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  :: Rassegna stampa - Documento

Factoring al galoppo, il business si avvicina a quota 100 miliardi
di Luigi dell'Olio
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 19 settembre 2016

La domanda di mercato, che resta sostenuta a fronte delle difficoltà di accesso al credito tradizionale, ma anche la capacità dell'offerta di rinnovarsi continuamente alla ricerca di territori inesplorati. Ci sono diverse ragioni per spiegare la crescita continua del factoring nel nostro Paese. Gli ultimi dati di mercato, riferiti al consuntivo del primo semestre a opera di Assifact, confermano che il trend di crescita non accenna a fermarsi. Il turnover (giro d'affari) tra gennaio e giugno si è attestato a quota 93,75 miliardi di euro, con un progresso del 2,76% rispetto allo stesso periodo del 2015. Segno evidente di come si stia facendo strada tra le aziende del nostro Paese il ricorso al contratto attraverso il quale l'azienda cliente cede a una società specializzata (il factor) i propri crediti esistenti o futuri (relativi per esempio a contratti ancora da stipulare). La cessione può avvenire in due forme: pro soluto, con il rischio di insolvenza del debitore che viene trasferito in capo alla società di factoring, o pro solvendo (cioè salvo buon fine), quando il soggetto che cede il credito rimane coinvolto in caso di mancato incasso da parte del factor. La prima è la forma più diffusa, tanto che nel primo semestre del 2016 ha superato il 70% dell'operatività complessiva. Al di là dei numeri d'insieme, il settore è in continua evoluzione con nuove soluzioni che si affacciano sul mercato per rispondere al cambiamento delle necessità da parte delle aziende clienti. «Uno dei principali driver di crescita del settore è rappresentato dal reverse factoring (o factoring indiretto), un prodotto finanziario studiato appositamente per sostenere le filiere produttive e la cui diffusione nel mercato non accenna a diminuire», spiega Renato Martini, amministratore delegato di UniCredit Factoring, che nei primi sei mesi del 2016 ha registrato un turnover di 17,6 miliardi di euro, mettendo a segno un incremento del 8,1% rispetto allo stesso periodo del 2015. Il reverse factoring differisce da quello tradizionale perché l'azienda con cui la società specializzata stipula il contratto (convenzione) non è il creditore (cedente), bensì il debitore, che di solito è un'azienda capo-filiera di elevato standing e buon merito creditizio. Questa azienda propone ai suoi fornitori (che vantano crediti nei suoi confronti) di diventare cedenti, consentendo a questi ultimi di accedere a fonti di finanziamento a condizioni agevolate. «Così gli oneri finanziari per le aziende che costituiscono la filiera possono anche dimezzarsi, grazie al riconoscimento dei crediti da parte dell'azienda capo-filiera con la quale la società di factoring firma la convenzione». Che conclude ricordando come, grazie al reverse factoring, l'azienda convenzionata riesca a fidelizzare la propria filiera produttiva, «stabilizzandone i flussi di cassa e consentendo ai fornitori un accesso agevolato al credito». Un altro filone indicato in crescita riguarda l'ambito dei crediti fiscali, con il factoring pro-soluto che viene utilizzato anche da aziende di elevato standing che intendono smobilizzare i crediti fiscali da imposte dirette o i crediti Iva. «In questo modo — conclude Martini — vi è la possibilità di smobilizzare dei crediti che hanno una durata solitamente superiore ai consueti crediti commerciali».

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