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E' guerra all'Eba sulle Pmi. In gioco 20 miliardi di prestiti
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 16 novembre 2015

Banche e piccole e medie imprese sullo stesso fronte? Raramente si è visto che le Pmi, che tradizionalmente considerano gli istituti di credito degli avversari, combattano la medesima battaglia contro un comune nemico. Eppure è proprio quel che sta accadendo da qualche mese a questa parte, da quando l'Abi, l'associazione delle banche italiane, è diventata la capofila di un fronte compatto che, a livello europeo, lotta per favorire il credito alle Pmi. Lo scacchiere dove si combatte questa guerra sotterranea è l'Eba, l'autorità europea di regolamentazione bancaria. Il conflitto sta entrando nel vivo e da qui a pochi mesi si deciderà la sorte di un istituto che in questi anni di crisi ha permesso di salvare le piccole e medie imprese dall'inasprimento delle condizioni sul credito che sarebbero derivate dai nuovi criteri di Basilea 3. Si tratta dello "Sme supporting Factor", laddove "Sme" sta per "small and medium enterprises", ovvero piccole e medie imprese. È un fattore correttivo di quella è che la richiesta di capitale quando gli istituti di credito prestano alle Pmi. L'attuale impostazione regolamentare, infatti, derivata dall'applicazione dei criteri di Basilea 3, richiede maggior capitale nel caso di finanziamenti alle Pmi, rendendoli meno appetibili. In base a questa normativa generale, che considera quindi le Pmi più rischiose delle grandi imprese, le banche avrebbero dovuto prestare a condizioni peggiori, o prestare meno. Per mitigare questi effetti, dal primo gennaio 2014 era stata introdotta una modifica regolamentare denominata appunto "fattore di supporto alle Pmi", che permette alle banche di ridurre la teorica dotazione di capitale quando prestano a queste entità. Ma questa norma è transitoria e l'aria che tira all'Eba non è favorevole alla proroga di questo istituto. La sua cessazione avrebbe, per molti paesi dove le Pmi giocano un ruolo importante nell'economia, effetti deleteri. Per l'Italia si tratta – secondo calcoli di fonte bancaria – di un ammontare almeno pari a 20 miliardi di finanziamenti che sarebbero o impossibili (giacché la banca avrebbe più interesse a prestare solo alle grandi imprese) o avverrebbero a tassi più elevati o a condizioni peggiorative. Non proprio quel che ci vorrebbe per sostenere una ripresa che c'è (più 0,9 per cento il Pil nel 2015) ma che è considerata fragile. Sarebbe un problema in più anche per il governo italiano, impegnato nel favorire il consolidamento di questa ripresa. Per fortuna l'Italia non è sola su questo fronte. Anche Spagna, Francia e Germania hanno un'economia basata in gran parte sulle Pmi. Tuttavia c'è una sostanziale differenza. Il nostro paese, secondo i dati pubblicati dalla stessa Eba, produce il 79,9 per cento dell'occupazione e il 67,6 per cento del valore aggiunto con le piccole e medie imprese. La Spagna è quella che più si avvicina all'Italia con il 74,2 per cento dell'occupazione e il 63,3 per cento del valore aggiunto. Ma Francia, Finlandia, Germania, Gran Bretagna – paesi dove sono dominanti le big corporate - sono invece agli ultimi posti di questa classifica con un tasso di occupazione derivante dalle Pmi compreso tra il 63 e il 53 per cento, e un tasso di valore sul totale aggiunto compreso tra il 58,5 e il 50,3. Inoltre, le Pmi italiane hanno in genere una taglia molto più piccola e sono più numerose: 259 mila contro le 215 mila della Spagna, le 183 mila della Germania e le 113 mila della Francia. Insomma, non è detto che l'Italia possa avere tanti alleati all'Eba al di là della Spagna e di altri paesi secondari. Tantopiù che l'Autorità bancaria europea ha sempre mal digerito questa vera e propria eccezione alle norme generali sul credito che essa stessa ha sempre considerato – come ammette la stessa Abi – "transitoria" nella fase iniziale di applicazione di Basilea 3. Il fattore correttivo fu introdotto anche grazie al grosso lavoro di lobbying svolto dall'entourage di Antonio Tajani, fino al 2014 commissario all'industria della Ue. Ma ora Tajani non c'è più e l'Italia ha perso un valido supporter, addentro alle cose europee. A combattere in prima fila c'è ora soprattutto l'Abi, che con il suo paper dell'ottobre scorso argomenta a favore del mantenimento e anzi dell'allargamento dello Sme supporting factor anche a finanziamenti superiori a 1,5 milioni, considerati di valore troppo basso per le Pmi italiane. Ma a rappresentare l'Italia in seno all'Autorità europea c'è soprattutto la Banca d'Italia, che opera attraverso il vice direttore generale Luigi Federico Signorini, unico rappresentante italiano. Il timore di molti è che anche stavolta si ripeta la solita spaccatura fra paesi del centro e del Nord Europa e paesi mediterranei che già si è vista in altre occasioni, ad esempio sui parametri e le modalità con cui sono avvenuti gli stress test, da alcuni considerati penalizzanti per le banche italiane. «La battaglia è solo agli inizi – commenta Gianfranco Torriero, vicedirettore generale dell'Abi –. La volta scorsa furono anche il Parlamento e la Commissione europei a esaminare la questione e a sollecitare l'Eba». Ma tanto tempo, poi, non c'è: entro il prossimo febbraio all'Eba dovranno pervenire tutte le osservazioni. Poi l'Eba elaborerà le sue proposte per la Commissione, che dovrà decidere definitivamente entro il gennaio 2017.

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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