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«Guai se si ridurranno le risorse destinate alle Pmi»
di Giovanni Marabelli
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 1 novembre 2010

All'appuntamento manca meno di un mese, poi, dopo il definitivo via libera dei capi di Stato e di Governo del G20, che si riuniranno a Seoul il 12 novembre, Basilea 3 diverrà una realtà e le banche dovranno avviare quel processo graduale che le porterà a dotarsi di più solidi requisiti patrimoniali. Una misura che dovrebbe mettere il sistema creditizio al riparo di una nuova crisi, ma che crea non poche preoccupazioni alle imprese che temono l'accentuarsi delle difficoltà di accesso al credito.
«Gli strumenti per far sì che le banche siano forti e competitive sono sempre i benvenuti - dice Ivan Malavasi, presidente della Cna -. Non a caso la Cna si è espressa favorevolmente alle misure messe in campo dal governo per far fronte alla crisi, misure che hanno permesso ai nostri istituti di credito di resistere assai meglio di quelli europei. Noi siamo consapevoli della necessità di mettere "in sicurezza" il sistema creditizio aumentando in misura appropriata la sua capitalizzazione e il rapporto tra questa e la concessione del credito. Senza un sistema finanziario forte e sano, infatti, non può esservi sviluppo e crescita economica. Tuttavia, occorre dire che è vero anche il contrario: non vi può essere un sistema finanziario forte se le imprese sono deboli o sono costrette a cessare l'attività per mancanza di crediti».
Il vostro dunque è un "sì" alle nuove regole?
«Sì a nuove regole ma ad alcune condizioni. La prima è che siano vincolanti per tutti non solo per alcuni. Bisogna infatti ricordare che Basilea 2 non fu mai sottoscritta dagli Stati Uniti, il Paese da cui è partita la crisi. La seconda è per noi fondamentale: i regolamenti sono internazionali, mentre le economie e gli operatori economici non hanno le stesse caratteristiche organizzative e dimensionali. Una regolamentazione non in grado di cogliere queste specificità, sarebbe per noi inaccettabile. Nelle intese di Seoul occorrerà far valere proprio questo nostro Dna economico. In Italia, oltre il 90% delle imprese è di piccola o piccolissima dimensione. Non è pensabile che la stessa norma possa valere per la grande impresa, per l'artigiano e per chi specula».
Non temete che le nuove misure possano costituire un vincolo che limiterà inevitabilmente l'accesso al credito e quindi frenerà la crescita?
«Bisogna assolutamente evitare che il rafforzamento di vincoli patrimoniali si trasformi in una riduzione della massa di risorse destinate al credito. Le piccole imprese, a differenza delle grandi che possono ricorrere ad altri mezzi di finanziamento, hanno come unico canale quello bancario. Se dovessero chiudersi i rubinetti, o se il costo per ottenere un prestito diventasse proibitivo le conseguenze per le Pmi potrebbero essere drammatiche».
Con Basilea 2 avevate già registrato una stretta?
«Sì. In questi ultimi due anni, le imprese artigiane e in generale quelle di piccola dimensione, hanno sofferto e incontrato non poche difficoltà nella relazione con il sistema del credito. Una situazione resa più drammatica dalla fase recessiva. Ciò nonostante i piccoli hanno tenuto, dando fondo a tutte le risorse possibili pur di salvare imprese e occupazione».
E adesso?
«Adesso la situazione è migliorata leggermente, ma siamo ancora ben lontani dai livelli precrisi. Mai come in questo momento è necessario saper distinguere per favorire gli investimenti, le innovazioni, l'internazionalizzazione, lo sviluppo. Il sistema finanziario italiano si regge su equilibri fragilissimi. Gli artigiani e le Pmi per andare avanti e per crescere hanno bisogno della fiducia, senza riserve mentali o preconcetti, del sistema creditizio. Al contrario ci troviamo di fronte a un meccanismo che eroga finanziamenti a dosi omeopatiche, con procedure e lungaggini burocratiche insostenibili e spesso a costi proibitivi».
La gradualità nell'adozione delle nuove regole non dovrebbe però causare problemi immediati.
«Lo spero vivamente. La gradualità rappresenta una garanzia. C'è però da dire che un'economia debole, e che non cresce al ritmo dei suoi principali competitori, inevitabilmente, non può che incontrare maggiori difficoltà nell'adozione delle regole internazionali. L'Italia ha l'assoluta necessità di rimettere in moto la propria economia, indirizzando le poche risorse disponili a sostegno della crescita e dello sviluppo economico. E' urgente il varo di una vera politica industriale che sappia orientare il sistema delle imprese, che determini le priorità che sostenga e favorisca il made in Italy nei diversi mercati mondiali. Le banche e le imprese sono i due veri motori di questo rilancio. Per questo bisogna assolutamente evitare che l'impegno delle banche ad accrescere la loro capitalizzazione si traduca in una maggiore difficoltà per le imprese».
Cosa proponete per evitare questo rischio?
«E' assolutamente necessario rafforzare il rapporto di collaborazione tra le banche, le associazioni di impresa ed i consorzi fidi, anche attraverso la valorizzazione della conoscenza degli elementi qualitativi ai fini di una corretta valutazione del merito creditizio delle imprese. Tutte le organizzazioni che aderiscono a Rete Imprese Italia, che danno voce a un universo fatto di 4 milioni e mezzo di imprese, che danno lavoro a 14 milioni di addetti e che pompano 800 miliardi di valore aggiunto ogni anno, chiedono di poter partecipare, con spirito collaborativo, alla messa appunto delle linee generali degli interventi che riguarderanno il credito. Protagoniste le banche, come è giusto e sacrosanto, e protagonisti gli artigiani e le Pmi che sono l'altra metà della stessa mela. Siamo il cuore dell'economia del Paese: non conviene a nessuno farci correre con la zavorra».

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