gioco. Una scommessa, a quanto pare, che la Ue vuole vincere come dimostrano i nuovi obiettivi che ha imposto ai paesi membri sul riciclo dei rifiuti: quelli complessivi salgono al 65% al 2025 e al 75% al 2030. Quelli urbani rispettivamente al 60% e al 70%. Quelli degli imballaggi al 70% e all'80%. Con la prospettiva di conferire in discarica una quota di rifiuti del 25% nel 2025 e del 5% nel 2030. Obiettivi, quelli della Ue, che in realtà il nostro Paese ha già raggiunto come certificano i risultati ottenuti dal sistema Conai (Consorzio nazionale imballaggi) il quale riporta che il livello generale al 2025 (65%) è stato già ampiamente superato con il 67% di rifiuti d'imballaggio avviati al riciclo. Così come sono stati superati in anticipo gli obiettivi al 2025 per carta e cartone (80%), per i metalli (77% acciaio e 73% alluminio), per il legno (61%) ed è molto vicino per il vetro (71%). Un pò più distante è invece l'obiettivo di riciclo della plastica (41%). Secondo Edoardo Croci, coordinatore del Geo (Green Economy Observatory) dello Iefe-Università Bocconi, «il raggiungimento degli obiettivi di riciclo al 2030 posti dall'Ue per gli imballaggi comporterà un aumento dei quantitativi di rifiuti da gestire, ma anche un aumento dell'occupazione diretta nel settore di circa 15mila unità rispetto al 2015 e il risparmio di circa 18 milioni di tonnellate di CO2. Se monetizzato, questo risparmio ammonterebbe a circa 1 miliardo di euro di esternalità evitate». Dall'uso intelligente dei rifiuti alle nuove frontiere del monitoraggio e del controllo ambientale. Anche in questo campo la Ue ha avviato un'azione innovativa — Int-Cach — che nell'ambito del progetto Horizon 2020 mira a rivoluzione le modalità esistenti di gestione delle risorse idriche. Si parte da un dato: ogni anno in Europa vengono trattate nei depuratori più di 40 miliardi di metri cubi di acque reflue, ma ne vengono riusati soltanto 964 milioni di metri cubi. Nell'ambito del piano IntCach, l'Italia si è distinta: perché su 170 proposte presentate, meno di 10 hanno ottenuto un finanziamento (quasi 9 milioni di euro complessivi). E una di queste è il progetto sul bacino di Lago di Garda promosso dall'Università di Verona, il laboratorio di ingegneria chimica dell'ambiente e dei bioprocessi (Lablcab) e Ags, l'azienda Gardesana Servizi. Progetto coordinato dal professore dell'Università di Verona Francesco Fatone, membro del Comitato scientifico di Ecomondo: «Tra i vari obiettivi c'è quello di sperimentare l'uso di una flotta di droni acquatici intelligenti in grado di misurare in modo geolocalizzato i parametri utili a valutare lo stato di salute del bacino: ossigeno disciolto, pH, conducibilità, metalli e idrocarburi. I droni sono comandati da un'intelligenza artificiale che consentirà loro di muoversi in modo semiautonomo».

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