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  :: Rassegna stampa - Documento

Berta: «E' mancato lo stimolo per un vero salto di qualità»
di M.P.
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 20 marzo 2017

Giuseppe Berta è uno storico che ha dedicato la sua ricerca soprattutto all'impresa. «Viene da chiedersi perché anche le nostre migliori imprese non siano riuscite a raggiungere una dimensione e un'attitudine veramente capitalistica. Probabilmente è mancata la capacità di costruire quell'intreccio virtuoso tra politica, economia e istituzioni che in altri Paesi è stato creato ed è diventato un retroterra fondamentale per lo sviluppo dei gruppi più robusti».
È il controllo familiare ad aver pesato?
«In parte, ma sono nate come imprese familiari, e molte lo sono ancora, anche le grandi multinazionali francesi, tedesche, svizzere. Quello che è mancato è un contesto che ne favorisse l'evoluzione e la trasformazione da imprese di mercato a vere imprese capitaliste».
Gran parte delle aziende italiane sono ancora di prima generazione, nei paesi che lei citava l'industrializzazione è arrivata prima.
«La prima generazione ha la forza dell'imprenditore, l'intuizione, la determinazione, la propensione al rischio, ma anche i suoi limiti di competenza, di visione, di legame viscerale con l'impresa con la quale l'imprenditore-fondatore spesso si identifica, e questo diventa un limite alla crescita».
Gran parte delle imprese che hanno fatturati di rilievo sono nate tra il '60 e il '90 del secolo scorso e ora siamo nel pieno di un passaggio generazionale di massa, cosa ci dobbiamo aspettare?
«Un cambiamento che si sovrappone ad altri cambiamenti profondi, tecnologici e di mercato, che anzi anche per l'età avanzata di molti imprenditori cogliamo in ritardo. Molte aziende vengono vendute spesso a compratori esteri, il che non è un male se, sia pure con una proprietà diversa, restano legate alla matrice che la ha fatte nascere. Se l'azienda va bene ed ha intorno quello che le serve per crescere e prosperare non ha importanza se il gruppo proprietario ha sede a Hong Kong o ad Amburgo».
Non tutte saranno vendute però, in molte la seconda generazione è già al comando o si appresta ad arrivarci.
«Se è stata educata bene ed ha le spalle per sostenere quello che gli viene lasciato potrebbe essere in grado di fare il salto di qualità. L'importante è che i figli abbiano la consapevolezza di non poter replicare il padre, mentre partono con quel po' di distanza in più dall'azienda che dovrebbe consentire loro di vederne i limiti. La sfida sarà integrare quello che manca, spesso un capitale adeguato, ancora più spesso competenze manageriali. Bisognerà scegliere bene gli uomini, dare loro autonomia e responsabilità e aiutarli a crescere».
Questo passaggio potrebbe essere anche una opportunità?
«Come sempre. Spesso l'imprenditore fondatore è contrario alle acquisizioni e punta esclusivamente sulla crescita interna, il che rende assai più lenta la crescita stessa. Se è in età avanzata talvolta fatica a capire le nuove tecnologie, resiste alla necessità di dare una governance più articolata e trasparente. Se chi succede loro saprà superare questi limiti la crescita delle imprese potrebbe accelerare, ma dobbiamo affrettarci a colmare un ritardo culturale, altrimenti non andremo lontano».
A cosa si riferisce?
«Al fatto di accettare e comprendere la complessità, alla capacità delle imprese e degli imprenditori di fare autoanalisi, diagnosticare cosa manca e trovare la soluzione. È un passaggio, quello verso la complessità e il superamento dei propri limiti, che molte imprese non sono in grado di fare da sole e vanno aiutate».
Da chi? Dalle banche?
«Le banche sono lontanissime. Ora stanno nascendo questi innovation hub che possono avere un ruolo e le organizzazioni territoriali, non quella nazionale che sembra si stia liquefacendo, potrebbero aiutare a connettere i centri della ricerca, dell'innovazione e della competenza con le imprese, trovando un linguaggio comune che ancora non c'è».

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