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Il circolo vizioso dei pagamenti: così i ritardi soffocano le imprese
di Vito de Ceglia
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 19 dicembre 2016

Oltre la metà degli imprenditori italiani è convinta che i ritardi nei pagamenti accumulati dall'amministrazione pubblica e dai clienti privati abbiano un forte impatto sulla crescita della propria azienda. In Europa questa opinione è condivisa solo dal 40% dei loro colleghi. Non solo: probabilmente, il problema più grave è che tre quarti delle aziende italiane giudica il ritardo intenzionale come una delle cause principali nelle dilazioni di pagamento. A fronte di una media europea pari al 63%. E l'indice di rischio di pagamento del nostro Paese è il secondo più alto in Europa (dopo quello della Bosnia), benché le imprese italiane appaiano cautamente più ottimiste della media europea sulla normalizzazione dei rapporti finanziari con i loro committenti. Questa situazione penalizza soprattutto le piccole imprese. I ritardi, infatti, per le Pmi spesso si trasformano in perdite secche: la percentuale di crediti diventati inesigibili per le piccole e medie aziende italiane è schizzata al 4,2% del totale dei crediti vantati contro l'1,6% delle grandi aziende e una media del sistema imprenditoriale pari al 3,8%. In Europa il nostro Paese fa meglio solo di Grecia (5,8 per cento), Bosnia e Bulgaria (4,2 per cento). Per fare qualche paragone con economie omogenee per dimensione: in Germania la quota di crediti diventati inesigibili per le imprese è al 3,7%, in Spagna al 3%, nel Regno Unito al 2,6%, in Francia all'1,7%. È evidente che tale situazione crei nel nostro Paese un diffuso clima di disagio sociale oltre che economico: il 28% degli italiani in età da lavoro ha preso in considerazione l'idea di emigrare all'estero; peggio fanno solo Grecia e Ungheria con una quota del 30% di potenziali espatriati. Il motivo? I problemi finanziari: a fronte del 20% di italiani per i quali il proprio stato economico sta migliorando, il 34% ammette di avere serie difficoltà a pagare i conti e il 30% di non avere abbastanza denaro per condurre un'esistenza dignitosa. Nell'ultimo anno, quello che emerge chiaramente è che perlomeno il 45% degli utenti ha pagato in ritardo una bolletta e il 15% dei capifamiglia ha chiesto un prestito, formalmente o informalmente, per pagare le spese correnti. Il 44% di questi ultimi ha fatto ricorso alla propria famiglia, a conferma che i parenti rappresentino oggi il più importante ammortizzatore sociale. Nello stesso tempo, gli italiani dimostrano di essere tradizionalmente delle "formiche" (il 62% ritiene che risparmiare sia importante). Anche se la propensione al risparmio è senza dubbio più una scelta cogente che una decisione volontaria. Non a caso, solo il 42% riesce effettivamente a risparmiare rispetto al 50% della media europea. Un complesso che alla lunga, partendo dai singoli clienti e/o contribuenti, indebolisce l'intera catena di pagamenti. A descrivere questo universo (e le loro conseguenze sul sistema socio-economico) sono "European Consumer Payment Report 2016" e "European Payment Report 2016", le due indagini annuali condotte in ventuno Paesi europei da IntrumJustitia, la multinazionale svedese attiva nel credit management fondata nel 1923 e quotata in Borsa. Indagini che monitorano la situazione dei pagamenti pubblici e privati nel Vecchio Continente. "European Payment Report" sottolinea, ad esempio, come in tutta Europa soprattutto le piccole e medie imprese siano schiacciate dalle condizioni di pagamento da parte dei grandi gruppi e della Pubblica amministrazione. Il 41% delle Pmi, infatti, ritiene che i ritardati (o mancati) pagamenti ostacolino la propria crescita, contro il 30% delle grandi imprese. Addirittura, il 35% delle Pmi europee sostiene che i problemi nei pagamenti costituiscano un rischio per la loro sopravvivenza, a fronte del 23% di grandi imprese che si sentono nella stessa situazione. Insomma, più di un terzo di piccole e medie imprese corre seri rischi per i pagamenti non fatti in tempo. Una debolezza che giocoforza influisce anche sull'occupazione: il 34% delle Pmi sarebbe incline ad assumere (a fronte di un 25% di grandi imprese) se la tempistica contrattuale dei pagamenti fosse rispettata. Le imprese italiane, secondo le indagini di IntrumJustitia, soffrono sensibilmente anche i ritardi nei pagamenti della Pubblica amministrazione. In Europa il settore pubblico paga i propri fornitori in media dopo 36 giorni. La Pubblica amministrazione italiana ne impiega 131. Anche se la situazione è decisamente in miglioramento, il nostro Paese rimane secondo solo alla Grecia per i ritardi e molto avanti a Spagna, Portogallo, Irlanda e Francia che seguono. Nonostante il "battage" che l'ha accompagnata non ha avuto grandi effetti, finora, la direttiva europea sui ritardi di pagamento delle pubbliche amministrazioni. Mediamente è nota al 28% delle imprese. In Italia, probabilmente per i cronici ritardi che rendono la materia più scottante, ne è a conoscenza ben il 58%. Quanto alle conseguenze, però, gli imprenditori italiani non le hanno percepite: quasi la maggioranza, cioè l'87%, pensa che non abbia avuto nessuna conseguenza, il 2% non sa rispondere e appena l'11% ritiene che abbia influenzato positivamente i tempi di pagamento e migliorato la loro situazione. Di conseguenza, solo un quarto delle imprese è favorevole alla estensione della direttiva europea anche ai privati. Ma al futuro gli imprenditori italiani guardano con una discreta fiducia, superiore a quella della media europea. Solo il 13% ritiene che nei prossimi dodici mesi la situazione sul fronte dei pagamenti peggiori, contro una media del 15. Mentre il 17% è convinto che la situazione migliori a fronte dell'11% della media.

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