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Il bazooka e l'illusione dell'effetto-leva
di Marcello Esposito
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 29 maggio 2017

È passato poco più di un anno dalla nascita di Atlante, il fondo che avrebbe dovuto salvare il sistema bancario italiano dalle implicazioni sistemiche della crisi dei non performing loan. L'esito è sotto gli occhi di tutti. «Del senno di poi - dicevano i nostri maestri - sono piene le fosse», eppure basta rileggere le memorie di Hank Paulson per capire che Atlante non solo non sarebbe riuscito nel suo scopo di liberare le banche italiane dal fardello dei crediti deteriorati, ma ne sarebbe stato travolto. Nel 2008 il ministro del Tesoro degli Stati Uniti coniò il termine "bazooka" per comunicare ai mercati nella maniera più chiara possibile la dimensione delle risorse che l'Amministrazione americana avrebbe utilizzato per fermare la crisi di fiducia che stava portando al collasso il sistema finanziario internazionale: solo per il Tarp, il programma di acquisti di titoli "tossici" varato all'indomani del fallimento di Lehman Brothers, furono messi a disposizione 700 miliardi di dollari. Una cifra enorme, soprattutto per un'epoca che non era ancora abituata a sentire parlare di Quantitative Easing o di tassi negativi.
D'altro canto, la pericolosità di una crisi sistemica è che si auto-alimenta, trascinando indistintamente i buoni e i cattivi. Per fermarla non è sufficiente intervenire a tappare la singola falla. Si sprecano solo denaro e tempo. E' necessario mettere in campo risorse sufficienti per coprire e mettere in sicurezza l'intero sistema.
Così facendo si blocca il panico e si minimizza l'esborso di denaro pubblico. Anche perché il bazooka talvolta non è nemmeno necessario usarlo. Basta mostrarlo. Nell'estate del 2012, il Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, promise di fare «whatever it takes» per salvare l'euro. Il fatto di poter disporre della potenza di fuoco di tutte le banche centrali dell'Eurosistema rese credibile la promessa e quelle parole bastarono per bloccare la spirale speculativa. Al contrario di questi due famosi precedenti, l'Italia ha inizialmente tentato di risolvere il problema dei non-performing loan promuovendo una soluzione di "sistema", il fondo Atlante per l'appunto, le cui dimensioni erano palesemente al limite della significatività rispetto alla massa di crediti inesigibili o dubbi. Il miracolo si sarebbe dovuto ottenere con la "leva finanziaria". Il sogno di Archimede - sollevare il mondo se solo si disponesse di una leva sufficientemente lunga - è stato spesso condiviso dalla Finanza. A partire dai titoli "salsiccia" del periodo pre-Lehman fino ad arrivare al piano Juncker di rilancio degli investimenti in Europa, l'effetto leva viene evocato ogniqualvolta esista un evidente squilibrio tra le risorse disponibili e i problemi che si hanno di fronte. Ma il sogno della Finanza, come quello di Archimede, è destinato a rimanere tale: se le leve sono troppo lunghe, si spezzano alla minima pressione. Un altro punto di criticità strutturale di Atlante sta proprio nell'essere una soluzione di "sistema". Questa caratteristica è stata sempre esaltata, anche dalla stessa Commissione Europea. Ed è indubbiamente ammirevole che il sistema finanziario italiano abbia cercato di imbastire una soluzione privata, senza impiego di denaro pubblico. Tuttavia, quando le crisi sono "sistemiche", difficilmente una soluzione può arrivare dall'interno del sistema stesso. Uno dei rari contro-esempi è rappresentato dalla crisi del 1907 negli Stati Uniti, risolta grazie all'opera di uno dei maggiori banchieri di sempre, John Pierpont Morgan. Eppure, fu proprio la crisi del 1907 che accelerò la nascita della Federal Reserve con la funzione di prestatore di ultima istanza garantita dal contribuente americano. Alla fine, mettendo a disposizione 20 miliardi di denaro pubblico per la ricapitalizzazione degli istituti creditizi più deboli, l'Italia si è piegata al principio di realtà. E, con l'Italia, l'Europa. Che ha di fatto accettato un'interpretazione flessibile delle regole che dovrebbero governare le crisi bancarie nell'era della Banking Union. La Direttiva comunitaria si basa infatti su principi teoricamente condivisibili, ma in molti casi inapplicabili. Osservando il risultato delle trattative in corso tra Roma, Francoforte e Bruxelles, se ne deduce, ad esempio, che il famigerato bail-in dei depositanti è stato (fortunatamente) seppellito. Vista la difficoltà a proporlo anche per le obbligazioni subordinate, chissà in quali casi verrà mai applicato. Si è proceduto ad un trattamento differenziato tra tipologie di investitori e risparmiatori, recuperando una sorta di principio di "non retroattività". Si è riconosciuto, con un'interpretazione delle norme sulla ricapitalizzazione prudenziale ai limiti della razionalità sematica, che di fatto esistono banche "too big to fail". Infine, come era plausibile aspettarsi, il tentativo di tagliare il nesso tra rischio sovrano e rischio bancario è miseramente fallito alla prima prova seria, quella del salvataggio del Monte dei Paschi di Siena.

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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