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Il banchiere torna custode del rischio
di Antonio Quaglio
Il Sole 24 Ore
Lunedì 2 aprile 2012

Alcune grandi banche italiane stanno rinnovando le loro presidenze: Alessandro Profumo è stato appena designato per il Montepaschi, mentre i grandi azionisti di UniCredit stanno accelerando su una short list composta da Giuseppe Vita, Angelo Tantazzi e Gian Maria Gros-Pietro. Mentre Piazza Affari continua a ricamare sui nomi, i Cda di tutti i gruppi creditizi italiani hanno provveduto a predisporre per la Banca d'Italia un «documento di sintesi» sullo sviluppo della governance societaria. La scadenza era fissata per la fine di marzo. L'aveva ribadita all'inizio dell'anno il neo-governatore Ignazio Visco. Lo scorso settembre l'Eba ha emanato le sue ponderose linee-guida sui nuovi modelli di governance che devono pilotare il sistema bancario europeo definitivamente fuori dalla crisi e in aprile è atteso dall'Europarlamento il primo via libera alla bozza di direttiva «Crd-4»: in concreto, l'adozione di Basilea 3 da parte della Ue. Al rafforzamento degli standard patrimoniali in funzione anti-crisi è esplicitamente collegato il rafforzamento dei presidi di governance su tutti i fronti di rischio bancario. Ma qual è l'identikit del "nuovo banchiere", in filigrana fra le sigle della ri-regolazione?
«Usciamo da un'epoca caratterizzata da figure molto forti ai vertici dei gruppi bancari», ha ammesso Piergaetano Marchetti, giurista-guru del grande credito nazionale. La sottolineatura del giurista della Bocconi è giunta in una sede non banale: un seminario organizzato sul tema dall'Istituto centrale delle banche popolari, che ha dato il benvenuto milanese a Stefano De Paolis, nuovo capo della vigilanza Bankitalia sui gruppi bancari (una delle primissime nomine di Visco).
Sul tavolo, anche quel giorno, la circolare di inizio anno con cui Via Nazionale ha voluto ribadire un concetto tutt'altro che banale: il mestiere del banchiere - anzi: della pluralità di soggetti che gestiscono una banca - è «il governo dei rischi» (inizio del paragrafo 2). E nella governance societaria così come nel management aziendale assumono maggior rilievo figure come il comitato di controllo interno e il chief risk officer (paragrafo 3). Sembra burocratese da addetti ai lavori, ma non lo è.
Non per caso l'occhio di Marchetti ha colto e segnalato un cambio di stagione: nell'exit strategy dalla Grande crisi conteranno meno le one-man-bank e di più le istituzioni amministrate da strutture collegiali, ben fornite di "controlli e contrappesi". E nella "cassetta degli attrezzi del banchiere" - almeno di quella raccomandata da Eba e Banca d'Italia - tornano a essere decisivi strumenti molto tradizionali: quelli del tempo in cui amministratore delegato/direttore generale di una banca - se non addirittura presidente - diventava chi aveva maturato una lunga esperienza nella concessione dei crediti o nei rapporti con la clientela.
Oggi i rischi da tenere sotto controllo non sono più solo quelli "di controparte" (la circolare Bankitalia li enumera nella cornice di Basilea 3: «di credito, di mercato, operativi, reputazionali, di liquidità e funding»). E poi dopo lo tsunami del 2008, l'archetipo del chief executive officer, «uomo solo al comando», votato alla massimizzazione dei profitti a breve termine e del valore dell'azione in Borsa, è tutt'altro che popolare. I board bancari, suggeriscono invece le autorità, devono tornare popolati di consiglieri «pianamente consapevoli dei poteri e degli obblighi»; «dotati di professionalità adeguate»; «con competenze diffuse»; «che dedichino tempo e risorse adeguati alla complessità dell'incarico». Non da ultimo: il profilo dei «consiglieri non esecutivi» dev'essere adeguato «a svolgere un'importante funzione dialettica». Traduzione: non devono avere timore di dire di no ai super-banchieri quando vogliono correre veloci come spesso hanno fatto negli ultimi vent'anni. La traduzione di Marchetti è ancora più esplicita sul versante del conflitto d'interessi: «In banca ci vogliono amministratori disposti a metterci la faccia e a votare in consiglio nell'interesse della banca. Non dobbiamo più sentire qualcuno dire: "Voto così perché rappresento l'azionista X o Y"».

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