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Fondi pensione, patrimonio triplicato in 10 anni di riforma
di Vittoria Puledda
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 5 giugno 2017

La «riforma della riforma» della previdenza complementare, che ha appena doppiato la boa dei dieci anni, mostra un settore in discreto stato di salute e, nello stesso tempo, la sostanziale battuta d'arresto dei fondi negoziali. Ma sopratutto, anche grazie all'inflazione molto contenuta, ha garantito nella quasi totalità dei casi performance ben più soddisfacenti rispetto a quanto ha guadagnato chi ha girato le spalle a questa forma di risparmio differito nel tempo, lasciando il Tfr in azienda (o all'Inps, nel caso di strutture piccole). Ma andiamo per gradi. Dieci anni fa fu introdotto per i fondi pensione il criterio del cosiddetto silenzio-assenso: rispetto ad un riforma che stentava a decollare, fu stabilito il trasferimento automatico del Tfr al fondo pensione per tutti i dipendenti.
Questo trasferimento automatico andava effettuato entro un arco di tempo dato, a meno che esplicitamente non fosse chiesto di lasciare il Trattamento di fine rapporto in azienda, come era prima. Un matrimonio indissolubile, quello con i fondi, perché una volta scelta l'adesione non si può più tornare indietro (ma si può cambiare fondo) che alla lunga ha convinto molti lavoratori ad aderire al secondo pilastro: a fine 2006 il totale degli iscritti era un po' sotto i due milioni e mezzo, gli ultimi dati Covip per il 2017 mostrano adesioni per quasi 7 milioni e mezzo (escludendo dal calcolo gli iscritti ai cosiddetti "vecchi Pip", che non si sono adeguati alla nuova normativa sulla previdenza complementare). Anche il patrimonio ha fatto un bel salto in avanti, dai 47 miliardi di fine 2006 ai 143 di fine 2016. Ovvio che ci sia un effetto trascinamento: chi si è iscritto non può uscire, quindi i contributi (e il patrimonio) aumenta per forza di inerzia, nonostante sia molto diffusa la pratica di chiedere anticipi sul montante accumulato. Però nonostante tutti i distinguo, i numeri mostrano una crescita rispetto al decennio precedente.
I fondi negoziali. Eppure, nel mondo dei fondi negoziali (quelli più "classici" della riforma complementare, che raccolgono le adesioni dei dipendenti su base contrattuale) il clima non è certo da festeggiamenti. «Dopo l'aumento esponenziale, seguito alla riforma della norma sul silenzio-assenso, ci sono stati lunghi anni in sordina - spiega Maurizio Agazzi, segretario di Assofondipensione - in cui non c'è stata continuità da parte delle autorità; non è aumentata la consapevolezza, né l'educazione finanziaria. I numeri più importanti li hanno fatti i Pip, grazie a reti di vendita molto aggressive e determinate».
La crisi occupazionale. La crisi occupazione ovviamente ha inciso: Cometa, il fondo più grande come patrimonio (quello dei metalmeccanici) negli ultimi tre anni ha perso 100 mila iscritti ma l'intero comparto in dieci anni ha perso 200 mila addetti su un milione di occupati. I conti son presto fatti. E quasi solo grazie al fatto che ora in alcuni contratti di categoria c'è l'adesione obbligatoria al fondo pensione negoziale (ad esempio gli edili, dal 2015) questo settore continua a crescere, seppure al rallentatore.
Le altre forme. Anche i fondi aperti hanno avuto un buon incremento (avevano 440 mila iscritti a fine 2006, dieci anni dopo erano ben oltre il milione (1,258) ma il vero boom è tutto per i Piani pensionistici individuali: ad onta del fatto che nel caso di adesione a questa forma pensionistica il contributo del datore di lavoro sia possibile ma solo su base volontaria, sono proprio i Pip gli strumenti che hanno avuto il successo maggiore e a fine 2016 avevano quasi 2,9 milioni di aderenti (senza considerare quelli ancora legati ai Pip "vecchi"). In genere hanno costi piuttosto alti ma anche buoni rendimenti - sopratutto nella versione unit linked - se i mercati vanno bene (molto più dei fondi negoziali, nella media) ma anche risultati in forte calo se i mercati vanno male (molto più dei negoziali). Insomma, sono mediamente strumenti molto più aggressivi sotto il profilo della gestione finanziaria.
I rendimenti. Tutto sommato, la verifica più confortante è che negli ultimi dieci anni le forme di previdenza complementare hanno - nella media - battuto il rendimento del Tfr lasciato a "dormire" in azienda. Anche solo considerando la performance finanziaria, cioè senza tener conto del risparmio fiscale sui contributi del datore di lavoro, nei dieci anni al primo trimestre 2017 il rendimento medio annuo composto del Trattamento di fine rapporto è stato pari al 2,49 per cento. Come si vede dal grafico a fianco (ndr: non disponibile), che ha preso in considerazione i fondi di maggiori dimensioni patrimoniali, praticamente tutti i comparti hanno battuto questo "rendimento" fissato per legge (tranne le linee garantite, che proteggono dai crolli di mercato per statuto, ma offrono rendimenti più bassi). Occorre tener presente però che il Tfr si rivaluta dell'1,5 per cento applicato al 75 per cento dell'inflazione: ovvio che in anni di crescita dei prezzi inesistente e persino tendente al negativo, il tasso di rivalutazione sia piuttosto compresso. Un'ultima considerazione: la previdenza complementare dovrebbe garantire, nel momento in cui si va in pensione, un'integrazione al trattamento obbligatorio. Ma da quando sono nati i fondi pensione, i fondi negoziali hanno erogato rendite mensili solo in 80 casi; tutti gli altri hanno optato per incassare il capitale in un'unica soluzione.

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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