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  :: Rassegna stampa - Documento

Bini Smaghi: «In Europa serve una megabanca»
di Eugenio Occorsio
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 12 giugno 2017

«In Europa c'è urgente bisogno di un certo numero di gruppi bancari di dimensioni veramente globali. Bisogna creare alcuni "campioni europei" che possano servire i loro clienti sui mercati di tutto il mondo e siano in grado davvero di tenere testa ai colossi americani». Detto da Lorenzo Bini Smaghi che da due anni è presidente di Societe Generale, la seconda banca di Francia dopo Bnp Paribas e uno dei maggiori gruppi creditizi europei, quest'assunto fa riflettere. «Guardate – insiste Bini Smaghi - a tutte le maggiori operazioni in Europa, dalle fusioni e acquisizioni alle grandi privatizzazioni: c'è sempre una banca americana quale advisor o coordinatore del finanziamento o tutt'e due, siano Goldman Sachs o Morgan Stanley o JP Morgan o pochi altri. Ma in America, c'è la stessa situazione? Macché, sono sempre i giganti americani a dominare il mercato, tenendo fuori dal gioco le banche europee». Bini Smaghi, fiorentino di nobile lignaggio, classe 1956, economista di scuola Bankitalia con PhD all'University of Chicago, è stato membro del comitato esecutivo della Bce dal 2005 al novembre 2011 e successivamente docente ad Harvard. Il suo mandato triennale al vertice della banca francese, fondata nel 1864 da un gruppo di industriali insieme alla famiglia Rotschild, 31 milioni di clienti e 145.700 dipendenti in 67 Paesi, scadrà nel maggio dell'anno prossimo».
Quindi lei cosa suggerisce? Di creare una o più mega banche europee e poi lanciarle alla conquista dei mercati mondiali?
«Creare è un vocabolo inappropriato. Di grandi banche ce ne sono già in diversi Paesi. Però non sono grandi abbastanza per stare alla pari con i maggiori concorrenti americani, che continuano a crescere e dominano il mercato globale delle operazioni più importanti. Un mercato con delle potenzialità straordinarie ma dove il gap a sfavore delle banche europee si allarga continuamente. Per entrarvi con forza serve uno sforzo ulteriore di aggregazione e consolidamento, che potrebbe essere favorito dal fatto che per lo più questi istituti di grandi dimensioni sono attualmente in buone condizioni di salute».
Aggregazione del genere sarebbe favorita se si riuscisse a completare veramente l'unione bancaria?
«Beh, certamente. L'integrazione nell'area dell'euro favorirebbe enormemente le aggregazioni e viceversa le aggregazioni favorirebbero l'integrazione finanziaria europea».
Il rallentamento è di marca tedesca.
«Infatti credo che dopo le elezioni a Berlino il processo di creazione dell'unione bancaria potrà ripartire con nuovo slancio. Ma ci sono anche delle contropartite tutt'altro che infondate, a partire dall'alleggerimento dei bilanci bancari dai titoli di Stato. È un problema particolarmente sentito in Italia, dove le banche hanno ancora molti buoni del Tesoro in bilancio, il che le rende troppo esposte ai rischi del sistema Paese. È stata persa un'occasione con il quantitative easing: la Bce sta comprando molti titoli italiani in giacenza presso banche e istituzioni internazionali, invece che dalle banche italiane. Tutto questo, come sapete, frena i tedeschi dal dare il via libera a un fondo comune di assicurazione sui depositi bancari».
Un altro punto di sofferenza dell'unione bancaria è il fondo per la risoluzione, per la cui costituzione sono previsti tempi biblici, otto anni o forse più.
«Qui la situazione è probabilmente risolvibile con delle forme di garanzia pubblica temporanea. A Bruxelles stanno studiando una soluzione del genere. L'importante per tutta la partita dell'unione bancaria è che si superino le tendenze nazionalistiche che albergano nei politici di ogni Paese».
Dobbiamo prendere qualche lezione dalla Spagna, dove rapidamente la vicenda del Banco Popular è stata risolta a cura del Santander, non senza sacrifici a carico di alcuni obbligazionisti oltre che ovviamente degli azionisti?
«La soluzione di questa crisi ha dimostrato che le regole europee funzionano e si può mettere in risoluzione una banca con il bail-in senza scatenare il contagio. Ha anche confermato che avere banche di gradi dimensioni (Santander capitalizza quasi 80 miliardi, ndr) oltre che redditizie, aiuta in caso di crisi di banche piccole».
Qual è la situazione di Societe Generale?
«Abbiamo chiuso il 2016 con un utile di poco meno di 4 miliardi, un ritorno sull'equity dell'8%, quindi molto buono nel panorama europeo, e ci aspettiamo di realizzare nel 2017 gli stessi soddisfacenti risultati. I dati del primo trimestre sono sostanzialmente in linea».
Siete a tutti gli effetti una "banca universale"?
«Sì. Operiamo sostanzialmente in tre macro aree. La prima è l'attività bancaria al dettaglio in Francia che resta uno zoccolo molto forte e che esercitiamo anche con il marchio delle banche regionali riunite nel Credit du Nord e con la banca online Boursorama. In tutto, 12 milioni di clienti. La seconda branca di attività è quella internazionale che si estende in quasi 70 Paesi con un'attenzione particolare all'Africa, a partire ovviamente dalla vasta area occidentale e settentrionale delle ex colonie ma ora in espansione anche nel resto del continente, e poi nell'Europa dell'Est e in Russia. E poi, terza, c'è l'attività di banca d'investimento globale, che ha un'importante sede anche a Milano. In Italia siamo molto attivi, ad esempio abbiamo svolto funzioni di advisor al Tesoro e alla Banca d'Italia per la soluzione delle quattro banche fallite nel 2015».
Di queste tre divisioni qual è che vi sta dando le maggiori soddisfazioni?
«In questo momento l'attività internazionale è in forte ripresa: l'Africa è in grosso movimento, è un'area a forte dinamismo e con una demografia favorevole. Anche l'Europa dell'Est è attiva, compresa la Russia che si sta riprendendo. La Francia e l'Europa sono mercati più maturi ma ancora redditizi».
Lei ha incontrato il neopresidente Macron?
«Sì, lo conosco e ne ammiro oltre all'equilibrio, all'europeismo e alla preparazione, la sagacia politica che ha avuto nello scegliere i collaboratori fra i socialisti, i repubblicani e altre formazioni. Così ha creato un vero partito del presidente come ai tempi di De Gaulle, presupposto della governabilità».

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