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  :: Rassegna stampa - Documento

Europa, più finanza e meno banche. Mercato unico per i fondi alle imprese
di Andrea Greco
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 1 giugno 2015

È iniziato un nuovo avvento in Europa. Dopo il treno accelerato dell'Unione bancaria la Commissione di Bruxelles squaderna la Capital market union, progetto magno che fin dall'autunno comincerà a cambiare i connotati alle economie dei 28 paesi membri, per renderle più solide e omogenee. L'obiettivo, da molti sperato, è di aumentare i flussi di finanziamento interni e stranieri al sistema delle imprese, riducendone lo storico appiattimento sul settore bancario. Inutile dire che l'Italia, paese tra i più sbilanciati quindi penalizzati (il credito bancario alle imprese è il 53% del Pil) potrebbe guadagnarci anche molto. La Commissione ha stimato che se il mercato dei capitali europeo avesse avuto le caratteristiche di quello statunitense, tra il 2008 e il 2013 le imprese domestiche avrebbero avuto 90 miliardi di fondi in più rispetto a quelli, calati di circa 600 miliardi, erogati dagli istituti mentre navigavano tra gli scogli della crisi e le nuove regole più dure. Un recente studio del think-tank New Financial, citato dal Financial Times, conclude che «ad avere più benefici dalle riforme in partenza saranno i paesi con i mercati meno sviluppati, che sono quelli più a Sud e a Est del continente. Il settore dei bond ad alto rendimento in Europa, rapportato al Pil, è circa un terzo di quello degli Usa, e quasi inesistente se si eccettuano Gran Bretagna, Francia e in parte la Germania». Il progetto mira ad ampliare la profondità e l'integrazione del mercato dei capitali, riducendone la frammentazione e migliorando l'accesso al finanziamento degli operatori. Cinque sono le direttrici prioritarie (che non si tramuteranno in una direttiva ma in molte, insieme a norme e raccomandazioni ad hoc): facilitare la redazione dei prospetti informativi, costruire un mercato dei capitali efficiente e sostenibile per le Pmi, rivitalizzare le cartolarizzazioni, incrementare gli investimenti a lungo termine, sviluppare i collocamenti privati. Il modello, inutile dirlo, sono gli Stati Uniti: che dopo avere colpevolmente innescato la crisi finanziaria del 2008 hanno mostrato al resto del mondo quanto fosse opportuno e conveniente (per loro) disporre di un sistema finanziario fluido, ampio e autonomo dalle banche, mentre l'Europa in sei anni sperimentava la crisi più nera dal Dopoguerra, e pagava sulla sua pelle i costi dell'eccessiva dipendenza dal credito bancario. Memore di questa "lezione", la Commissione insediatasi a fine 2014 con presidente Jean-Claude Juncker ha fatto della Cmu (questa la sigla burocratica) la priorità del suo mandato, in solido con il Fondo europeo per gli investimenti strategici dotato di 300 miliardi tra capitale e leva. Da qualche settimana del tema si parla anche in Italia. Lo ha fatto Giuseppe Vegas all'incontro annuale della Consob l'11 maggio: «All'Unione bancaria è opportuno far seguire un'unione del mercato dei capitali che vada a sostegno dell'economia reale e incrementi l'attrattività della piazza finanziaria europea. La Consob intende svolgere un ruolo propositivo, e ha formulato e segnalato alle istituzioni comunitarie alcune possibili modifiche alle regole europee, al fine di incentivare l'accesso al mercato dei capitali da parte delle Pmi, ridurre gli oneri amministrativi a loro carico e promuovere l'adozione di un testo unico contenente le disposizioni specifiche per Pmi». Vegas, parlando dai padiglioni dell'Expo, ha proposto che sul sito espositivo milanese sia costituita l'agenzia europea per le Pmi, una centrale dati per orientare gli investimenti che pure rientra tra le possibili iniziative di Bruxelles a riguardo. La settimana scorsa di Cmu ha parlato anche Ignazio Visco, all'assemblea della Banca d'Italia: «La creazione di un mercato europeo dei capitali potrà giovare sia alle imprese sia alle famiglie, consentendo alle prime di ampliare le fonti di finanziamento, alle seconde di diversificare maggiormente il risparmio. Ma in Italia, dove il sistema è molto banconcetrico, la transizione non sarà facile. Lo scarso sviluppo del mercato italiano dei capitali riflette le caratteristiche della struttura produttiva e le conseguenti difficoltà di valutare rischi e opportunità degli investimenti». I civil servant attingono alla retorica europeista ispirata ai padri fondatori, nel tentativo di costruire il consenso necessario a intraprendere un percorso che è lungo e pieno di ostacoli. I tre finora più citati sono: le differenti politiche fiscali che hanno trasformato alcuni stati membri in nuovi rifugi offshore, e parliamo di Olanda e Gran Bretagna, non dei marginali paradisi tipo Montecarlo e Lussemburgo; i rapporti con la Gran Bretagna, sempre meno europeista ma che ha nella capitale Londra l'ovvio fulcro di un mercato unico europeo; l'esigenza di patrimonializzare molti paesi dell'Europa (Italia in primis), con più capitale azionario e meno debito, sia pubblico o privato. Superare queste resistenze e difformi condotte porrà sfide molto più durature e complesse rispetto a quelle, già notevoli, affrontate con la vigilanza unica bancaria. Finora l'opera della Commissione ha portato a redigere un Libro verde ("Costruire un'Unione del mercato dei capitali") pubblicato il 18 febbraio, e ha avviato un ciclo di consultazioni con il Parlamento europeo, gli organi nazionali, le parti tecniche, terminata il 13 maggio. Lunedì prossimo una conferenza presso la Commissione - sala Alcide de Gasperi - farà il punto: con decine di interventi e quattro sessioni di discussione, che ospitano anche gli italiani Roberto Gualtieri (presidente del Comitato affari economici e monetari del Parlamento europeo), Andrea Enria (presidente dell'Eba), Raffaele Jerusalmi (ad di Borsa Italiana), Dario Scannapieco (vice presidente della Bei). A seguire Palazzo Berlaymont valuterà i risultati e deciderà modi, forme e tempi delle riforme da mettere a punto di qui al 2019, e che entreranno nel "Piano d'azione sull'Unione dei mercati dei capitali" da pubblicare entro dicembre. «Credoche l'obiettivo principale della Cmu sia trovare una soluzione al finanziamento delle Pmi la cui crescita è fondamentale per creare occupazione - dice Raffaele Jerusalmi, ad di Borsa italiana e responsabile dei mercati del London stock exchange group -. Ai primi posti dell'agenda dei politici in Europa c'è il recupero dei posti di lavoro che la tecnologia e i nuovi processi produttivi stanno eliminando. È una sfida ardua e uno degli elementi chiave per vincerla è aiutare le Pmi, che sono le imprese a più alta densità di lavoro in Europa». Jerusalmi vede tra gli aspetti critici da superare «l'armonizzazione delle norme fiscali, che hanno creato vantaggi competitivi in alcuni paesi, sia sulle tasse delle imprese che sulle operazioni di finanziamento». A Piazza Affari e nella City, «raccogliere capitali per finanziare la crescita e la produttività delle imprese è la nostra missione principale, quindi la Cmu ci riguarda direttamente». Con queste premesse Jerusalmi ha presentato alla Commissione Ue, mesi fa, il progetto Elite, biglietto da visita di Borsa spa per avvicinare al mercato dei capitali le Pmi europee che non abbiano cultura, mezzi e risorse per quotarsi; un circuito che è nato a Milano ma conta ormai 300 aziende di 16 paesi diversi, e che la Commissione ha esaminato con interesse e approvato. Proprio le Borse di Milano e Londra potrebbero - i condizionali sono d'obbligo data la magnitudine del tema - rappresentare due centri nevralgici dei mercati uniti d'Europa. L'Italia ha la più alta concentrazione di imprese, e le più sottocapitalizzate e bancarizzate. La Gran Bretagna ha la capitale finanziaria del mondo, dotata di una piattaforma tra le migliori e che già attrae flussi planetari. Ma non è detto che i britannici avranno voglia di occuparsi dei problemi dell'Europa continentale, né che i loro interessi siano convergenti con quelli di Francia, Germania, Italia e altri paesi membri. La conferma elettorale del governo Cameron sembra remare contro le istanze europeiste, e il referendum sulla permanenza dell'Ue, indetto entro il 2017, fa paura. Ma non è detto che Londra e l'Unione non possano trovare nuovi equilibri rinegoziando i termini della partecipazione britannica: e proprio l'assegnazione a Londra del ruolo di perno della Cmu potrebbe essere un argomento persuasivo. Finora, comunque, la Commissione sembra avere ben chiaro dove debba situarsi il mercato unico europeo: e la nomina di Lord Jonathan Hill - l'ex suggeritore del primo ministro John Major - a commissario per i servizi finanziari e la Cmu è un segnale chiaro. Il cursus politico e culturale dell'uomo che Cameron ha inviato a Bruxelles a difendere gli interessi britannici potrebbe, poi, cementarsi con un'istanza che sta facendosi largo nei palazzi della capitale belga, ed è sintetizzata nel motto equitize Europe. «Quel che serve davvero all'Europa, nel quadro della Cmu, è sostituire l'enorme debito pubblico e privato con capitale di rischio - osserva Marco Mazzucchelli, managing director di Banca Julius Baer a Zurigo e già membro della Commissione Liikanen a Bruxelles -. Lo sbilanciamento europeo sul debito è un fardello riscontrabile quotidianamente dall'andamento dei mercati, e il Qe della Bce l'ha accentuato. Bisognerebbe approfittare della liquidità in eccesso e dei tassi ai minimi per passare all'azionario: i prossimi tre anni offrono una finestra preziosa per convertire flussi di risparmio in capitale». Di recente l'Economist ha stimato che i sussidi all'indebitamento negli Usa valgono, sui dati 2013, il 2% del Pil (più di quelli che vanno alle politiche di sostegno ai poveri) e in Europa sono all'1,3%, mentre la Gran Bretagna li ha ridotti gradualmente allo 0,9%. Ridurre gli sgravi fiscali sui debiti, con i tassi a zero, farebbe molto meno male che non quando gli interessi ripartiranno. Il crollo di aprile visto su Btp e Bund, che ne ha schiantato i prezzi staccando da quota zero i rendimenti, è per Mazzucchelli «un segno che siamo già catturati dalla trappola del debito: con questi rendimenti ci sono molti rischi di perdere molto denaro, e poche probabilità di guadagnarne poco».

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