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Credito, resta forte la dipendenza dalle banche
di Sibilla Di Palma
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 19 dicembre 2016

Nonostante tutto, le imprese italiane restano ancora fortemente dipendenti dalle banche. Negli ultimi tempi molto si è detto a proposito della maggiore resistenza degli istituti di credito a concedere prestiti (sia per la mole di crediti deteriorati accumulata, sia per le nuove regole comunitarie sui requisiti di capitale) rispetto al pre-crisi e sono stati introdotti nuovi strumenti legislativi per favorire la diversificazione delle fonti di finanziamento, ma la situazione di fondo resta a grandi linee la stessa. Secondo uno studio realizzato dal Centro Studi di Unimpresa, sui 750,5 miliardi di euro erogati alle aziende a giugno, 510,8 miliardi (68,07%) provenivano dalle banche, 94,8 miliardi (12,64%) da altri intermediari, 37,8 miliardi (5,04%) da enti pubblici, 12,3 miliardi (1,64%) da altri privati e 94,6 miliardi (12,61%) da soggetti esteri. Una composizione che è sostanzialmente rimasta invariata rispetto allo stesso mese dello scorso anno. «I dati mostrano una dipendenza troppo marcata delle imprese italiane dalle banche — sottolinea Claudio Pucci, vicepresidente dell'associazione — In altri paesi la ripartizione delle fonti di finanziamento è caratterizzata da un maggior equilibrio, mentre questo forte legame indebolisce la capacità delle aziende del nostro Paese di andare a trovare capitali per investire e crescere». Un tema più volte evidenziato anche dal Fondo Monetario Internazionale, che ha definito la dipendenza delle aziende italiane dal credito bancario "un problema serio". Anche perché le imprese continuano a doversi confrontare con le difficoltà di accesso al credito. Secondo l'indagine di Unimpresa, le erogazioni di nuovi finanziamenti lo scorso giugno hanno visto un calo di 1,5 miliardi (-0,21%) rispetto allo stesso periodo del 2015. In particolare, le banche hanno tagliato 1,02 miliardi (-0,20%), gli altri intermediari hanno ridotto i crediti per 745 milioni (-0,78%) e i soggetti privati hanno sforbiciato i finanziamenti per 1,4 miliardi (-10,32%). Va però detto che lo scenario non è immobile. Ci sono nuovi strumenti normativi e un interesse crescente delle imprese verso la diversificazione nei finanziamenti. Un esempio arriva dai minibond, strumenti che consentono anche alle società non quotate di emettere dei titoli di debito a favore di investitori qualificati secondo regole e facilitazioni fiscali in passato previste solo per le realtà quotate. Per dare qualche numero, secondo il "Minibond Scoreboard: Market Trends", a fine ottobre i titoli presenti sull'ExtraMOT Pro (il listino dedicato di Piazza Affari) sono arrivati a quota 201, con 23 nuove emissioni solo negli ultimi tre mesi, per la stragrande maggioranza a opera di aziende con un fatturato inferiore ai 50 milioni di euro. Intanto comincia a prendere piede l'Aim Italia, il listino di Piazza Affari riservato alle Pmi, con procedure di ammissione e comunicazione semplificate (il che significa costi più bassi) rispetto al mercato principale. Attualmente le società quotate sono 79, un numero che continua a crescere di anno in anno (a fine 2014 erano 54), con una capitalizzazione che si aggira intorno ai 2 miliardi e mezzo di euro. E cresce, pur restando distante da altri Paesi europei, il mercato del private equity. L'associazione di settore Aifi segnala che nel primo semestre dell'anno gli investimenti sono cresciuti del 174% rispetto allo stesso periodo del 2015, a quota 4,9 miliardi di euro, a dimostrazione di una maggiore disponibilità degli imprenditori ad aprire il capitale a investitori istituzionali.

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