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  :: Rassegna stampa - Documento

Banche, troppe voci per una crisi: il credito ostaggio dei veti incrociati
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 5 giugno 2017

«Abbiamo avuto conferma che le crisi bancarie vanno risolte il prima possibile. Lasciare che si trascinino per mesi, per anni è deleterio perché con il passare del tempo cambiano le regole, cambiano le persone, cambia la congiuntura, cambia il mercato bancario». Il grido d'allarme del Governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, lanciato attraverso l'inconsueto discorso a braccio della sua Relazione annuale della scorsa settimana, è ben comprensibile. Il punto è: di chi la colpa?
Negli ultimi due anni e mezzo l'Italia ha dovuto affrontare una quantità impressionante di crisi bancarie. Prima, a fine 2015, le quattro banche poste in risoluzione (Carichieti, Carife, Banca Etruria e Banca Marche), la cui vicenda sta trovando soltanto in questi giorni un approdo finale. Poi le due popolari venete (Bpvi e Veneto Banca), ricapitalizzate lo scorso anno dal Fondo Atlante per 2,5 miliardi ma bisognose di un nuovo intervento sul capitale che lo Stato italiano è pronto a mettere quale "ricapitalizzazione preventiva" e che la Bce ha quantificato in 6,5 miliardi; permane tuttavia una situazione di stallo per la richiesta da parte della Commissione europea di un intervento di privati per almeno un miliardo, che per il momento nessuno è disposto a mettere. Infine il caso Monte dei Paschi, esploso lo scorso dicembre quando non era stato possibile trovare capitali privati e avviato a soluzione anche qui con l'intervento dello Stato. Una soluzione trovata soltanto la scorsa settimana dopo una lunga trattativa di sei mesi con la Bce, in particolare con la vigilanza diretta da Danièle Nouy, e con la Direzione generale Concorrenza dell'Ue guidata da Margrethe Vestager. In mezzo a queste vicende che riguardano il salvataggio di banche in crisi, c'è stata anche la lunga pressione esercitata dalla Banca d'Italia e dal ministero dell'Economia a livello europeo per interventi di carattere sistemico come la creazione di una bad bank italiana che potesse liberare gli istituti di gran parte delle sofferenze a prezzi non di saldo come avviene oggi quando un pacchetto di non performing loans viene messo in vendita. Una trattativa durata circa un anno che però si è conclusa con un nulla di fatto, ancora una volta per l'opposizione della Dg Competition. Insomma, difficile dar torto al Governatore Visco. Di certo nella gestione delle crisi bancarie una cosa è mancata: la velocità. Come dice il Governatore, «se si vuole evitare, come si deve, che si inneschi la sfiducia dei clienti dobbiamo agire in poche settimane, non aspettare mesi o addirittura anni». E già sappiamo che la sfiducia ha portato nei mesi scorsi i clienti di molte delle banche citate a fuggire con i loro risparmi - decine di miliardi - accentuando i problemi degli stessi istituti. Ma com'è successo che queste crisi, in passato risolte celermente con il passaggio dell'azienda in difficoltà a un'altra in un processo guidato dalla moral suasion della Banca d'Italia, sia siano trascinate per così tanto tempo? Di chi la colpa? Il fatto è che in passato, prima dell'Unione bancaria europea, il dominus incontrastato era la struttura della Banca d'Italia che poteva decidere in autonomia il da farsi, magari incoraggiando il Fondo interbancario di tutela dei depositi a farsi carico delle necessarie ricapitalizzazioni. E quando occorreva un intervento con fondi pubblici non c'erano limitazioni. Questo piccolo mondo antico del credito è finito per sempre da quando l'Unione europea ha creato un corpus di norme, peraltro in continua e magmatica evoluzione, e ha moltiplicato le autorità di vigilanza e di regolamentazione. Ed è in qualche modo normale che si stia ancora cercando una sintesi fra tutte queste novità: in fondo la regolamentazione europea è, da un punto di vista storico, soltanto allo stato nascente. Peccato, però, che l'Italia sia incappata in un questo meccanismo poco oliato proprio quando - come ha detto Visco - il nostro paese attraversava la più grande crisi economica e finanziaria del dopoguerra. Per rendersi conto della straordinaria complessità della situazione e delle numerose autorità o enti che giocano una partita "a parità di potere", quindi senza che nessuno possa vantare una supremazia sugli altri, a volte in un castello di veti incrociati, basta vedere quali e quanti enti o autorità sono stati coinvolti in questi anni e in quali situazioni concrete italiane sono intervenuti.
La Bce/Ssm
È la più grande novità degli ultimi anni, da quando è diventata anche ente di vigilanza sul sistema creditizio europeo. Vigila direttamente sulle banche più significative (in Italia sono 14), e decide se un istituto è in dissesto (fail) o a rischio di dissesto (likely to fail). In particolare, i controlli della Bce sono esercitati dal Meccanismo di vigilanza unico Ssm. La Banca d'Italia è titolare, come le altre banche centrali dei paesi europei, di una vigilanza diretta sulle banche meno significative, mentre svolge la stessa funzione per conto della Bce su quelle più grandi. Da un paio d'anni ha il potere di rimuovere, di fronte a gravi problemi, i manager bancari, mentre in precedenza poteva soltanto sciogliere l'intero Cda ma esclusivamente in caso di amministrazione controllata.
L'Eba
La European banking authority è l'istituzione incaricata di emettere la regolamentazione sugli istituti di credito. Ha predisposto gli stress test che hanno fatto emergere che Mps ha uno shortfall, ovvero potrebbe non superare situazioni di grande crisi. Per questo lo Stato Italiano ha messo sul piatto 8 miliardi (su 20 stanziati anche per gli altri istituti in difficoltà) per procedere a una "ricapitalizzazione preventiva" che implica l'attivazione della procedura di risoluzione.
Single Resolution Board (Srb)
È l'autorità responsabile del Single resolution mechanism. Si tratta di un'agenzia europea per l'esercizio delle funzioni di risoluzione, nel cui board sono presenti anche i rappresentanti delle autorità nazionali. Interviene quando è stato dichiarato il dissesto o il rischio di dissesto di un istituto e, insieme alla Bce (quindi con poteri posti sullo stesso piano), cerca di vedere se e come è possibile salvarlo. Se c'è un comprovato "interesse pubblico", l'istituto entra in resolution e si dovrà attivare il bail in: in sostanza dovranno contribuire anche tutti gli azionisti, gli obbligazionisti subordinati, gli obbligazionisti semplici e i depositanti non protetti (le somme superiori ai 100 mila euro depositate in banca). In Italia fino a questo momento si è fatto di tutto per evitare di mettere in moto il bail in con la convinzione che ciò creerebbe un precedente di sfiducia nei confronti delle banche.
Il Consiglio europeo
Una volta decisa la risoluzione da parte della Bce e del Srb, il Consiglio europeo, su proposta della Commissione Ue, deve ratificarla entro due giorni. Il Consiglio ha dunque un potere di veto, capace teoricamente di bloccare un'operazione di questo tipo.
L'Unità di risoluzione italiana
Il meccanismo europeo Srm ha cominciato a entrare in funzione soltanto a partire dal gennaio del 2016, coordinato dal Single resolution board, e ci vorranno otto anni circa per alimentare il fondo di risoluzione europeo. Nel frattempo sono state costituite le singole unità di risoluzione nazionali: in Italia questa unità è gestita dalla Banca d'Italia e diretta da Enzo Serata.
Il Fondo interbancario
È il tradizionale fondo che tutela i depositanti italiani in caso di crack ed è alimentato da contributi obbligatori degli istituti. È intervenuto spesso, in passato anche per ricapitalizzare o salvare un piccolo istituto. La Banca d'Italia avrebbe voluto utilizzarlo per ricapitalizzare le quattro banche poste in risoluzione ma la Direzione generale Concorrenza della Commissione Ue, diretta da Margrethe Vestager, ha interpretato questo fondo come "pubblico" perché è "obbligatorio". Una interpretazione avversata dalla Banca d'Italia. Tra parentesi c'è ancora un ricorso su questo fronte alla Corte di giustizia europea su Banca Tercas. Per evitare problemi, il Fondo interbancario ha creato a latere un "Fondo volontario" che è intervenuto poi in alcune situazioni.
Il ministero dell'Economia
Il ministero dell'Economia, supportato dalla Banca d'Italia, ha deciso di intervenire in alcune crisi bancarie (Mps e venete), per ottemperare alle necessità di ricapitalizzazione individuate e formalizzate dalla Bce. Ma questo punto ha dovuto intavolare una lunga trattativa con la Dg Concorrenza della Commissione europea, che ci ha messo ben sei mesi per dare il via libera alla ricapitalizzazione di Mps. Su Bpvi e Veneto Banca la discussione non è finita perché la Dg Concorrenza ritiene che una parte della ricapitalizzazione vada a coprire perdite pregresse (che l'intervento pubblico non può sostenere per non distorcere la concorrenza).

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