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Fusioni, nuove tecnologie, app: 100 mila bancari in pericolo
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 18 settembre 2017

Da un certo punto di vista i bancari dovrebbero essere i più preoccupati fra tutti i lavoratori. Sì, è vero, in ogni impresa le nuove tecnologie spingono da anni verso ristrutturazioni e tagli al personale. Ma per dipendenti del settore bancario i timori sono al quadrato o al cubo. Infatti si trovano di fronte a un fuoco incrociato di fusioni bancarie (con relativa emersione di eccessi di personale per migliaia di posti) e di rivoluzioni informatiche tali da rendere superflue molte delle filiali fisiche e degli addetti, mentre anche i processi interni vengono sempre più digitalizzati e non richiedono il lavoro di persone in carne ed ossa. Inoltre, è cambiata ormai l'abitudine dei clienti: vanno sempre meno allo sportello ed effettuano la maggior parte delle loro operazioni da remoto. Infine, le banche tradizionali con dipendenti e sportelli cominciano a subire la concorrenze delle piattaforme Fintech che fanno le stesse cose ma utilizzando solo smartphone e computer. Proprio la settimana scorsa Vikram Pandit, ceo di Citibank dal 2007 al 2012 e ora ad di Orogen Group, ha prospettato un futuro di lacrime e sangue per il settore bancario americano. E quindi, indirettamente, di tutto il mondo. Ha parlato della necessità di ridurre del 30 per cento il personale nei prossimi cinque anni. In pratica uno su tre se ne dovrebbe andare o dovrebbe essere licenziato, travolto dalla rivoluzione informatica che sta cambiando alla radice il modo di fare banca. In Italia, tanto per capirsi, se fosse vera l'asserzione di Pandit, dovrebbero andarsene in cinque anni poco meno di 100 mila delle 295 mila persone al lavoro, circa 20 mila all'anno. E pochi mesi fa, a giugno, il chief operating officer di Bank of America, Tom Montag, aveva dichiarato che la sua società continuerà a tagliare i costi cercando nuovi modi con cui la tecnologia possa rimpiazzare le persone. Scenari apocalittici per i dipendenti del credito, spinti fuori da app inteligenti, operazioni da remoto e persino dai nuovi "assistenti virtuali", sorta di robot che rispondono al telefono o su computer con un rassicurante viso umanoide. Ma, un po' perché forse i numeri sono esagerati, un po' perché nei paesi anglossassoni i licenziamenti sono più facili e i manager hanno una maggiore propensione a soluzioni drastiche, un po' perché in Italia c'è invece Mamma Banca a proteggere i suoi figlioli, qui i dipendenti allo sportello possono dormire, se non proprio sonni tranquilli, almeno meno agitati. Infatti negli ultimi 10 anni i dipendenti sono diminuiti di 45 mila unità, circa 4500 all'anno, passando da 340 mila ai 295 mila di oggi. Ma sempre volontariamente. «In Italia - spiega il presidente dell'Abi, Antonio Patuelli - sono stati evitati i licenziamenti, puntando sugli esodi incentivati. Del resto, il rapporto con i sindacati è molto costruttivo. La fase di recessione, unita a quelle delle fusioni e all'esplosione della tecnologia hanno reso complesso questo momento. Tuttavia non sono pessimista: il mondo bancario ha già affrontato ben due rivoluzioni tecnologiche, dal passaggio nella seconda metà del Novecento dalle operazioni manuali a quelle meccanizzate e poi a quelle informatizzate con la creazione dei grandi centri di elaborazioni dati. Ora siamo di fronte alla digitalizzazione e al cambiamento di abitudini dei clienti, che usano ormai computer e cellulari per le loro operazioni. Stiamo affrontando con successo anche questa terza rivoluzione indistriale». Del resto, se è vero che la rivoluzione digitale in atto cancella la necessità di alcuni lavori più ripetitivi, ne crea altri: «Soprattutto nel settore informatico - dice Stefano Sperimborgo, managing director di Accenture Strategy - come le varie professionalità ingegneristiche. Ma è possibile, e gli istituti di credito lo stanno facendo, trasferire personale dalle filiali chiuse e in sovrappiù e dalle operazioni più ripetitive alla consulenza, magari dopo corsi di formazione». Certo, la velocità di trasformazione del credito è gigantesca, e forse le banche avrebbero bisogno di meno dipendenti. «Ma non occorre esagerare la portata del costo del lavoro - aggiunge Sperimborgo - che rappresenta il 38 per cento dei costi operativi. La verità è che esiste un'ampia gamma di costi che possono essere tagliati, ad esempio sul patrimonio immobiliare e molti istituti lo stanno facendo: la filiale fisica ci sarà sempre ma sarà diversa. E anche per i dipendenti ci sono molte occasioni di ricollocamento interno nel wealth-private e nell'assistenza ai clienti nel passaggio al digitale».

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