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Banche in pericolo, così i piccoli e medi istituti rischiano il crack
di Giuseppe Oddo
L'Espresso online
Lunedì 24 aprile 2017

Sembra di stare in un campo minato. I dati che emergono da uno studio di R&S su 377 banche "minori” con attivi inferiori a 5 miliardi mettono i brividi. Sono per la maggior parte banche di credito cooperativo e, in misura minore, banche popolari e società per azioni, vigilate in modo indiretto dalla Banca centrale europea attraverso Banca d'Italia.
Sono quegli istituti che dovrebbero sostenere l'economia dei territori, erogando il credito alle piccole e piccolissime imprese. Di fatto le centinaia di piccole banche sparse per l'Italia sono strumenti di potere sempre più spesso autoreferenziali e collusi con i partiti, che se ne servono per alimentare su scala locale i loro interessi affaristico-clientelari. Ed è proprio la commistione tra banche, politica e affari (lo stesso tarlo che ha divorato Monte dei Paschi) ad avere messo in ginocchio decine di piccoli istituti salvati a un passo dal baratro con i soldi dei contribuenti.
Mancati crack e salvataggi. Sono passati diciassette mesi dai salvataggi di Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara, che hanno incenerito i risparmi di decine di migliaia di famiglie. E nonostante il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, dispensi ottimismo - dichiarando: «La crisi delle banche non esiste, esistono banche in crisi» - i numeri che pubblichiamo sono tutto tranne che rassicuranti. Almeno per i piccoli investitori.
Il 66 per cento delle banche del campione è considerato a rischio: un terzo abbondante a rischio elevato e oltre un quarto mediamente rischioso. Le banche a basso rischio rappresentano il 34 per cento, la minoranza.
Per determinare il livello di rischio, il parametro più frequentemente utilizzato è il rapporto tra crediti deteriorati netti e patrimonio netto tangibile. Quando il rapporto supera il 100 per cento l'equilibrio patrimoniale della banca comincia ad essere compromesso.
Stando a questo indicatore, il peggiore istituto in assoluto è Banca di Teramo, con crediti deteriorati netti pari a quasi otto volte il patrimonio netto tangibile e sofferenze non garantite pari a più di due terzi i mezzi propri: un fallimento evitato per un soffio nel 2016 attraverso l'incorporazione di Banca di Teramo in Banca di Castiglione Messer Raimondo e Pianella, oggi prima Bcc dell'Abruzzo.
Nella "rossa" Romagna, sorte simile è toccata a Cassa di risparmio di Cesena, una Spa con poco meno di mille dipendenti, oltre 13mila azionisti, attivi per più di 4 miliardi e crediti deteriorati netti pari a sei volte il patrimonio netto tangibile. Nel 2015 CariCesena ha svalutato crediti per un importo pari a due volte e mezzo i ricavi, chiudendo il bilancio con 252 milioni di perdite, e ha quasi azzerato il valore delle proprie azioni, mandando in fumo i risparmi dei soci. È stata salvata dal crack nel 2016 dal Fondo interbancario di tutela dei depositi.
Altre banche emiliano-romagnole sono cadute nel gorgo delle sofferenze: Banca Carim, la Spa con 3,7 miliardi di attivi posseduta al 56 per cento da Fondazione Cassa di risparmio di Rimini e per il resto da 7.600 soci. Tra il 2010 e il 2011, l'istituto è stato commissariato per gravi irregolarità di gestione e forti perdite patrimoniali. Negli anni seguenti ha incorporato Banca Etica Adriatica. E nel 2015 il suo patrimonio netto è risultato di circa due volte e mezzo inferiore ai crediti deteriorati. Non solo: Carim ha svalutato crediti inesigibili per un ammontare pari all'80 per cento dei ricavi.
Banco Emiliano, 1,6 miliardi di attivi, 1.600 piccoli azionisti, nato nel 2013 dalla fusione tra Banca di Cavola e Sassuolo e Banca Reggiana, aveva nel 2015 crediti deteriorati netti pari a una volta e mezzo il patrimonio netto tangibile e ingenti perdite su crediti. Tra il 2016 e il 2017 l'istituto ha prima cambiato nome in Banco di credito Emiliano per poi farsi incorporare dalla bolognese Emil Banca (attivi per altri 2,8 miliardi). La firma dell'atto di fusione è di circa un mese fa. La nuova Emil Banca, operativa dal primo aprile con 44mila soci e 700 dipendenti, è oggi una delle maggiori banche di credito cooperativo del Nord. Ma l'operazione è potuta avvenire grazie all'intervento del Fondo temporaneo istituito con legge di riforma del governo Renzi per le Bcc in difficoltà.
È a rischio anche la ferrarese Banca di Forlì, che confluirà nella Bcc Ravennate e Imolese. L'operazione è stata autorizzata da Banca d'Italia il 21 marzo. I crediti deteriorati netti di Banca di Forlì, che ha chiuso in perdita gli ultimi tre esercizi, sono il triplo del suo patrimonio netto, e nel 2015 ne ha svalutati per un ammontare pressoché pari ai ricavi.
Faro acceso su ChiantiBanca. Segnali d'allarme arrivano anche dalla Toscana. Cassa di San Miniato, la Spa con 3,3 miliardi di attivi di cui è amministratore delegato Divo Gronchi, ha crediti deteriorati netti pari a più del triplo del patrimonio netto tangibile e una quota elevata di tali crediti (il 46 per cento dei mezzi propri) non è assistita da garanzie. L'altra faccia della medaglia, che giustifica in parte l'ammontare delle sofferenze, sono gli elevati prestiti alla clientela, che rappresentano più dei due terzi dell'attivo della San Miniato.
ChiantiBanca, presieduta da Lorenzo Bini Smaghi (ex comitato esecutivo Bce), è annoverata tra i 107 istituti mediamente rischiosi. Con 2,7 miliardi di attivi, la banca ha crediti deteriorati netti pari al patrimonio netto tangibile, sofferenze non garantite pari all'11 per cento dei mezzi propri e ha svalutato crediti per una somma pari al 41 per cento dei ricavi. ChiantiBanca nel 2012 ha rilevato il Credito Cooperativo Fiorentino (per la cui insolvenza l'ex presidente e parlamentare di centrodestra, Denis Verdini, è stato condannato a nove anni). E nel 2016 ha incorporato anche Banca di Pistoia e Banca Area Pratese.
Al termine di un'ispezione della vigilanza, che ha passato al setaccio le operazioni precedenti l'arrivo di Bini Smaghi, il direttore generale e cinque amministratori di ChiantiBanca hanno dovuto dimettersi. La vicenda ha scosso i risparmiatori toscani, già scottati dai dissesti di Etruria e Monte dei Paschi. Così, nell'imminenza dell'assemblea del 14 maggio prossimo per l'approvazione del bilancio 2016, il presidente ha scritto agli azionisti, rassicurandoli sulla solidità dell'istituto. ChiantiBanca ha chiuso infatti il passato esercizio con una perdita di 90 milioni per rettifiche su crediti, anche se il risultato operativo è stato positivo per 33,5 milioni.
Nella lista degli istituti a rischio c'è anche Banca Cambiano 1884, una Spa con 3,7 miliardi di attivi, crediti deteriorati netti pari al patrimonio netto tangibile e rettifiche su crediti pari al 59 per cento dei ricavi. Direzione generale a Castelfiorentino, la Cambiano ha incorporato di recente la bolognese Banca Agci (dell'Associazione generale delle cooperative italiane) ed è considerata vicina a Matteo Renzi. Dopo avere concesso al segretario del Pd un mutuo per le amministrative del 2009, ha fatto da banca d'appoggio per la raccolta fondi per le primarie del 2012. Oltre tutto la filiale di Firenze è diretta da Marco Lotti, padre dell'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio e attuale ministro per lo Sport, Luca Lotti, fedelissimo di Renzi.
Dal Veneto alla Puglia. In Veneto la maglia nera spetta a Banca Atestina. Il piccolo istituto di Padova con 400 milioni di attivi ha crediti deteriorati per tre volte e mezzo il patrimonio netto e svalutazioni per quasi tre volte i ricavi. È stato salvato nel 2016 grazie alla fusione con la trevigiana Banca Prealpi.
Pressoché analoga per dimensione e rischiosità è la Cassa Rurale della Valle dei Laghi, nella provincia autonoma di Trento, incorporata nel 2016 nella Cassa Rurale Alto Adige.
Tra le banche a più alto rischio, sempre in provincia di Trento, c'è la Cassa Rurale di Rovereto, 1,1 miliardi di attivi, crediti deteriorati netti pari a circa due volte e mezzo il patrimonio netto tangibile, sofferenze non coperte da garanzie pari al 28,5 per cento dei mezzi propri e rettifiche su crediti superiori di una volta e mezzo i ricavi.
E tra le piccole realtà del Sud va citata Banca Popolare di Puglia e Basilicata (Bppb), a capo della quale ritroviamo quel Vincenzo De Bustis passato agli annali per avere venduto a Monte dei Paschi nel 2000, alla modica cifra di 2.500 miliardi di lire, Banca del Salento. Bppb, 4,1 miliardi di attivi, ha crediti deteriorati netti superiori di una volta abbondante al patrimonio netto tangibile e sofferenze non garantite pari al 10 per cento dei mezzi propri.
La fregatura dei bond subordinati. Un altro interessante parametro di rischiosità è il rapporto tra strumenti ibridi e capitale di vigilanza: il capitale minimo che una banca deve avere per soddisfare i requisiti di vigilanza prudenziale stabiliti dalla Bce. Gli strumenti ibridi comprendono le obbligazioni subordinate che la vigilanza considera quasi capitale, includendole nella valutazione di sicurezza patrimoniale della banca. Il problema è che questi strumenti ricadono nella norma sul bail in che impone anche ai privati di farsi carico del salvataggio di una banca secondo un ordine prestabilito: azionisti, obbligazionisti subordinati, obbligazionisti senior e correntisti con più di 100 mila euro di depositi. I bond subordinati possono dunque essere convertiti in azioni il cui valore può essere abbattuto, fino al completo azzeramento, per coprire le perdite e ricostituire il capitale della banca. E quanto più è alta nel capitale di vigilanza la percentuale di strumenti ibridi tanto più è alto il rischio per il risparmiatore di perdere l'investimento.
Secondo R&S, l'incidenza di strumenti ibridi è altissima nel caso di Cassa di Cesena, il 54 per cento. Supera il 30 per cento nei casi di Credito Salernitano, Cassa di San Miniato, Banca di Frascati, Bcc di Cagliari, Ubae e Banca di Castel Goffredo. Ed è compresa tra il 20 per cento e il 30 per cento nel caso di altre dodici banche, tra cui - con una quota superiore al 25 per cento - Cassa Raiffeisen di Nova Levante, Bcc del Veneziano, Cassa Rurale di Rovereto, Bcc Toniolo-Genzano di Roma, Cassa Rurale Valli di Primiero e Vanoi e Banca del Fucino.
Come si sono potute infrangere soglie di rischio così elevate? Il governatore Visco addebita la crescita dei crediti deteriorati alla recessione che ha colpito il paese tra il 2009 e il 2013 con una caduta del 10 per cento del Pil e di un quarto della produzione industriale. Le banche territoriali hanno subito in particolare gli effetti della crisi edilizia, che ha portato al fallimento molti debitori. La verità, però, risiede anche nei metodi di erogazione del credito: nei finanziamenti alle imprese vicine alla politica, nell'uso spregiudicato del denaro da parte di amministratori legati alle cricche affaristiche locali. Come ha operato la banca centrale? La vigilanza ha denunciato le irregolarità? Alcune banche locali sono state ispezionate più volte, ma a far scattare l'allarme sono stati spesso gruppi di piccoli azionisti. Altre volte è stata la magistratura a scoprire il marcio. Sono decenni che Bankitalia arriva ultima sul luogo del delitto. L'esperienza dimostra che le fusioni tra banche dissestate e banche sane possono rinviare e ingigantire i problemi. C'è un male profondo da estirpare nel sistema bancario se vale ancora l'articolo 47 della Costituzione: «La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme».
Altrimenti altri crack potrebbero abbattersi sui piccoli investitori. E i numeri sono lì apposta, a ricordarcelo.

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