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  :: Rassegna stampa - Documento

Dove volano le medie imprese. Le "tedesche" d'Italia sono le vere colonne del Pil
di Giuseppe Travaglini
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 3 aprile 2017

È stato battezzato Quarto Capitalismo. E' quello delle medie imprese italiane. Quello fiorito per ultimo, dopo il capitalismo ottocentesco, dopo quello delle aziende pubbliche (ex IRI) e infine dei distretti. Da allora sono passati 10 anni. E le medie imprese italiane resistono. Anzi crescono, come emerge dalle analisi dell'Università di Urbino. Sono infatti le uniche imprese a manifestare in questa lunga transizione - povera di investimenti, innovazione e competitività - voglia e capacità di espandersi. Imprese grandi, ma non troppo, specializzate, ma flessibili, internazionali quanto basta, parzialmente riconducibili ai sistemi produttivi locali. Multinazionali tascabili. Insomma, un gruppo di aziende d'avanguardia, di medie dimensioni (tra 50 e 250 addetti, nella tassonomia Istat, pari a circa 21 mila imprese) che contribuiscono al Pil, alle esportazioni, all'occupazione, al progresso tecnologico. Difendendo l'economia italiana nella competizione internazionale. Ma purtroppo solo marginalmente. Sono difatti troppo poche. Sono solo lo 0.5% del totale. Il 13% dell'occupazione, il 18% del valore aggiunto di industria e servizi. E' una storia di successi in controtendenza con il Paese, dove le micro e piccole imprese (circa il 99% del totale) arrancano e le grandi (pari allo 0,1% del totale) perdono pezzi o sono in ritirata. Ma le imprese del Quarto Capitalismo mandano importanti segnali di vita. A sottolineare il dato è il Rapporto Istat 2017 sulla Competitività dei Settori. Tra il 2009 ed il 2014, la contrazione del valore aggiunto nelle microimprese è stata particolarmente rilevante mentre è stata moderata o nulla per le imprese medie e grandi. Di più, nel confronto con l'economia tedesca il differenziale negativo di produttività riflette la diversa struttura dimensionale della manifattura nei due paesi e, a parità di dimensione, livelli di produttività inferiori per le imprese italiane più piccole e per quelle più grandi.
Campioni di produttività. Nel confronto, la produttività risulta maggiore proprio nelle imprese italiane di medie dimensioni. Per questa fascia dimensionale la dinamica economica sembrerebbe procedere al contrario e offrire concrete opportunità di crescita. Specialmente per le aziende orientate all'internazionalizzazione. Il processo è fotografato da Mediobanca (che utilizza un campione rappresentativo di medie imprese basato su addetti (tra 50 e 499 addetti) e fatturato (tra 16 e 355 milioni di euro di vendite). Per questo club di imprese, tra il 2005 ed il 2014, anche se a fasi alterne, il successo commerciale si è concretizzato nei mercati esteri dove le esportazioni hanno registrato notevoli progressi. Le migliori performance sono state conseguite nella meccanica e nella metallurgia, nell'alimentare, nella carta e stampa, e nel made in Italy. La crisi del 2009 ha però scaricato le sue tensioni anche sul sistema delle medie imprese colpendole nelle esportazioni e nell'occupazione. Successivamente, la capacità di adattamento e diversificazione internazionale ne ha consentito il recupero sia sul terreno dell'occupazione che del commercio internazionale.
Sono imprese che reagiscono, mettendo in campo imprenditorialità, solidità patrimoniale e intelligenza strategica. Perciò non sorprende l'evoluzione della produttività. Anche se con differenze importanti tra i settori tradizionali e tecnologici. A dircelo sono ancora i dati Mediobanca. Nel decennio 2005-2014 si è registrato un aumento medio della produttività del 2,7% e una crescita media del costo del lavoro per addetto pari al 2,5%. Con un incremento di competitività quantificabile in 2,4 punti. Una progressione che mette d'accordo investimenti, competitività e costi. Con un recupero di produttività, che è stato trasferito in parte al lavoro (anche grazie ad adeguate relazioni industriali) preservando le retribuzioni cresciute a un ritmo compatibile con la produttività.
Dualismo territoriale. Sono dunque tutte rose e fiori? No, perché il Quarto Capitalismo presenta anche aspetti critici. Strategicamente cruciali. Primo fra tutti è la disomogeneità, o sarebbe meglio dire il dualismo della distribuzione territoriale. Le medie imprese sono presenti principalmente nel Nord-Est padano e nell'area Nord-Ovest della (ex) grande industria manifatturiera. La diffusione si propaga verso Sud e diviene sempre più rarefatta fino alla Puglia e la Campania. Oltre vi è una sostanziale desertificazione che conferma il divario Nord-Sud del Paese. Un secondo elemento è la fiscalità penalizzante con un tax rate che in media ha toccato il 36% nel 2014, cioè circa nove punti sopra quello che risulta per i gruppi maggiori, e che può agire come freno agli investimenti. Come terzo elemento critico, meno del 6% delle medie imprese è presente nell'alta tecnologia mentre il 62% opera in quella medio bassa (con il 60% delle esportazioni). Confermando, seppure in un segmento dimensionale di eccellenza, una vocazione italiana troppo orientata ai beni tradizionali.
Risultati dunque importanti. Il tema della media impresa resta però marginale nell'agenda della politica economica tra i cui compiti vi è quello di individuare le condizioni che favoriscono la crescita delle imprese. Per occupare nuovi spazi di mercato. Geografici e settoriali. Per salire lungo la scala della competitività. Il Quarto Capitalismo propone un modello dinamico, incentrato sull'internazionalizzazione ma con un rapporto privilegiato col territorio in cui si è radicato.
Politiche industriali. E questo potrebbe essere il campo d'azione di nuove politiche industriali volte a costruire condizioni che accelerino la propensione all'internazionalizzazione e al rafforzamento territoriale delle imprese, con occupazione qualificata e investimenti anche nelle aree più sofferenti del Paese. Esistono diversi percorsi tra loro complementari. Primo, le medie imprese sono nel cuore del manifatturiero italiano, e conciliano obiettivi di efficienza e redistribuzione. Sono un sistema virtuoso per molti versi antitetico a quello del capitalismo globale che tende ad esasperare la relazione tra capitale, reale e finanziario, e lavoro. Dunque, facilitano le relazioni industriali. Secondo, sono un modello organizzativo che consente alle imprese minori di accedere alle filiere globali.
Le medie imprese si configurano come hub per le piccole imprese orientate ai nuovi mercati, ai prodotti e processi qualificati. Esistono già strumenti per facilitare questo percorso. Tra questi, il nuovo contratto di rete, con le sue potenzialità, consente di realizzare raggruppamenti di imprese per la collaborazione reciproca nella produzione e nella ricerca. E altre forme di relazione verticale per l'innovazione di prodotto e di processo. Infine, il Quarto Capitalismo può essere la trama su cui innervare parte degli obiettivi di Industria 4.0. Per creare (anche grazie al super ammortamento) e trasferire innovazione verso le imprese più piccole aiutandole a interfacciarsi con la competizione globale. E tracciando un complessivo perimetro di potenziamento. Attraverso il riequilibrio del tax rate, la defiscalizzazione degli investimenti e il rafforzamento del grado di capitalizzazione. Misure necessarie per promuovere il sistema produttivo nazionale, non solo quello delle medie imprese. Interventi che non ledono l'autonomia del Quarto Capitalismo. Ma che ne amplificano le potenzialità. Alimentando un modello di sviluppo che coniughi internazionalizzazione e territorio, imprese e lavoro, produttività e salari.

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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