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  :: Rassegna stampa - Documento

Basilea Tre e il paese delle meraviglie
di Luigi Spaventa
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 20 settembre 2010

Le decisioni di Basilea 3 sono state accolte in composto silenzio dalle banche (che, individualmente e collettivamente, avevano tanto vociato nei mesi e nei giorni precedenti), e dai mercati con un aumento dei prezzi delle azioni bancarie. E' il segno, come molti ritengono, che si è ceduto troppo?
Alla base, esiste una potenziale divergenza fra interesse privato delle banche (e dei loro managers) e interesse pubblico. In tempi buoni una bassa capitalizzazione favorisce i profitti: la convinzione diffusa che un istituto di credito non può fallire riduce i costi dell'indebitamento; donde l'incentivo a investire in impieghi con rendimenti e rischi elevati con una quota minima di capitale proprio. (Ricordiamo gli anni prima della crisi, quando, in nome della modernità e dell'efficienza, si irrideva a una banca con un ROE di "appena" il 12%?) Quando cambia il vento emergono i costi pubblici. Se il capitale non basta ad assorbire le perdite vi saranno interventi a spese del contribuente. Comunque, minore è la capitalizzazione maggiori sono gli effetti negativi sul sistema. In banale esempio, per una perdita di 1 euro su 100 di attivo, una banca obbligata a tenere un rapporto fra capitale proprio e attivo del 10% dovrà ridurre gli impieghi di 10. mentre una con un rapporto di solo il 2 per cento li dovrà ridurre di 50. Basilea 2 contribuì alla crisi finanziaria favorendo la sottocapitalizzazione dei sistemi bancari in almeno quattro modi. I coefficienti erano troppo bassi. Si consentì che per soddisfare i requisiti concorressero, insieme al capitale proprio, attività disparate non in grado di assorbire le perdite. Si ammisero criteri generosi e arbitrari di ponderazione per il rischio dei diversi attivi, affidandone la valutazione alle stesse banche interessate. Si lasciarono aperte vaste possibilità di elusione, sfruttate dai regolati mentre i regolatori, se c'erano, dormivano. Le conseguenze le abbiamo pagate e le stiamo pagando.
Basilea 3 si propone di correggere tutti quei difetti. A regime, il capitale che conterà per soddisfare i requisiti patrimoniali è solo quello corrispondente alle azioni ordinarie (common equity). Si sono rivisti e resi più stringenti i criteri di ponderazione per il rischio delle poste dell'attivo. Si sono aumentati i coefficienti patrimoniali e se ne sono introdotti di nuovi: a regime il coefficiente minimo di capitale a cui far fronte con azioni ordinarie triplica rispetto a oggi.
Tutto a posto dunque? Non proprio, perché restano motivi di dubbio e questioni irrisolte.
Il processo, graduale, di adeguamento dei coefficienti e di ripulitura del patrimonio di vigilanza avrà inizio nel 2013-2014 e si completerà alla fine del 2018 (quanto basta, come ha osservato Martin Wolf, ad avere un altro paio di crisi finanziarie). Con tempi di adeguamento più rapidi, d'altra parte, le banche, non riuscendo a raccogliere il capitale necessario (sul mercato o con accantonamento di utili), minacciavano una riduzione degli impieghi.
Riconoscendo che il problema esiste, non è ovvio che tanta diluizione temporale fosse necessaria (si ricordi che l'istituto internazionale delle banche, per fare un po' di terrorismo, ha sopravvalutato di otto volte, rispetto a stime più rigorose, la perdita di crescita dovuta all'aumento dei coefficienti di capitale).
Molti osservatori, ritenendo inaffidabile la ponderazione delle voci dell'attivo, chiedevano di rapportare il capitale di vigilanza al totale dell'attivo non ponderato: Basilea 3 prevede un periodo di osservazione in vista di un coefficiente del 3 per cento, ma rinvia la decisione al lontano 2018. Poiché passività troppo liquide con attività troppo illiquide furono ingredienti della crisi, si riteneva opportuno costituire un ammortizzatore calibrato sulla situazione di liquidità: Basilea 3 lo prevede però in prospettiva, senza tuttavia ancora definirlo.
Mancano notizie su come si intenda risolvere il problema dei costi collettivi inerenti all'esistenza di banche troppo grandi perché se ne possa consentire la bancarotta (too big to fail): vi sta lavorando il Financial Stability Board presieduto da Mario Draghi, ma non si intravedono soluzioni ovvie che non siano anche drastiche. Si teme che le attività più rischiose e più costose in termini di capitale possano migrare nel territorio sconfinato dove prosperano le attività non regolate, vecchie e nuove. Su alcuni di questi fronti gli Stati Uniti, con la legislazione FrankDodd, sono andati più avanti degli altri paesi.
Ma alla fin fine siamo sempre come Alice, nel suo paese delle meraviglie: la regolazione è costretta a correre sempre di più solo per non perdere posizioni. Così Andrew Haldane, della Banca d'Inghilterra: "E' nell'interesse dei manager delle banche far apparire i miraggi come miracoli. Si introducono misure regolamentari per far fronte alle strategie di rischio della volta scorsa... Ma il rischio emigra là dove la regolazione è più debole, e perciò vi sono limiti a quanto le strategie della regolazione possono ottenere. Al culmine di un boom sia i regolatori sia i regolati sono inclini a credere ai miracoli." Amen.

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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