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  :: Rassegna stampa - Documento

Carige, la crisi sotto la Lanterna. Npl e vecchio sistema di potere zavorrano la banca di Genova
di Massimo Minella
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 19 giugno 2017

C'è una cosa che toglie il sonno a Vittorio Malacalza, vicepresidente e principale azionista di Banca Carige. E non è, come qualcuno può pensare, la montagna di denaro che ha investito nella banca e che oggi vale decisamente di meno. È un'altra montagna, quella dei crediti deteriorati che continuano a schiacciare i conti della banca dei liguri. Senza quel retaggio del passato, frutto di denaro concesso a pioggia negli anni in cui tutto sembrava crescere e poi diventato con la crisi prima sofferenze e poi crediti deteriorati, oggi Carige sarebbe un'altra banca. Ma perché si è arrivati fino a questo punto? Che cosa ha fatto sì che l'istituto chiamato già due volte ad aumenti di capitale ora sia prossimo al terzo giro, in soli quattro anni? Una risposta sola non c'è, perché in questa storia se ne mischiano tante, e tutte quante dolorose. Un insieme di cause che oggi paiono alla stregua di errori capitali, per come sono stati condotti e per le conseguenze che hanno avuto fino alla più eclatante, l'arresto dell'ex presidente Giovanni Berneschi. Eppure, prima di allora, già molto era stato fatto per compromettere quella che a un certo punto era diventata la quinta banca italiana per capitalizzazione di Borsa, con l'azione che correva a 4 euro (oggi vale 21 centesimi) e la banca che ragionava in grande, su scala nazionale, sempre a caccia di prede. Erano gli anni d'oro del "celodurismo" bancario che tanto mandava in visibilio i notabili e i politici, che facevano a gara per contendersi Berneschi ai convegni e alle tavole rotonde. E lui sempre pronto a dispensare consigli, mischiando l'italiano con il dialetto genovese, che faceva sempre il suo effetto e mandava a dire dov'era arrivato questo impiegato che dopo il diploma di ragioniere era subito entrato in banca (dopo aver sostenuto un colloquio ovviamente in genovese) ed era arrivato fin sulla vetta, presidente e padre-padrone della banca. Non c'era operazione che la banca non finanziasse, azienda che non ottenesse ascolto dal suo presidente. Avanti così, fino all'inizio del decennio orribile, il 2008, l'inizio della grande crisi. Carige, all'inizio, non sembra risentirne più di tanto, ma con il passare degli anni i miliardi prestati alle imprese grandi e piccole rientrano con sempre maggiore fatica. Sulla testa della banca ce ne sono almeno 7 che non si riescono a smuovere. Ed è qui che entra in scena la Banca d'Italia, che inizia a volerci vedere più chiaro e manda a Genova i suoi ispettori. Forse ancora non sanno che non è solo un problema di crediti deteriorati a spingere verso il basso i conti di Carige, quanto una "mala gestio", come l'ha definita la Procura di Genova, che porterà all'arresto di Berneschi, e di altre persone, per una maxitruffa da decine di milioni di euro legata alle compagnie assicurative. Per quella vicenda l'ex presidente Berneschi è stato condannato in primo grado a otto anni e due mesi. «Mancava solo che mi dessero l'ergastolo o mi ammazzassero» ha commentato dopo la sentenza. Ma allora la situazione era già compromessa. L'esplosione della grande crisi che ancora morde Carige, ha una data precisa, il 26 luglio del 2013, quando termina l'ispezione della Banca d'Italia. Dal 30 al 2 agosto si dimettono otto consiglieri di amministrazione, facendo così decadere il cda. In un drammatico faccia a faccia, con Berneschi che già capisce il finale del film, gli ispettori consegnano il loro rapporto che prevede prescrizioni obbligatorie: rinnovo del vertice, con la nomina di un nuovo presidente e la scelta di un amministratore delegato (carica che prima non esisteva), rafforzamento patrimoniale con riduzione del perimetro del business (vendendo fra le altre cose le assicurazioni) e nuovo piano industriale. Il cda che archivia per sempre il ventennio di guida di Berneschi viene nominato il 30 settembre e vara subito il primo aumento di capitale da 800 milioni di euro. Ma lo scontro sul capitale è già in atto da tempo. Carige, infatti, fa capo per il 46% alla Fondazione Carige che grazie a un accordo con un gruppo di "pattisti" alleati arriva a superare il 50%. Nessuno in Italia raggiunge simili percentuali, peraltro in antitesi con la legge Ciampi che già aveva fissato il tetto massimo di azioni al 30%. Si deve scendere, ma i consiglieri della Fondazione (ente pletorico con un cda di 11 persone e un consiglio di indirizzo di 28 in rappresentanza di tutto il territorio) fanno resistenza. Chiedono che prima dell'aumento si ceda tutto il possibile, le assicurazioni ma anche la Sgr (l'operazione va in porto con la cessione ad Arca Sgr), la società di gestione del credito e il private seguito dalla controllata Cesare Ponti. Vittorio Malacalza, una volta diventato azionista di riferimento, fermerà gran parte di questo piano di cessioni, ma non la vendita delle assicurazioni e contesterà la decisioni agli amministratori che all'epoca la avallarono, Cesare Castelbarco (presidente) e Piero Montani (amministratore delegato), oltre al fondo Apollo, nuovo proprietario delle compagnie. Con il primo aumento la quota azionaria della Fondazione scende finalmente al 19%, ma è solo una tappa intermedia nella sofferta storia di Carige che, agli stress test dell'autunno del 2014 viene bocciata dalla Bce insieme al Monte dei Paschi. È necessario intervenire nuovamente sul capitale, con un altro aumento che questa volta è di 850 milioni. Arriva il momento dell'ingresso di Malacalza che attraverso la sua holding di famiglia rileva dalla Fondazione un primo 10% di capitale, poi arrotonda la sua quota al 15 e alla fine dell'aumento arriva al 17,6%. La pulizia dei conti, che ha fatto emergere tutto il pregresso e che la gestione Castelbarco- Montani aveva già messo a punto, prosegue anche con i nuovi amministratori. Malacalza chiama Guido Bastianini, in arrivo da Banca Profilo, come amministratore delegato. Un anno di lavoro prima di arrivare alla sua sfiducia, votata il 9 giugno dal cda. Ma più degli uomini sono sempre i crediti deteriorati pregressi a zavorrare i conti di Carige, che anche nel primo trimestre dell'anno ha perso circa 40 milioni. Per questo bisogna fare presto con la cessione degli Npl, il vero macigno da rimuovere sulla strada di Carige.

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