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  :: Rassegna stampa - Documento

I padroni stranieri del debito pubblico: 800 miliardi di euro a caccia di stabilità
di Eugenio Occorsio
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 12 giugno 2017

Effetto boomerang sui Tories dal voto in Gran Bretagna, rassicurazioni di Draghi su tassi e quantitative easing, clamoroso showdown per la legge elettorale in Italia: un finale di settimana travolgente che ha fatto quasi dimenticare l'allarme di pochissimi giorni prima lanciato da Pimco, Pacific Investment Management Company, uno dei più grandi investitori al mondo nei titoli a reddito fisso. Che invece resta lì, scolpito nella pietra: "La nostra posizione passa da sovrappesati a neutral", è stato il laconico annuncio. Leggasi: non compriamo più, almeno per il momento, titoli del debito pubblico italiano. Anche perché, aggiungeva perfidamente il report, in fondo danno il 2% o anche meno, il gioco non vale la candela visti i rischi politici insiti. Rischi che stanno aumentando ancora una volta, dicono gli investitori stranieri. Sta di fatto che dopo Pimco sono arrivate le pronunce altrettanto scettiche di JP Morgan, Merrill Linch, Barclays. Istituzioni che muovono, alla pari di altri potenti money center globali - dai fondi sovrani agli hedge fund, da finanziarie come Fidelity alle banche centrali, fino a George Soros - almeno un terzo dei 2240,13 miliardi di debito pubblico italiano.
Siano essi mossi da intenti speculativi come gli hedge fund o da più sobrie volontà di risparmio come finanziarie tipo Amundi, Anima o le stesse Poste, tutti i protagonisti citati e molti altri ancora, sono alle prese con una sfida diuturna e sfibrante che determinerà il rendimento e la valutazione del loro investimento: decifrare i mille risvolti della politica italiana per capire se il nostro Paese è finalmente rientrato nel novero di quelli affidabili e può avere qualche speranza di risalire nel rating con tutte le conseguenze in termini di tassi, affidabilità, credito. Una risalita che, come ha detto sempre durante l'animatissima settimana scorsa Standard & Poor's, ancora non è possibile, al contrario della maggior parte dell'eurozona. L'analisi del day to day oggi è ancora una volta negativa anche se con diverse eccezioni. «Si combinano due fattori diabolici: ovviamente il rapporto debito/Pil che staziona sul livello quasi senza eguali del 132%, e l'inaffidabilità del quadro politico», spiega Ugo Lancioni, managing director di Neuberger Berman, casa di investimento globale fondata nel 1939 a New York con oltre 267 miliardi di dollari in gestione (non è dato sapere quanti in Italia) e 1900 analisti in 19 Paesi. «L'investitore internazionale medio, ci piaccia o no, agisce d'istinto: quando legge che il rapporto debito/Pil da quattro anni non si sblocca dai dintorni del 130% e poi della frammentazione politica, dell'incapacità di darsi una legge elettorale, dei ritardi nelle riforme dalla giustizia civile e fallimentare alla burocrazia, si chiede: ma perché mai devo correre questo rischio? E se non vi basta aggiungete a questo l'incognita che alle prossime elezioni, siano quando siano, non è affatto chiaro se ci sarà una maggioranza solida e compatta».
La vulnerabilità dell'Italia aggrava una situazione concorrenziale già pesante: «Nel mondo ci sono un bel po' di titoli che danno un rendimento assai maggiore», puntualizza Alida Carcano, ceo della Value Investments di Lugano. «Mettetevi nei panni di un investitore, che so, giapponese: un'obbligazione Goldman Sachs con la tripla A rende il 3,5%: perché non dovrei comprarla invece dei Btp che rendono poco più del 2 e portano l'imbarazzante marchio di "italiani" con la tripla B?».
Ottocento miliardi
Gli investitori stranieri detengono oggi, scrive la Banca d'Italia nel suo ultimo bollettino "Finanza pubblica: fabbisogno e debito", circa il 37% del totale del debito pubblico, ovvero poco meno di 800 miliardi. È una valutazione precisa perché basata sulle denunce di ogni banca sulla nazionalità dei detentori di Bot, Btp e quant'altro, anche acquistati sul mercato secondario. Altrettanto puntuale è l'identificazione della nazionalità di chi ha comprato i titoli italiani: la Banca d'Italia li chiama "detentori round-trip ", cioè gli italiani che comprano titoli attraverso finanziarie estere, dai fondi lussemburghesi fino alla Pioneer oggi passata da Unicredit ad Amundi. E stiamo parlando di circa un terzo dei possessori di questi 800 miliardi. L'unico dettaglio non pubblico né "scopribile" è l'intestazione puntuale del debito. La cifra complessiva, si legge poi negli allegati alla Relazione annuale della stessa Bankitalia consegnata il 31 maggio scorso, è in netta diminuzione anno dopo anno: era del 52% ancora nel 2010, e superava il 60% all'inizio del decennio precedente. «Che ci sia se non una fuga, una fuoriuscita costante di investitori stranieri dall'Italia è nei fatti», spiega Lorenzo Codogno, che era capo economista del Tesoro nei momenti più difficili della crisi e poi da un paio d'anni se ne è andato a Londra a gestire il suo think-tank. «L'esodo è stato massiccio, comprensibilmente, fra il 2010 e l'inizio del 2012, quando si poneva seriamente il dubbio che l'Italia potesse fallire, e le grandi finanziarie estere quasi spudoratamente rivendicavano di aver abbandonato l'Italia. Da allora i livelli non si sono più ripresi. Da qualche mese, poi, diciamo dalle settimane precedenti il referendum costituzionale di dicembre, l'uscita è ricominciata. Basta leggere i saldi della bilancia dei pagamenti per rendersene conto». Anche la Banca dei Regolamenti internazionali, la banca centrale delle banche centrali di Basilea, l'ha confermato: nei nove mesi fra il settembre 2016 e il maggio 2017 sono usciti dall'Italia, non solo in titoli di Stato ma anche in azioni e obbligazioni societarie, oltre 100 miliardi di euro. E di investimenti netti, neanche l'ombra. Ma anche la quota in possesso delle famiglie italiane, si legge sempre nei documenti della Banca d'Italia, è in netto calo. Il grosso dei Btp oggi è in mano a banche italiane, compagnie di assicurazioni e fondi pensione nostrani.
Paese di frontiera
«C'è il pericolo che l'Italia finisca col diventare agli occhi dei colossi finanziari mondiali monetari, almeno alcuni, un Paese di frontiera, nel senso che vi si guarda solo con intenti speculativi», commenta Alessandro Allegri, ceo di Ambrosetti AM Sim. «Un altro rischio è che, vista la facilità di movimenti di capitali, anche gli investitori italiani finiscano con l'abbandonare l'Italia». In questo scenario, «operazioni come i Pir sono da guardare con favore, certo era meglio se venivano aperti agli stranieri perché avrebbero dato un motivo nuovo per fermare il deflusso di capitali».
Fattori positivi
In tutto questo, si scorge per fortuna qualche segnale positivo. Una voce non ininfluente è quella di Morgan Stanley, che movimenta diverse decine di miliardi di debito pubblico italiano. «Abbiamo appena rivisto al rialzo le previsioni di crescita dell'Italia per il 2017 dallo 0,8 all'1,2%», dice Daniele Antonucci, senior european economist dalla sede di Londra della finanziaria. «La disoccupazione non è ancora scesa molto ma finalmente si è smesso di bruciare posti e si è ricominciato a crearne, e questo è anche merito del Jobs Act, il debito privato si mantiene basso, e l'Italia, che esporta molto all'interno dell'eurozona, sta cogliendo almeno in parte i frutti della ripresa ciclica che si sta diffondendo in Europa». Qualche speranza di una ripresa degli acquisti dall'estero? «Servono segnali più forti soprattutto sul rapporto debito/Pil. È importante ma non basta intervenire solo sul denominatore, cioè alzare crescita e inflazione, peraltro difficile nel breve, nella speranza che così il rapporto divenga meno pesante. Occorre intervenire sul debito vero e proprio, con programmi di privatizzazioni, di tagli strutturali di spesa, di innalzamento dell'avanzo primario».
Il "tapering"
Ora per i mercati si sta per aprire un'ennesima sfida, quella del tapering, cioè la fine delle misure straordinarie della Bce, dai tassi a zero al QE, che avrà riflessi diretti sul comportamento degli stranieri. «Un rialzo dei tassi fisiologico e graduale, quale si verificherà probaibilmente dopo la fine del QE (nel 2018, ndr) non sarebbe in sé pericoloso se accompagnato a un aumento della cresoicta e dell'inflazione», spiega Matteo Ramenghi, chief investment officer di Ubs a Milano. «Diventerebbe però molto più preoccupante se per qualche motivo dovesse spargersi l'inquietudine per l'alto debito italiano e quindi il rialzo fosse frutto del risk premium». Lo scenario insomma di una ripetizione delle vendite a cascata del 2011-12 non è affatto scongiurato.

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