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Caccia a capitali freschi le piccole imprese alla sfida della Borsa
di Sibilla Di Palma
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 23 novembre 2015

L'ultimo a debuttare è stato H-Farm, acceleratore di startup fondato nel 2005 da Riccardo Donadon a Roncade (Treviso), con uffici anche a Londra e a Seattle. E prima ancora Gambero Rosso, gruppo editoriale specializzato nella promozione dell'agroalimentare tricolore nel mondo, che ha deciso di quotarsi alla ricerca di risorse per crescere soprattutto all'estero. Sbarcare in Borsa è un orizzonte al quale le Pmi italiane a caccia di capitali guardano con sempre maggior interesse. Le banche hanno infatti allentato le maglie del credito rispetto alla fase peggiore della recessione, anche se la concessione dei finanziamenti stenta a tornare ai livelli pre-crisi a causa del nodo delle sofferenze. Né la situazione è destinata a cambiare passo a breve, tra la crescita a rilento del Pil (+0,9% la previsione per l'anno in corso) e la prospettiva di fusioni in ambito bancario, che imporrà una razionalizzazione dei trasferimenti a una medesima azienda (le imprese di solito si finanziano presso una pluralità di istituti, che un domani potrebbero diventare uno solo). Così molte Pmi, storicamente poco capitalizzate e dunque fortemente dipendenti dal canale bancario, si ritrovano in difficoltà. Una problematica, quella della prevalenza dei debiti rispetto al capitale proprio, fortemente sentita, tanto che diverse iniziative sono state lanciate negli ultimi anni per spingere le piccole e medie imprese a rendere più forte la loro struttura finanziaria. Il decreto "Salva Italia" ha introdotto ad esempio il cosiddetto Ace, l'aiuto alla crescita economica che consiste in una riduzione dell'imposizione fiscale sui redditi derivanti dal finanziamento con capitale di rischio. L'obiettivo è favorire la ripatrimonializzazione delle aziende, riducendo lo squilibrio fiscale tra quelle che si finanziano con capitale proprio e le società che invece ricorrono al debito. Le stesse aziende hanno iniziato a guardare con più interesse ai canali alternativi da cui ottenere credito. Come dimostra la crescita dell'Aim, il listino di Borsa Italiana dedicato alle piccole e medie imprese (che prevede condizioni semplificate per la quotazione). Secondo l'Osservatorio su Aim Italia realizzato dalla società di consulenza Ir Top, a oggi le società quotate su questo mercato sono 70 (di cui 18 Ipo nel 2015 su un totale di 26 su Borsa Italiana da inizio anno), per un giro d'affari che nel 2014 si è attestato a circa 3,6 miliardi di euro, in crescita del 27% rispetto al 2013 (con 706 milioni di capitale raccolto complessivamente in Ipo e capitalizzazione pari a 2,9 miliardi di euro). Le aziende che scelgono la quotazione si concentrano soprattutto nel settore green (che rappresenta il 23% del mercato in termini di società, il 21% in termini di raccolta e il 27% in termini di capitalizzazione) seguito dai comparti digital (con il 20% delle società, il 19% di raccolta e il 16% di capitalizzazione) e finanza (18% delle società, 36% di raccolta e 23% di capitalizzazione). Va comunque detto che il rapporto con la quotazione resta tormentato. Gli scambi azionari sono ancora pochi e spesso penalizzano le piccole imprese quotate, con effetti negativi sul prezzo del titolo. Ma alla base ci sono anche altri motivi: «C'è ancora un grande gap culturale da colmare in Italia» sottolinea Anna Lambiase, socio fondatore di Ir Top. «Le Pmi non hanno infatti ancora piena consapevolezza delle potenzialità del mercato Aim in termini di ritorno sul brand e sul business, oltre che come strumento per approcciare i mercati internazionali e diversificare le fonti di finanziamento». Senza dimenticare il modello a guida familiare che caratterizza la maggioranza delle piccole e medie imprese italiane e che spesso ne frena lo sbarco in Borsa. Secondo uno studio di Pwc, la Penisola si distingue in Europa per il minor ricorso a manager esterni: nel 66% dei casi il management è composto solo da membri della famiglia (a fronte del 26% in Francia e del 10% in Gran Bretagna). Un modello che spesso guarda con scetticismo all'apertura del capitale a nuovi soci, evidenziando una diffidenza che alla lunga rischia di risultare penalizzante.

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