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Effetto crisi e Basilea 3: credit crunch mondiale stimato in 5mila miliardi
di Morya Longo
Il Sole 24 Ore
Domenica 18 dicembre 2011

Cinquemila miliardi di euro: questa cifra, questo numero quasi impronunciabile con 12 zeri, rischia di essere il conto finale che imprese e famiglie di tutto il mondo potrebbero essere chiamate a pagare per la crisi delle banche. Quando si parla di credit crunch, di "stretta" al credito, è di questo che si parla: le banche di tutto il mondo, per raggiungere gli obiettivi patrimoniali imposti dalle nuove regole di Basilea 3 o simili, potrebbero essere costrette a ridurre le loro attività per 5mila miliardi di euro.
Insomma: potrebbero essere indotte a tagliare il credito a imprese e famiglie per una cifra pari al 20% dei loro attivi. O, per capirci meglio, per una cifra pari al 10% del Prodotto interno lordo del mondo intero. Per evitarlo, dovranno aumentare il capitale per una cifra totale di 350 miliardi di euro. E' questa la stima di Boston Consulting Group, calcolata in uno studio nuovo di zecca elaborato sulle 145 maggiori banche mondiali. Ecco come il mix di recessione, sfiducia, eccessi finanziari e crisi degli Stati rischia di ripercuotersi sul mondo reale.
Il «buco» delle banche. L'analisi di Bcg parte da un dato di fatto storico: la crisi finanziaria, da fine 2007 al 2010, ha già "bruciato" 588 miliardi di euro dalle banche di tutto il mondo. A tanto ammonta infatti la cosiddetta «distruzione di valore»: cioè la perdita complessiva del sistema bancario globale, tenendo conto del costo del capitale. Il calcolo, effettuato da Bcg, è semplice: si prendono i ricavi totali delle banche e si sottraggono i costi di rifinanziamento, i costi operativi, le perdite sui crediti e il costo del capitale. Ebbene: «Solo nel 2010 il "buco" finale, a livello mondiale, è di 164 miliardi di euro - osserva Gennaro Casale, partner di Bcg -. Buco, tra l'altro, in gran parte tutto prodotto in Europa: le banche del Vecchio continente nel solo 2010 hanno bruciato 106 miliardi, mentre quelle americane 80. Le banche asiatiche, invece, hanno creato valore per 22 miliardi».
Tutto questo ha due conseguenze. Uno: gli aumenti di capitale effettuati fino ad oggi (73 miliardi solo in Europa a giugno 2011) sono già stati abbondantemente inghiottiti dal buco nero della crisi. Due: le banche dovranno, d'ora in avanti, aumentare ulteriormente il capitale (secondo Bcg servono nel mondo 350 miliardi di euro) oppure "tagliare" il credito a imprese e famiglie (almeno 5mila miliardi di euro). Ed è proprio questa la strada indicata dalle riforme regolamentari più recenti, a partire da quella di Basilea 3. L'aspetto triste di tutto ciò è che entrambe le strade rischiano di non risolvere il problema, ma anzi di aggravarlo: il nuovo capitale che viene gettato nelle banche rischia di venire a sua volta bruciato nel rogo della grande crisi.
L'avvitamento dell'economia. «A causa dell'andamento economico avverso e della nuova regolamentazione - osserva Gennaro Casale - nei prossimi anni la distruzione di valore in banca potrebbe aumentare ancora. E se il trend non si inverte, il valore si distruggerà non solo per le banche, ma per tutta l'economia reale». E questo è il punto: le banche sono, nell'economia mondiale attuale, l'ingranaggio fondamentale per la crescita economica e per il benessere collettivo. La crisi degli istituti di credito, volenti o nolenti, diventa dunque la crisi di tutti.
Qual è la strada giusta per bloccare questo fenomeno? C'è chi sostiene che sia prima necessario arginare la crisi degli Stati, fonte di turbolenza per le banche. O chi, come Mattia Nocera, managing director di Belgrave Capital Management, ritiene comunque fondamentale ricapitalizzare le banche per ridare fiducia al mercato. Ma, secondo Nocera, l'operazione va fatta con il paracadute: «L'Europa dovrebbe seguire l'esempio degli Stati Uniti con il Tarp - osserva -. Cioè dovrebbe imporre un forte rafforzamento patrimoniale a tutte le banche, anche oltre i 114 miliardi di euro chiesti dall'Eba, facendo in modo che il fondo Efsf garantisca l'ipotato. Questo permetterebbe alle banche di rafforzarsi, sapendo che se il mercato non dovesse sottoscrivere i loro aumenti di capitale c'è il fondo Efsf a farlo al posto suo».

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