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Commercialisti, medici, ingegneri ora c'è chi controlla il praticantato
di Patrizia Capua
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 1 maggio 2017

Buoni maestri che t'insegnano la professione o voraci sfruttatori? Pratica per apprendere e far esperienza o tempo perduto e regalato a qualcun altro? Medici, avvocati, commercialisti, anchitetti, ingegneri tante e altre categorie: quando il tirocinio dei neo laureati serve a prepararsi all'esame di abilitazione e quando no? Chi controlla se il lavoro svolto per parecchi mesi in uno studio professionale ha avuto il senso che deve avere con l'obiettivo della formazione o se invece il praticante è stato utilizzato solo per aprire la porta e servire i caffè? Per i professionisti è un tema è cruciale. In gioco c'è il futuro di alcune categorie che stanno perdendo appeal. Prendiamo i commercialisti, una categoria che conta 115 mila iscritti. Da gennaio il consiglio nazionale guidato da Massimo Miani ha messo a punto un codice deontologico e conseguenti sanzioni contro i dominus che non si comportano secondo le regole con i loro praticanti di studio nei 18 mesi di tirocinio obbligatorio. «Abbiamo ricevuto e verificato lamentele – spiega Giorgio Luchetta, consigliere nazionale - da parte di praticanti che denunciavano la poca attenzione dei loro dominus all'interno degli studi». Secondo quelle segnalazioni, il loro apprendistato si riduceva a un'attività di tipo impiegatizio anziché pratica su come stendere un bilancio, elaborare procedure concorsuali e le attività del processo tributario, studiare il controllo di gestione. E senza l'ombra di un compenso, sia pure un rimborso spese. Proprio il contrario di ciò che deve essere. «Poiché teniamo al futuro della nostra professione – afferma Luchetta - non possiamo permettere a nessuno di comportarsi così». Da qui i richiami alle regole deontologiche e l'applicazione ai contravventori di sanzioni anche dure. Fino alla sospensione dall'attività. «Non esiste un'altra categoria severa come la nostra». La vigilanza riguarda anche i praticanti, chiamati ogni semestre per una verifica del loro grado di preparazione, confrontandolo con quello che hanno documentato sul diario di lavoro. Il problema riguarda anche gli aspiranti avvocati. «Incontro parecchi giovani neolaureati – racconta Remo Danovi, presidente del consiglio forense di Milano -. Escono dall'università con nozioni generiche e sommarie. Nell'ufficio dell'avvocato non ci sono regole fisse, se si ha voglia di imparare c'è la possibilità di crescere». Sono 18 i mesi di pratica anche per gli aspiranti avvocati, con alcune possibili varianti, come frequentare per sei mesi in un ufficio legale all'estero, o un anno presso l'avvocatura dello Stato o all'Inps. «Nel mio studio – dice Danovi - ci sono sempre dei praticanti, se uno è bravo e volenteroso impara e riceve anche un corrispettivo. La remunerazione per noi avvocati è una variabile indipendente, ma in genere c'è». Il Consiglio forense esegue controlli semestrali sui praticanti che devono documentare di aver seguito venti udienze e trattato casi che vanno sinteticamente riportati. Ma chi controlla i dominus? «Non abbiamo ritorni di critiche in genere. Né parlerei di sfruttamento. Il tutor, essendo un avvocato, dev'essere adeguato al compito che lo attende. Gli avvocati dopo cinque anni hanno diritto ad avere i praticanti, non più di due insieme. La crisi economica che stiamo vivendo può incidere negativamente. Abbiamo bisogno di trovare nuove frontiere di questo lavoro e sviluppare nuove attività formative. I pareri tra non molto li daranno gli algoritmi, si capisce bene che dobbiamo mettere riparo». Se il dominus non è all'altezza del compito, il ragazzo deve avere l'intelligenza di cambiarlo. Però in certi casi apriamo un procedimento disciplinare perché la tutela della dignità del praticante è fissata dal codice deontologico. Quando ci capita un praticante che non sa di cosa sta parlando ma il suo libretto certifica una certa attività svolta, lo mandiamo a chiamare insieme al suo tutor. L'unica sanzione è che non gli riconosciamo il semestre». Sul tirocinio dei giovani medici la Fnomceo, sigla che riunisce camici bianchi e odontoiatri italiani, spinge da tempo per un cambio di rotta che accorci i tempi. «La nostra proposta formalizzata al ministero è rendere la laurea subito operativa - spiega Alberto Bonsignore coordinatore dell'Osservatorio giovani professionisti - anticipando i tre mesi del tirocinio nell'ultimo semestre del sesto anno. La prova pratica addirittura precedente alla discussione della tesi. Soltanto nel mese previsto in un ambulatorio di medicina generale c'è vero affiancamento e formazione. Gli altri due mesi passati a medicina interna e a chirurgia generale rischiano di essere una frequenza a mo' di tappezzeria. Non c'è modo e tempo di fargli fare cose nuove o di verificare le capacità». Alla base dei tirocini "informali" per i neoingegneri, in genere di sei mesi, ci sono accordi stipulati di volta in volta tra gli ordini e le università nel caso della laurea triennale, a compenso zero. Mentre al nord possono esserci intese specifiche con le imprese. «Noi siamo favorevoli al tirocinio regolamentato commenta Armando Zambrano, presidente del consiglio nazionale degli Ingegneri – con il giusto compenso e adeguati controlli. Ma finché non avremo messo in piedi strutture di verifica e percorsi professionalizzanti, non ci sono competenze in grado di assolvere a questi compiti. È il ministero vigilante, quello della Giustizia, che deve modificare il sistema delle regole». Intanto, gli abusi di frequente si verificano negli stage svolti nella pubblica amministrazione. «I giovani vengono utilizzati per lo più per fare fotocopie – dice Zambrano – e se devono fare questo, tanto vale che si lancino nel mercato del lavoro».

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