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  :: Rassegna stampa - Documento

Da Goldman a Morgan Stanley, tra affari e politica il potere dei signori del denaro
di Eugenio Occorsio
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 26 settembre 2016

In principio fu Mario D'Urso, il gentiluomo napoletano scomparso nel 2015 che realizzò l'inusitat o merger fra il salotto romano di Maria Angiolillo e i gelidi board di Wall Street. A dispetto di alzate di sopracciglia e facili ironie, grazie a lui la Lehman Brothers di cui era managing director , con base a New York ma cuore e portafoglio in Italia, realizzò affari più che cospicui. E tracciò – erano i ruggenti anni '70 – una linea su cui si sono tuffati tutti gli altri: «Ormai non c'è grande affare nel mondo che non passi per qualche affidavit politico», sintetizza Angelo Baglioni, economista della Cattolica. Ironia del destino, proprio la Lehman, antesignana di questo codice, fu scaricata dal potere politico (americano) e lasciata fallire il 15 settembre 2008, il giorno del giudizio dopo il quale si scatenò lo tsunami. «Ancora dobbiamo capire perché a noi ci ridussero agli scatoloni e tre giorni dopo lo stesso ministro Henry Paulson che aveva pronunciato la condanna varò un piano da 800 miliardi per salvare tutti gli altri», dice a mezza bocca uno degli ottanta reduci, i dirigenti italiani della banca sparsi fra gli uffici di New York, Londra e Milano, che si ritrovano ogni 15 settembre in un "giorno della memoria" per riflettere e mugugnare (anche se tutti hanno ormai posizioni di prestigio in qualche altra finanziaria). Nei giorni del collasso Lehman il giudice fallimentare di Manhattan, James Peck, disse: «Non ci sarà mai niente di simile. Non riesco a immaginare un'emergenza analoga». Eppure, altra amara ironia, i grandi financial center mondiali hanno preso così alla lettera la lezione della Lehman che negli anni si sono prima affiancati e poi sovrapposti ai poteri politici nazionali, fino in molti casi a superarli in influenza. Forse è un contrappasso: l'unica possibilità di salvezza per Lehman era che la Barclays la rilevasse, ma nella notte del 14 settembre arrivò il veto della Bank of England. «Oggi gli epigoni Goldman Sachs o Morgan Stanley sono invece in grado di essere loro a condizionare le decisioni delle banche centrali», dice Paolo Guerrieri, economista della Sapienza. E l'avvocato Gianluca Santilli, specializzato in finanza internazionale, aggiunge: «Se l'Italia vuole fare una privatizzazione o un collocamento importante di titoli di Stato si rivolge a loro, così come una società che vuole quotarsi in qualsiasi Borsa. Sono gli advisor che compilano il prospetto informativo, i capofila dei finanziatori, gli organizzatori di un prestito. Inoltre emettono ascoltati rating su qualsiasi società, anche se a volte è loro cliente (in teoria è vietata la commistione fra sezione ricerca e sezione investment banking, ndr). È oggettivo che possano ravvisarsi potenziali conflitti d'interesse ma le dimensioni sempre più globali delle banche d'investimenti le ha rese onnipresenti e indispensabili anche se spesso solo per prassi obbligata che per effettiva necessità». Il discorso non riguarda solo i colossi americani. Nel Gotha rientrano banche tedesche come Deutsche Bank, le francesi Paribas e Societe Generale, le britanniche Barclays e Hsbc, le svizzere Ubs e Credit Suisse. Ma sono le banche Usa – Goldman, Morgan Stanley, JP Morgan, Bank of America – ad accentrare le maggiori critiche, adottare le pratiche più spregiudicate e ingaggiare a mani basse ex-ministri ed ex gran commis di qualsiasi stato o istituzione internazionale per le porte che gli aprono, i contatti che garantiscono, la conoscenza dei meccanismi dei rispettivi poteri, incuranti di qualsiasi levata di scudi sull'etica che possano suscitare. Non è una storia di oggi. Già nel 1910 il presidente americano Theodore Roosevelt aveva lanciato il primo allarme: «L'America, fondata sul principio delle uguali opportunità, è finita invece nelle mani di una manciata di giganti che stanno generando un'impressionante ricchezza nelle mani di pochi ed esercitando una preoccupante influenza sulla politica». Servirà la Grande depressione perché un altro Roosevelt, Franklin Delano, cercasse di disinnescare alla fine degli anni '30 questo diabolico meccanismo. Spiega l'economista Rainer Masera: «La Depressione del 1929 fu provocata dal comportamento speculativo di poche grandi banche (i nomi sono sempre gli stessi, ndr) che prima gonfiarono i valori degli asset e poi assistettero immobili al loro crollo, anzi accentuandolo quando pretendevano di rientrare immediatamente dei loro crediti come fu accertato dal "Pecora report", dal nome dell'analista che lo realizzò anni dopo. La risposta fu il Glass-Stegall act che sancì la separazione fra banche d'investimento e banche commerciali per spezzarne il potere nel 1933 (al provvedimento si ispirò la Legge bancaria italiana del 1936, ndr). Ma le liberalizzazioni di Reagan e Clinton negli anni '90 sciolsero quel vincolo, le banche tornarono grandi e onnipotenti, e hanno avuto un ruolo tutt'altro che secondario nella crisi del 2008». Come per ampliarne il potere, alle banche d'investimenti nei primi convulsi mesi della crisi, in America fu permesso di prendere anche la licenza di banca commerciale. «Ora si sta cercando ancora una volta di tornare indietro introducendo qualche controllo in più sui money center», spiega Beniamino Quintieri, economista di Tor Vergata e presidente della Sace. Senonché il Dodd-Frank Act del 2010, una legge lunga 2319 pagine, soprannominata Lawyers' and Consultants' Full-employment act per la difficoltà a leggerlo e interpretarla, di fatto non ne ha minato la forza. Né è cessata la cattiva abitudine delle "porte girevoli" con la politica (le porte diventano ermeticamente serrate solo quando si tratta di parlarne con la stampa). Propone Brunello Rosa, capo economista del think-tank MacroGeo di Londra: «Dovrebbe essere almeno di tre anni il periodo di grazia fra l'uscita da una posizione politica di rilievo e l'ingresso nel board di qualche banca d'investimento. E per una semplice ragione di opportunità, i policymaker divenuti banchieri non dovrebbero essere coinvolti in operazioni pluriennali che avevano seguito in veste pubblica». Intanto, i profitti che si generano sul mercato mondiale dei capitali sono arrivati nel 2015 a 593 miliardi di dollari, con la prospettiva, secondo il Boston Consulting Group, di aumentare del 12% di qui al 2020 fino a 661 miliardi. Ma ben altri valori hanno le intermediazioni. Gli asset manager gestiscono, stando a una "media" delle fonti, 9mila miliardi di dollari, e gli attivi delle prime dieci banche d'investimento sono di 8mila miliardi. A questo punto, avverte in un report la Bank of England, c'è da fare seriamente attenzione ai pericoli: «Le prime dieci banche d'investimento, ad esempio, intermediano 5mila miliardi di dollari l'anno. Il rischio sistemico è tale che se ne fallisse anche solo una l'intera finanza mondiale crollerebbe».

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