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Banche venete, troppi errori e gli aiuti di Stato finiscono a Intesa Sanpaolo
di Marcello Esposito
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 26 giugno 2017

L'uso del termine "aiuto" per definire l'intervento pubblico nelle banche venete ha un suono beffardo, quasi quanto la definizione di "salvataggio" applicata alla proposta di Intesa Sanpaolo di acquisire gratuitamente le attività commerciali di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca.
L'unica cosa certa in questa tormentata vicenda è che, grazie ad una serie impressionante di errori e ritardi equamente distribuiti tra Roma, Bruxelles e Francoforte, il conto per il contribuente italiano è lievitato nel giro di pochi mesi da zero a quasi 10 miliardi. Con possibilità praticamente nulle di recuperarne una parte significativa nei prossimi anni.
Stando ai termini dell'offerta formulata dal Consiglio di Intesa lo scorso 21 giugno, l'acquisizione delle due banche venete è subordinata alla "totale neutralità dell'operazione rispetto al common equity tier 1 e alla dividend policy".
In altre parole, qualcuno dovrà accollarsi tutti i crediti deteriorati, tutte le perdite future relative alle cause intentate dai clienti-azionisti truffati dalle precedenti gestioni, tutti i crediti che, pur essendo in bonis, sono ad alto rischio. Fatto salvo per Atlante e per i detentori di obbligazioni subordinate, destinati all'azzaramento, quel "qualcuno" è il Tesoro, cioè il contribuente italiano. Le condizioni poste da Intesa però non finiscono qui. Qualcuno dovrà pagare per gli oneri di integrazione e razionalizzazione delle tre banche. Quel "qualcuno", allo stato attuale, è sempre il Tesoro.
Quindi, gli esuberi di personale, il piano di chiusura degli sportelli nelle numerose aree del paese in cui le tre reti si sovrappongono, l'integrazione dei sistemi informatici e delle piattaforme commerciali etc etc, saranno a carico del contribuente italiano. Infine, non è chiaro se Intesa intenda chiedere anche una completa ricapitalizzazione delle due banche prima di acquisirle. Nell'offerta la richiesta non è esplicitata, ma l'attività bancaria, anche quella più virtuosa, genera comunque assorbimenti di capitale regolamentare. Se Intesa non è disponbile a chiedere nuove risorse ai suoi azionisti, direttamente o modificando la politica dei dividendi, ne deriva che le due "good bank" devono arrivare non solo ripulite delle perdite ma anche adeguatamente capitalizzate.
In cambio di tutto questo, Intesa intende pagare una cifra simbolica e rilevare appunto solo l'attività commerciale delle due banche e la loro rete di sportelli. Nell'ipotesi che un'offerta così articolata faccia parte di un piano concordato tra Intesa e il Tesoro, non sarà facile per l'Italia convincere Bruxelles che non siamo in presenza di aiuti di Stato a favore di Intesa Sanpaolo. È vero che anche il Banco Santander ad inizio giugno ha rilevato per un euro il Banco Popular, ma a fronte di quasi 8 miliardi di accantomenti a copertura dei crediti deteriorati così acquisiti. Ammesso e non concesso che l'Europa accetti questa soluzione, emerge ancora una volta il paradosso di una Banking Union nata per tagliare il nesso tra rischio sovrano e rischio bancario ma diventata un catalizzatore di crisi più o meno sistemiche da sedare con ingenti iniezioni di denaro pubblico.
In Italia ci abbiamo messo tantissimo del nostro, ma il difetto è strutturale e sta nel codice genetico della Banking Union non in quello degli italiani. Il nostro paese è semplicemente la tessera più fragile del mosaico europeo. Una normativa che prevede meccanicamente il bail-in dei depositanti al determinarsi di certe condizioni introduce un elemento di instabilità strutturale nel sistema bancario. Oggi tocca all'Italia assistere alla fuga dei depositanti dai suoi istituti più deboli. Ma domani, con queste regole, potrebbe toccare alla Francia o alla Germania. Abbiamo guardato con ammirazione agli interventi dell'amministrazione Obama per salvare l'industria automobilistica all'indomani del fallimento di Lehman. Gli Usa si sono mossi con rapidità e, quando hanno impiegato denaro pubblico, lo hanno fatto sottoforma di "equity". Sono ad esempio diventati azionisti di Chrysler e hanno imposto un piano industriale con obiettivi misurabili e condizioni precise per cedere a titolo oneroso, non gratuito, le azioni al socio industriale, la Fiat di Marchionne.
Questo non è accaduto nel caso delle banche venete e non solo per colpa dell'Italia. L'impossibilità di concepire all'interno del contesto normativo europeo la nazionalizzazione "precauzionale" di una banca ha trasformato quello che un anno fa poteva essere un salvataggio in una vera e propria liquidazione, facendo lievitare enormemente il costo per il contribuente. Le due banche, colpevolmente lasciate nell'incertezza di una soluzione definitiva per quasi un anno, hanno assistito impotenti alla fuga della clientela corporate e di quella più ricca, spaventate dalla prospettiva del bail-in. E questo di fatto ha azzerato le chance per il contribuente di recuperare qualcosa in futuro. Il valore di una Banca, come di una qualsiasi attività commerciale, non sta nelle attività finanziarie che ha in portafoglio, ma nella sua base di clientela.

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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