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  :: Rassegna stampa - Documento

I professional italiani più deboli di quelli europei
di Luigi Dell'Olio
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 12 dicembre 2016

Sicuri di sé, disposti a cambiare azienda anche a costo di uscire dai confini nazionali, interessati a contrattare con i datori le modalità di formazione ancor più che la retribuzione. È l'immagine scattata da Kelly Services relativamente ai professional & technical, cioè i lavoratori altamente qualificati che operano in settori nei quali le competenze professionali possono fare la differenza come information technology, science, engineering e finance. L'indagine, realizzata su scala europea e presentata in esclusiva per l'Italia da questo giornale, lancia un allarme: il divario tra il desiderio dei lavoratori di migliorarsi e l'offerta dei propri datori di lavoro crea un rischio di esodo, di un continuo turnover che alla lunga andrebbe a penalizzare i conti aziendali e la capacità delle imprese di restare sul mercato in maniera competitiva. In tutto il Vecchio Continente i professional & technical credono che migliorare le proprie competenze sia importante (71%, ben al di sopra della media globale che si attesta al 64%), ma ritengono che gli investimenti delle aziende per le quali operano nel formare queste competenze siano inadeguati: non che manchi la buona volontà, e spesso anche le risorse economiche, ma c'è distanza tra le priorità percepite dai capi azienda e le necessità avvertite da chi ogni giorno opera sul mercato. La maggioranza dei p & t italiani (59%) afferma che la possibilità di un licenziamento li spaventa meno dell'obsolescenza delle competenze. Insomma la resilienza, intesa come capacità di resistere alle fluttuazioni di mercato, è una priorità per i lavoratori dotati di competenze avanzate. Al tempo stesso, la maggioranza dei professional and technical (62%) ritiene che la propria figura sia molto ricercata sul mercato e questa consapevolezza favorisce il cambio di lavoro se le aspettative non vengono soddisfatte. Anche perché, in un mercato sempre più globalizzato, anche i compiti richiesti a dirigenti e quadri elevati nei vari Paesi europei tendono a uniformarsi. «I cicli lavorativi non sono mai stati così brevi come oggi: la durata di un'occupazione va da cinque a sette anni, con una tendenza a diminuire ulteriormente», spiega Stefano Giorgetti, amministratore delegato e vice president di Kelly Services Italia. «Per questo motivo, il bisogno di formazione, di aggiornamento e di qualificazione professionale è sempre più urgente. Quando ci confrontiamo con i millennials, scopriamo che progettano di restare in un'azienda per un periodo compreso tra i tre e i cinque anni». In questo contesto di instabilità, i lavoratori reagiscono all'incertezza cercando di gestire autonomamente la propria carriera, cercando di acquisire competenze che permettano loro di avere successo in qualsiasi azienda e di fronte a qualsiasi cambiamento. Una sfida per le aziende, chiamate a uno sforzo aggiuntivo per tenere ben stretti i talenti che possono fare la differenza. Quanto allo spaccato per Paese, i lavoratori (in generale, senza cioè distinzione di ruoli) in Francia e in Russia sono quelli più convinti del proprio valore sul mercato (67%), a seguire ci sono la Germania con il 60%, la Svizzera con il 57%, la Polonia (55%), l'Irlanda (43%), la Norvegia (40%), il Portogallo (39%), la Danimarca (38%) e l'Italia, con solo il 38% degli intervistati che dichiara di ritenere di essere una figura appetibile sul mercato. Dati che si spiegano con la maggiore rigidità del nostro mercato del lavoro e con la difficoltà a intercettare la ripresa internazionale, che rende meno frequenti i cambi di casacca.

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