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Commercialisti, un "service" per liberarsi dal fisco
di Sibilla Di Palma
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 20 ottobre 2014

Un centro elaborazione dati che funga da service per tutti i commercialisti che vogliono aderirvi, liberandoli dagli adempimenti fiscali e contabili e permettendogli di dedicarsi ad altre attività più remunerative. È la proposta lanciata dall'Unione Italiana Commercialisti per permettere alla categoria di aggredire nuovi spazi nel settore della consulenza (controllo di gestione, finanziamenti bancari, riorganizzazioni aziendali, ristrutturazioni del debito, fusioni e acquisizioni, solo per citarne alcuni) e affrontare redditi medi in calo e crisi della professione. «La creazione del servizio potrebbe essere finanziata dalle Casse ragionieri e dei dottori commercialisti», spiega Domenico Posca, presidente dell'associazione. Aggiungendo che «in una seconda fase, per mantenere il sistema, ciascun professionista che incarica in outsourcing il centro potrebbe riconoscere a quest'ultimo una percentuale sui compensi percepiti dal cliente». Un'iniziativa che punta a ripensare l'attività del commercialista alla luce di uno scenario poco incoraggiante. «Negli ultimi anni solo il 35% dei professionisti è riuscito a lavorare in modo continuativo e nel 2012 il reddito medio annuale è stato inferiore a 15 mila euro per il 44,6% degli iscritti agli albi professionali», sottolinea Posca. Con i giovani che vivono la situazione più pesante, considerato che tra i commercialisti under 35 e con meno di tre anni di attività, più della metà non è arrivato a 10 mila euro. Numeri che, secondo Posca, impongono un ripensamento della professione. «Attualmente dei circa 80mila commercialista esercenti, che cioè esercitano la professione, il 90% svolge attività di base legate a contabilità e fisco», osserva. Attività che risentono però della concorrenza dei Caf e dei professionisti senza albo e «che non lasciano la tranquillità di dedicarsi anche ad altro». Si parla infatti di circa 200 scadenze fiscali in un solo anno. «Il che fa sì che il nostro lavoro sia ormai perlopiù relegato ad adempimenti di natura informatica», aggiunge Alessandro Solidoro, presidente dell'Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Milano. Una professione che è dunque chiamata ad aggiornarsi anche nel rapporto con i clienti che spesso guardano ai commercialisti «come a una proiezione dell'Agenzia delle Entrate che impone pagamenti che spesso non vengono compresi e che le aziende fanno difficoltà a sostenere», commenta Solidoro. Di qui la necessità di sganciarsi da contabilità e fisco per puntare su nuovi servizi da fornire alle Pmi e alle micro imprese. «Dobbiamo dare risposta alle richieste che il mercato avanza, che sono diverse da quelle di dieci anni fa», spiega il presidente dell'Ordine dei commercialisti di Milano. La globalizzazione ha reso infatti il mercato in cui operano le piccole e medie imprese molto più complesso rispetto al passato e la necessità di risparmio induce molte aziende a ridurre i costi fissi esternalizzando molte funzioni. Uno scenario che ha modificato le attese dei clienti verso i commercialisti, che non riguardano più dunque solo la pianificazione fiscale e il controllo degli adempimenti formali. «Le imprese oggi hanno bisogno di vari tipi di consulenza: innovazione, internazionalizzazione, controllo di gestione», sottolinea Roberta Dell'Apa, presidente Aidc (Associazione italiana dei dottori commercialisti ed esperti contabili). Ma anche di supporto su finanziamenti bancari, riorganizzazioni aziendali, ristrutturazioni del debito, fusioni e acquisizioni. «Ossia quei servizi a maggior valore aggiunto che finora sono stati forniti solo dalle grandi società di consulenza alle grandi imprese», specifica Posca. Un cambio di rotta che richiede «una semplificazione del sistema fiscale e una svolta nella mentalità da parte della categoria ancora troppo ancorata ai modelli del passato», aggiunge Dell'Apa. C'è poi il tema della dimensione degli studi, per la maggior parte piccolissimi e caratterizzati da servizi di base pressoché identici. «Strutture professionali quasi sempre non adeguatamente attrezzate per fornire servizi specialistici, sotto pressione nei servizi di base per l'inevitabile concorrenza sui prezzi con riduzione dei margini e in difficoltà per la costante e inesorabile chiusura delle imprese», spiega Posca. Secondo il quale la strada maestra è quella dell'aggregazione, con la creazione di pochi player in grado di offrire alle Pmi servizi specialistici a prezzi abbordabili.

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