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I dirigenti senza lavoro sono 10 mila e le Pmi continuano a lasciarli a spasso
di Catia Barone
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 20 febbraio 2017

Gli ingredienti ci sono tutti, ma la ricetta non funziona. Il mercato del lavoro italiano continua a vivere una situazione paradossale: 10 mila dirigenti a spasso e Pmi che hanno bisogno di manager per non morire. Eppure l'ingranaggio si blocca puntualmente. La domanda e l'offerta di lavoro non trovano un punto di incontro, lasciando dietro di loro una voragine manageriale sempre più profonda. Com'è possibile tutto questo? Per Stefano Cuzzilla Presidente di Federmanager, la risposta è molto semplice: «Dipende dalla tipologia del nostro tessuto produttivo, troppo legato alle aziende familiari poco aperte a figure manageriali». In effetti, se guardiamo al mondo industriale, 3 milioni e 600 mila imprese hanno meno di 10 dipendenti «e questo è un problema vero – continua Cuzzilla - anche perché oggi parliamo di industria 4.0, ma ci dimentichiamo che le Pmi sono la parte vitale del nostro Paese che rischia di essere totalmente marginalizzata». L'incontro dei dirigenti con le Pmi non è mai facile: «In Italia lo è ancora meno, soprattutto per i manager - aggiunge Enrico Pedretti direttore marketing Manageritalia –; a pesare di più è l'aspetto culturale, che vede le nostre imprese familiari affidarsi troppo poco a manager esterni». E i dati lo confermano: imprese di questo tipo in Italia (80% del totale come nel resto d'Europa) sono per due terzi (67%) gestite solo dai parenti dell'imprenditore, contro il 35% della Spagna, il 28% della Germania, il 25 della Francia e il 10% dell'UK. «Dal 2008 ad oggi abbiamo visto che in Italia la fascia alta del mondo del lavoro si è ridotta del 15%, mentre all'estero (Francia, Germania e Inghilterra) è aumentata del 10%», spiega Mario Cardoni, direttore generale di Federmanager. «Il turnover annuale è pari al 10% della categoria, ed oggi ci sono più di 10 mila dirigenti nel limbo», sottolinea Cardoni. Per intenderci, stiamo parlando di manager che guadagnano dai 90 ai 120 mila lordi all'anno: direttori o responsabili di produzione, del marketing strategici, del settore amministrativo, della comunicazione e delle tecniche informatiche. «I manager e le pmi appaiono come una trasmissione su due frequenze diverse», dice Federico Sacchi, amministratore delegato di CdI Manager, società di selezione e ricerca manager. «La piccola o media impresa sa bene che deve prendere nuove competenze di alto livello perché le professionalità che finora hanno portato avanti la media impresa italiana non sono più adeguate – continua Sacchi –; allo stesso tempo l'imprenditore è un po' troppo preoccupato dell'impatto che un manager può avere sulla sua azienda. Il cambiamento spaventa, non è sempre ben voluto». Per Enrico Pedretti «pesa anche la scarsa capacità dell'impresa di individuare quali competenze e quale figura le servono realmente». «Non è vero che spesso cerchiamo ciò di cui abbiamo bisogno – aggiunge Federico Sacchi, amministratore delegato di CdI Manager - ma ciò di cui pensiamo di aver bisogno». La colpa è, comunque, sempre a metà: «Manager e Pmi necessitano di un update sinergico su quel che serve per lavorare al meglio insieme e competere con efficacia – conclude Pedretti –; oggi, ad esempio, avere una cultura, esperienza e mentalità digitale è un must nella ricerca di dirigenti da parte di tutte le aziende, soprattutto quelle multinazionali e grandi». Alessio Fiaschi oggi Strategic and business consultant presso The European House-Ambrosetti, per anni è stato un temporary manager, e conosce fin troppo bene tutte queste difficoltà: «Spesso l'azienda considera il temporary manager un finto dirigente a tempo determinato, a volte non dà neanche deleghe e obiettivi precisi. È chiaro che così non può funzionare». Mentre alcuni dirigenti affrontano il lavoro a tempo come se fosse un ripiego o una consulenza «ed è altrettanto sbagliato – sostiene Fiaschi - un temporary manager deve portare a temine un progetto e poi spostarsi su altro, tenendo ben presente che non è possibile avere i benefit di prima, l'auto aziendale, la poltrona di pelle. È un altro mestiere». Ancor più difficile è la fase di selezione dei manager. Quando le pmi non si rivolgono alle associazioni di categoria o ai cacciatori di teste (casi comunque poco frequenti), resta la rete delle conoscenze e il mondo on-line: «Se oggi vado su LinkedIn o su altre piattaforme, trovo qualsiasi tipologia di domanda e offerta di lavoro – chiosa Federico Sacchi - e in linea teorica per una azienda è molto facile cercare un manager e viceversa. Il problema è che non esistono dei filtri utili: sembrano tutti competenti e in grado di fare qualsiasi cosa». «LikedIn è una fantastica forma di network, ma solo di network non di recruiting – commenta Alberto Fiaschi -; sulla piattaforma non c'è scritto che cosa sei davvero in grado di fare e come affronti i problemi e le sfide. Il fai da te non può funzionare». Certo, le iniziative per facilitare l'incontro di manager e pmi non mancano e le associazioni di categoria puntano su formazione, incontri e diffusione di una cultura manageriale nelle piccole imprese, ma ci vuole molto di più: «Il piano governativo dell'industria 4.0 ha un progetto mirato alla formazione di tremila manager, ma non so quanto ci vorrà per portarlo a termine - dice Mario Cardoni, direttore generale di Federmanager -; in realtà, noi abbiamo già tremila manager pronti, che potrebbero assumere il ruolo di "contaminatori digitali" del mondo delle Pmi. Il rischio, però, è perdere troppo tempo e intanto vedere affondare le nostre imprese».

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