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Il big bang, dieci anni dopo. Che cosa è cambiato a Wall Street
di Federico Fubini
Corriere della Sera
Mercoledì 2 agosto 2017

Era un tranquillo giovedì di inizio agosto, il 9 del mese. Quasi esattamente dieci anni fa. Due giorni prima la Federal Reserve aveva deciso di non lasciare i tassi d'interesse principali al 5,25%. Dal comunicato della banca centrale americana emergeva appena qualche increspatura in una navigazione apparentemente tranquilla: «I mercati finanziari sono stati volatili nelle ultime settimane – si leggeva – e le condizioni di credito sono diventate più restrittive per alcune famiglie e imprese, mentre prosegue la correzione dei valori immobiliari. Nondimeno, sembra probabile che l'economia continui a espandersi, sostenuta da una solida crescita dell'occupazione e una robusta economia globale». Dopo queste parole, i principali banchieri centrali del pianeta migrarono verso le loro località di vacanza.
Non sapevano in quei giorni di dieci anni fa che il mondo stava per cambiare. Per sempre. Prima nei mercati finanziari, poi nei sistemi economici, infine negli equilibri politici fra forze tradizionali e le posizioni che presto sarebbero state bollate come «populiste». Due giorni dopo quelle parole rassicuranti della Fed, era arrivato il primo segnale che non tutto era sotto controllo. La banca francese Bnp ammette di aver bloccato le richieste dei clienti di ritirare i propri soldi da tre fondi investiti in mutui ipotecari americani. È l'inizio ufficiale della crisi dei subprime e di una trasformazione dell'economia globale con la quale presto dovrà fare i conti la prossima generazione di leader delle grandi istituzioni monetarie: quella che sarà al completo fra poco più di due anni, quando scadrà il mandato di Mario Draghi alla Banca centrale europea.
La grande trasformazione inizia su una spiaggia della Bretagna giovedì 9 agosto 2007. Il quel momento il presidente di allora della Bce, l'ex governatore francese Jean-Claude Trichet, compie una scelta contraddittoria con la sua reputazione di uomo cauto e conservatore: delibera un'iniziazione straordinaria di liquidità per 94,8 miliardi di euro per 49 istituti di credito dell'area. Allora sembrava una somma colossale per un'operazione ad hoc. Fino a quel giorno la Bce aveva fornito fondi straordinari per una cifra più alta solo all'indomani dell'11 settembre 2001. Ma è solo l'inizio, perché alla crisi dei subprime dell'agosto 2007 fa seguito la corsa agli sportelli e il collasso di Northern Rock a Londra a settembre, la crisi delle grandi banche di Wall Street all'inizio del 2008 con il fallimento di Lehman Brother a settembre di quell'anno e la crisi del debito nell'area euro che parte dalla Grecia a novembre del 2009 si attenua solo dall'autunno del 2012; segue una lunga crisi bancaria strisciante in Irlanda, in Spagna, in Germania, a Cipro e in Italia con la quale l'Europa fa ancora i conti.
Dieci anni dopo l'evento che ha trasformato il mondo, più della crisi stessa, sembra la sua risposta. Quel gesto di Trichet dalle sue vacations estivales e ciò che ne è seguito. Quei 94 miliardi presto sarebbero diventati una goccia nell'inondazione di denaro sprigionata dalle banche centrali per rispondere alla crisi.
All'inizio del 2006 la somma dei bilanci della Fed, della Bce, della Banca del Giappone, della Banca popolare della Cina, della Bank of England e della Banca nazionale svizzera valeva l'equivalente di poco più di cinquemila miliardi di dollari. Era l'ammontare delle passività dei principali istituti di emissione, il denaro che essi avevano messo in circolazione. Giunti a metà del 2017, siamo a 19 mila miliardi di dollari. E questa somma resta ancora in crescita costante con la prosecuzione dei programmi di creazione di moneta e acquisto di titoli attivi alla Bce (60 miliardi di euro al mese almeno fino alla fine dell'anno), alla Bank of England (10 miliardi di sterline al mese fino all'inizio del 2018) e alla Banca del Giappone (l'equivalente di circa 40 miliardi di dollari al mese).
L'ondata dei prestiti straordinari e poi del quantitative easing (creazione di moneta e acquisti) ha avuto fasi e modi diversi. Molti pensano per esempio che l'area euro non avrebbe avuto una doppia recessione, la crisi del debito e la deflazione se la Bce avesse seguito la Fed negli interventi più aggressivi già nel 2009. Come sostiene Alberto Gallo di Algebris, un fondo d'investimento di Londra, l'enorme massa di moneta introdotta in circolazione in questi anni ha avuto però anche altri effetti: ha soppresso la volatilità dei mercati, oggi vicina ai minimi di sempre, e ha spinto verso l'alto le valutazioni praticamente di tutte le attività finanziarie dopo il grande crash della prima parte del decennio.
Dai minimi di 848 punti del febbraio 2009 lo S&P500, il principale listino di Wall Street, è salito in una linea quasi retta fino ai 2.466 punti degli ultimi giorni. I rendimenti dei titoli di Stato italiani a dieci anni sono passati da oltre il 7% a minimi (non più attuali) dell'1% quando anche la Bce ha lanciato il quantitative easing. Questo fenomeno – sostiene Gallo – ha stabilizzato i mercati, ma anche alimentato le diseguaglianze fra chi ha e chi non ha patrimoni per approfittare dell'onda di piena delle banche centrali. La risposta politica dei ceti medio-bassi non si è fatta attendere: hanno votato per la Brexit a giugno del 2016 e hanno eletto Donald Trump negli Stati Uniti a novembre scorso. Qui è la prossima sfida: sempre guidate dalla Fed, in anticipo su tutte fin dal 2009, presto le banche centrali dovranno prima fermare la creazione di moneta e poi iniziare e ritirarla, riducendo i propri bilanci. Lo faranno in un momento in piena fase di transizione della loro leadership: la prossima generazione di signori (e signore) del denaro sarà dunque chiamata a disfare con cautela ciò che questa ha fatto. Il ricambio tocca tutti, e presto.
All'inizio del 2018 scade il mandato della presidente Janet Yellen alla Fed e a giugno quello del suo vicepresidente Stanley Fischer; a giugno del 2018 scadono anche gli otto anni del vicepresidente della Bce Vitor Constancio, mentre anche il capo-economista Peter Praet ha davanti a sé altri due anni a Francoforte e lo stesso Draghi poco di più. A Londra, il governatore (canadese) della Bank of England Mark Carney ha dichiarato che lascerà nel 2019, mentre anche il governatore giapponese Haruhiko Kuroda va verso la fine del suo mandato (ma con buone chance di riconferma). Gli equilibri politici instabili rivelati dalla Brexit e da Trump potrebbero spingere per la nomina di banchieri centrali meno generosi con la creazione di moneta e il sostegno ai mercati. La cui fragile stabilità, in ogni caso, verrà presto messa alla prova.

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