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  :: Rassegna stampa - Documento

Basilea 3 in salsa anglosassone quanto costerà all'Italia spa
di Andrea Greco
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 4 giugno 2012

La lunga alba di Basilea 3 fa litigare gli stati d'Europa, lascia scettici i concorrenti internazionali (che continuano a operare su standard bancari più laschi), inguaia gli operatori periferici. Come gli italiani, che fondano sul credito i loro bilanci e non sui titoli finanziari. Lo scontro è magno, si avverte lo strepito di due modelli che rivaleggiano: la banca commerciale diffusa nelle periferie d'Europa, che arranca piombata dall'esplosione dei costi di raccolta, e quella più vocata agli investimenti. E' quest'ultima la banca di matrice anglosassone, che ciurla nei calderoni contabili e si bea delle triple A dei paesi ospitanti, per esempio Germania, Francia, Olanda, Gran Bretagna. Fin qui, complici il Comitato di Basilea e l'Eba (il nuovo regolatore bancario che ha reso più severi e immediati, benché temporanei, i vincoli di capitale chiesti da Basilea alle banche) prevalgono tendenze all'omologazione verso la seconda, per motivi culturali e di lobby che non sembrano esattamente consoni agli insegnamenti delle due crisi finanziarie 2008 e 2011. Con un tipico compromesso politico ribassista, il 15 maggio gli Stati membri dell'euro hanno approvato la bozza di trasformazione in legge dei nuovi principi contabili, in vigore da gennaio prossimo. I commenti critici si sono sprecati specie sul campanilismo degli attori: Londra (tanto ha già nazionalizzato molte sue banche), chiede vincoli più stringenti di capitale, e più autonomia per la vigilanza nazionale, e si scontra con Francia e Germania, che puntano a un unico schema da applicare a 8.300 banche di 27 paesi, necessariamente più lasco (e cercando di tutelare i loro istituti, che brillano per non avere ancora ricapitalizzato dall'inizio della crisi). Un recente articolo del Peterson Institute, pensatoio indipendente statunitense che si occupa di economia internazionale, ne ha avute per tutti: «Purtroppo, l'intesa dell'Ecofin di metà maggio ostacola la causa della riforma, rischia di portare ulteriore instabilità al sistema bancario europeo e all'economia globale», vi si legge. Il Parlamento europeo dovrebbe rivoltare quel testo, prima di adottare questo compromesso difettoso». L'analisi punta il dito contro due aspetti: «Primo, i cuscinetti di capitale discrezionali da paese a paese scoraggeranno le ricapitalizzazioni ampie e urgenti di banche nell'area dell'euro. Secondo, l'annacquamento della qualità del capitale richiesto può spingere a una gara al ribasso gli istituti concorrenti ». In aprile il Comitato di Basilea sul grado di avvicinamento alle nuove regole permette di fare il punto. Intanto, nella decina di pagine anodine del documento redatto a valle, emergono diverse asimmetrie nella preparazione ai principi che cambieranno il panorama del credito globale. Mentre l'Europa già lavora su un testo regolamentare della Commissione - che il suo Parlamento è chiamato a ratificare - paesi importanti come Stati Uniti, Russia, Turchia, Corea del Sud, Messico, Sud Africa ancora non hanno trascritto i principi da far diventare legislazione. Negli States dovrebbero uscire entro fine giugno, ma sono possibili ritardi, anche perché il testo va coordinato con la locale riforma finanziaria (Dodd-Frank Act). Frattanto, non risulta che le banche d'Oltreoceano, nel presentarsi agli investitori, si diano cura di questi problemi, che attanagliano da almeno un anno ormai le banche europee. Con esiti già un po' opposti rispetto ai principi di Basilea 3: «Aumentare la resistenza del sistema bancario globale - si legge - ristorando la fiducia dei mercati nelle regole e introducendo un campo di regole armonioso ». È utile ricordarne i tre capisaldi: maggiore richiesta di capitale, espressa da un Core tier 1 all'8% (inalterato rispetto al passato, ma di fatto maggiore, poiché sale dal 2 al 4,5% il common equity, patrimonio puro rappresentato da azioni e utili messi a riserva); equilibrio strutturale tra raccolta e impieghi, per evitare scompensi sulle scadenze ed espresso dall'indice di lungo periodo Nsfr ( Net stable funding ratio); obbligo di detenere attività liquide bastanti a fronteggiare almeno 30 giorni di stress nella raccolta. Se scendiamo più in basso, dalle misure congegnate da quelli che un banchiere italiano chiama "i Soloni di laboratorio di Basilea" agli investitori del mercato, approcci e reazioni sono, spesso, più prosaici. «Basilea 3 ha esasperato le inefficienze del sistema, allineando tutte le banche su simili tipologie di rischio - dice Alberto Segafredo, in passato analista creditizio e ora gestore in Carthesio -. Le pressioni della lobby anglosassone spingono a privilegiare la ponderazione delle securities rispetto ai crediti verso clienti, con l'effetto che anche chi ha bilanci basati sui crediti troverà conveniente smobilizzarli e puntare sui vari tipi di emissione, con la complicità delle agenzie di rating che le bollano come carta di qualità». Il meccanismo, citato anche da altri, ricorda drammaticamente il circolo vizioso tra agenzie (americane), banche (americane), investitori (anglosassoni) che sfociò nella prima crisi finanziaria, quella dei subprime, anche detti, pour cause, "titoli salsiccia". La nuova crisi del debito da un anno opera, poi, come una seconda lama di rasoio: il cuscinetto free risk dei titoli di Stato non esiste più, quando si parla di securities "periferiche": basta guardare gli andirivieni degli spread sovrani di Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia, e a quanti guai stanno procurando alle banche nei loro paesi, mentre la fuga dal rischio degli investitori amplifica la "bontà" dei titoli di Stato dei paesi a tripla A, e pone in una surreale torre d'avorio i loro istituti, che pagano la raccolta a tassi privilegiati. Non può stupire, poi, che il Comitato di Basilea, genesi delle nuove regole, paghi un dazio quantomeno culturale alle economie di "serie A" (nel senso dei rating). Se si scorrono gli occupanti delle sue quattro sottocommissioni, si nota il fiorire di alti funzionari giapponesi (4), americani (4), britannici (3), svizzeri (2). Senza dire del tavolo consultivo di Basilea, dove siedono i grandi banchieri internazionali. Gente che ha poco o nulla da spartire con le migliaia di banche commerciali che popolano l'Italia, e vivono di credito a 4,5 milioni di Pmi tricolori (il 99,9% delle aziende totali). Proprio la diversità italiana dai modelli e dagli schemi mentali di Basilea 3 rischia di portare male a un paese che ha già troppi guai di suo. È nota la storica iperbancarizzazione delle imprese domestiche, illustrata da circa 900 miliardi di prestiti al sistema, lo stesso livello di quelli tedeschi, dove però l'economia e le imprese hanno ben altre dimensioni. Non può sorprendere se le banche nazionali hanno risposto agli eventi esterni, anche regolamentari, con dolorose ricapitalizzazioni e dolorosissimo azzeramento del tasso di impieghi del sistema. Perché sul credit crunch non si scappa: lo ha scritto perfino l'Abi, al di là di tante dichiarazioni rassicuranti di banchieri: «Più elevati livelli di capitalizzazione richiedono maggiori profitti, o in alternativa una decelerazione della crescita delle attività, che implica una minore crescita del credito». E dato che nel 2011 la redditività del sistema bancario nazionale è crollata al 2,6% di Roe, ognuno tiri le somme che crede. Pochi giorni fa, un parziale successo dai lobbysti di Abi, Confindustria, Rete Imprese e cooperative è stato colto a Bruxelles, dove l'Europarlamento (a metà maggio) ha approvato in Commissione affari economici e finanziari diversi emendamenti alla Capital Requirement Directive, che andrà al voto a fine giugno. Uno di questi introduce un moltiplicatore allo 0,7619, che attenua la ponderazione e quindi il rischio degli attivi, se questi riguardano prestiti alle Pmi. Uno sconto che potrà attenuare l'avarizia sui loro affidamenti.

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