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Banche, la via crucis del credito: la rete di errori da Mps al Veneto
di Massimo Giannini
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 3 aprile 2017

«La crisi delle banche non esiste. Esistono alcune banche in crisi, che è una cosa molto diversa». Chi in questi mesi di credit crash tricolore avesse l'occasione di scambiare due chiacchiere con Ignazio Visco, lo troverebbe "serenamente preoccupato", per usare un ossimoro moroteo. Preoccupato perché almeno una decina di istituti traballano. Ma sereno, perché secondo il governatore «non è a rischio il sistema».
Mps, Popolare Vicenza, Veneto Banca, Etruria e le altre tre banche "in risoluzione", Carige, e poi Cassa di Cesena, Rimini, Popolare di Bari. Le difficoltà ci sono, ma a determinarle è stata «una crisi economica straordinaria». In otto anni, si dice a Palazzo Koch, il crollo effettivo del Pil è stato del 30% e le sofferenze nette sul totale dei prestiti sono salite di 3 punti. Risultato: 600 miliardi di caduta del Pil hanno generato 60 miliardi di aumento dei crediti avariati. Un disastro, ma «quasi fisiologico». Messa in questi termini, la crisi bancaria italiana è come le sette piaghe d'Egitto. Ti arriva addosso, e non puoi farci niente.
Ma è davvero così? Come diceva Prezzolini, gli «apoti» questa «non la bevono». Non è colpa solo della Grande Recessione, se l'Italia con il suo bel 18% di crediti deteriorati lordi rispetto agli impieghi resta la maglia nera d'Europa. Se dopo 30 miliardi di ricapitalizzazioni dilapidate solo per quella "sporca dozzina" di istituti, e dopo uno "scudo" da 20 miliardi creato a fine 2016, gli analisti stimano un ulteriore fabbisogno di capitali tra 40 e 55 miliardi. Oggi le banche "salvate" sono ancora "sommerse". Vuol dire che nella politica qualcosa non ha funzionato. Solo nel "triangolo delle Bermude" Mps-Popolare Vicenza-Veneto Banca sono scomparsi 65 miliardi di depositi in 5 anni, e un milione e mezzo di risparmiatori ci ha rimesso quasi 15 miliardi. Certo, i "furbetti del credito" hanno anche rubato. Ma i controllori non hanno controllato. Tutti hanno un pezzo di colpa, nella via crucis bancaria di questi anni. Ora la politica, con la sua cattiva e tardiva coscienza, ha inventato un ridicolo Golgota finale: la commissione parlamentare d'inchiesta, che non scoprirà un bel niente (come tutte le commissioni d'inchiesta, da Ustica a Bnl Atlanta). Sarà un inutile ricettacolo di veleni e di vendette.
Il groviglio di Siena. La prima "stazione" della via crucis è a Rocca Salimbeni, madre di tutte le sciagure del "socialismo municipale". Mps, "groviglio armonioso" diventato "rovinoso". Rovina nel dicembre 1999, quando ingoia per 1,3 miliardi un boccone rancido come Banca 121 (già Banca del Salento, cassaforte dalemiana). Rovina nel novembre 2007, quando ingoia un boccone enorme come Antonveneta (vale 6 miliardi, ma il Santander gliela rifila per oltre 9 miliardi). Due "uova del serpente", che nella pancia senese generano 18 miliardi di debiti. L'ineffabile Mussari li occulta con le truffe in derivati ("Fresh" e "Santorini", nascosti in cassaforte). Deflagra lo scandalo giudiziario. Nel frattempo, un tourbillon di aumenti di capitale (9 miliardi tra 2014 e 2015). Fino al caos odierno: decreto legge di fine dicembre e salvataggio pubblico da 20 miliardi. Secondo Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena, «Mps l'hanno ucciso le faide interne al Pd, D'Alema che sbagliò a nominare Mussari e Veltroni che non capì l'enorme scontro finanziario in atto nell'Italia di quegli anni». Ma premesso questo: dov'era la Banca d'Italia di Antonio Fazio, ai tempi dell'indigestione Banca 121? Dov'era la Banca d'Italia di Mario Draghi, ai tempi del bagno di sangue su Antonveneta? E dov'era la Consob di Lamberto Cardia, ai tempi dell'intossicazione da derivati? Dal 2010 la fuga dei depositi ha raggiunto i 50 miliardi. La politica continua a offrire il peggio di sé. Renzi, che usa la commissione d'inchiesta come una clava contro D'Alema e i Ds, da premier ha combinato altrettanti pastrocchi. Si è inopinatamente fidato di Jp Morgan per la ricapitalizzazione privata da 5 miliardi, cacciando l'ex "ad" Viola e imponendo Morelli. Di fronte al fiasco ormai certo, ha rinviato l'intervento pubblico (che a luglio 2016 la Ue gli avrebbe consentito), per evitare schizzi di fango prima del referendum costituzionale. Il governo Gentiloni ci ha messo una pezza alla vigilia di Natale. Ma il salvagente dello Stato non è ancora scattato, per un kafkiano cortocircuito con Bce e Bruxelles. Per dare via libera all'aumento di capitale "precauzionale", Mps deve dimostrare di possedere "i requisiti patrimoniali minimi". Cioè, per avere l'autorizzazione Bce sugli 8,8 miliardi di capitali chiesti dalla stessa Bce, Siena deve prima dimostrare di non averne bisogno. Siamo fermi a questo paradosso, di cui il silente ministro Padoan non sembra in grado di venire a capo.
La trappola di Etruria. Renzi se ne fa ancora un vanto (sorvolando tartufescamente sul conflitto d'interessi di papà Pierluigi Boschi): «Il salvataggio delle 4 banche regionali ha messo al sicuro i risparmi di 1 milione di correntisti e obbligazionisti, per un controvalore di 12 miliardi». La fa troppo facile: anche in questo caso la politica di impicci ne ha combinati tanti. Il decreto di "risoluzione" per Etruria, Banca Marche, Cariferrara e Carichieti (seconda "stazione" della via crucis) piove sulla testa degli italiani il 22 novembre 2015, quando scattano per la prima volta il "bail in" e il "burden sharing". È una pioggia gelata. Fino ad allora (nonostante perdite per 1,7 miliardi e crediti deteriorati per 6) non si sapeva granché del buco delle quattro "banchette". E fino ad allora (nonostante una gestazione comunitaria iniziata nel 2013 «con l'accordo di tutti i governi compreso quello italiano», come Mario Monti ricorda all'immemore Matteo) non si sapeva nulla della "rivoluzione" in arrivo. A dicembre 2015 è il caos. I risparmiatori (spesso costretti a sottoscrivere quote in cambio di prestiti) scendono in piazza. Un pensionato-cliente di Etruria si suicida. E allora si svegliano tutti. Renzi dice che senza il suo decreto sarebbe scoppiata l'Armageddon. Il presidente dell'Abi Patuelli obietta che «il bail-in è incostituzionale». La Banca d'Italia ricorda che il governatore andò per primo a illustrare alle Camere le criticità del bail in e la necessità di applicarlo gradualmente.
Sindrome bail-in. A Palazzo Koch si racconta che a negoziare con l'Europa, fino al 2014, «furono Grilli, Saccomanni e Padoan, tre ministri diversi, mentre per i tedeschi c'era sempre e solo Schaeuble». Si sottolinea che la comunicazione fatta a Bruxelles prevedeva di falcidiare dell'8% tutti (correntisti, subordinati e non) e poi liquidare le quattro "banchette", e questo "grandguignol" è stato evitato solo grazie a Bankitalia. E si aggiunge, infine, che se tutto è precipitato in fretta, nel novembre nero 2015, è perché la legge sul "burden sharing" (che ha recepito la direttiva Brrd e ha consentito di distinguere tra le diverse categorie di risparmiatori) fu approvata dal Parlamento nel luglio 2015 con 7 mesi di ritardo, e rimase parcheggiata a Palazzo Chigi per altri 4 mesi.
Gli scenari della Consob. Dunque, ancora una volta la politica ha fatto i suoi errori. Ma dov'erano gli "sceriffi", mentre i "gangster" Fornasari e Bianconi piazzavano a carissimo prezzo i loro "junk bond" agli ignari clienti? A Banca Etruria la prima ispezione Bankitalia è del 2010, e il commissariamento solo del febbraio 2015. In mezzo, altre ispezioni, irregolarità, lettere come quelle che Visco scrive il 5 dicembre 2013, in cui parla di "degrado irreversibile" dell'istituto. Ma questi rilievi non finiscono nel prospetto informativo autorizzato dalla Consob (che pochi giorni dopo accompagna la nuova emissione di obbligazioni) perché "non assumono in ogni caso un'entità tale da pregiudicare il mantenimento dei requisiti prudenziali". Dunque, un "degrado irreversibile" nella gestione di Etruria non è bastato, per Banca d'Italia e Consob, a lanciare un allarme ai risparmiatori? Non solo. Fino al 2011, per le obbligazioni subordinate, la Consob accludeva ai prospetto informativi gli "scenari probabilistici", con i quali si spiegava ai clienti quanto fosse alta la probabilità di perdere parte del capitale investito (30, 50, 70%, a seconda della rischiosità dell'obbligazione). Perche dal 2012 il presidente Giuseppe Vegas fa eliminare questa informazione dai prospetti? La Consob risponde che «gli scenari probabilistici sono stati più volte bocciati in sede europea...». Suona quasi come una "fake news": la Ue non "boccia" niente e non obbliga nessuno. Intanto la crisi delle quattro banche (finite in carico a Ubi e Bper) è tutt'altro che risolta.
I manager "popolari". La terza stazione è a Genova. Le "banche del territorio" dovevano essere il polmone finanziario delle economie locali, e invece si sono rivelate il "caveaux del malaffare". Il ragionier Giovanni Berneschi (ex presidente di Carige appena condannato a 8 anni e 2 mesi) è "l'eroe brechtiano": quello che capisce che per fare soldi, invece di rapinare una banca, conviene amministrarla. Nel 2006 è stato indagato per l'appoggio dato a Consorte e Fiorani nella scalata su Antonveneta. A Genova, fino all'arresto del 2014, è successa la qualunque. Truffe immobiliari, prestiti agli amici. Tra 2013 e 2015, due aumenti di capitale da 1,6 miliardi polverizzati e perdite cumulate per quasi 3 miliardi. Si riaffaccia il dubbio amletico? Bankitalia dov'era? E dov'era mentre dilagavano i buchi delle Popolari? Domande che riaprono la contesa tra politici e authority. Renzi rivendica: se il suo governo non «avesse prontamente realizzato la riforma» oggi sarebbe saltato per aria «l'intero sistema bancario italiano». La Vigilanza di Via Nazionale, guidata da Carmelo Barbagallo, racconta l'esatto contrario. È Palazzo Koch che si è battuta per far passare la riforma, mentre il Parlamento la osteggiava e difendeva il voto capitario. È Palazzo Koch che ha lavorato ai fianchi i cda e a tavolino con le Procure. Ma ci sono voluti tre anni per far arrestare Berneschi a Genova, tre anni per rimuovere Consoli da Vicenza, due anni per far fuori Bianconi da Banca Marche. Troppi: il "sacco bancario" si era già compiuto.
L'abisso delle venete. L'ultima stazione della via crucis porta nel Nord Est. La Popolare di Vicenza del cavalier Gianni Zonin (ex re del Prosecco interrogato dai pm martedì scorso per 11 ore) in tre anni ha bruciato 6,2 miliardi di valore, lasciando carta straccia in mano ai 118 mila poveri azionisti. La Veneto Banca del ragionier Vincenzo Consoli (abituato a volare sul suo Learjet Executive 60 XR, agli arresti domiciliari da agosto 2016 e appena scarcerato) di miliardi ne ha bruciati 5, con lo stesso meccanismo delle "operazioni baciate" imposte a 90 mila risparmiatori ridotti sul lastrico. Che dice la Consob? Dipende da Bankitalia. Che dice Bankitalia? Dipende dalla Consob. Via Nazionale ha agito dietro le quinte. Ispezioni a raffica, dal novembre 2013, rimozione di Consoli, "moral suasion" per far fondere i due istituti. Poi, da dicembre 2014, è subentrata la Vigilanza Bce, e il bubbone è scoppiato. Ora la fusione c'è di fatto, sotto le insegne del Fondo Atlante guidato da Alessandro Penati. Ma è già alla canna del gas pure quello. Finanziato per 3,4 miliardi dalle altre grandi banche (che non vogliono buttarci dentro neanche un euro in più) Atlante alza le mani di fronte ad altri 1,9 miliardi di perdite 2016 di Vicenza. I nuovi "ad", Viola e Carrus, chiedono con urgenza la ricapitalizzazione "precauzionale", cioè l'intervento pubblico come per Mps. E dunque si profila anche per loro il micidiale "Comma 22" con Bce e Ue. Servirebbe anche in questo caso una guida forte al governo e al Tesoro. Ma di Gentiloni e Padoan non si hanno notizie. E le due banche affondano nella palude dell'incertezza. Dal 2013 si sono volatilizzati depositi per 11 miliardi a Vicenza, per 4 miliardi a Montebelluna. Avanti così, il Golgota è vicino.

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