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Banche, il rischio di indebolire i gruppi forti per salvare i deboli
di Marcello Esposito
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 26 settembre 2016

Più volte si è affermato che in Italia ci sono troppe banche e pochi banchieri. Ma esiste una strategia per la ristrutturazione del settore bancario italiano? Quando le cose in azienda vanno male, le soluzioni sono due: si tagliano le aree di attività meno efficienti oppure si segue il principio del "lavorare tutti, lavorare meno". Applicando la stessa logica ad un intero settore economico, si può lasciare al mercato il compito di eliminare le aziende meno efficienti o si può provare a mantenere in vita tutti, adottando soluzioni di "sistema". La seconda soluzione è più gentile della prima, ma non è gratis: crescita economica e efficienza del sistema bancario sono collegate.
Banche scarsamente produttive non hanno una redditività sufficiente per remunerare il capitale necessario a erogare il credito di cui il Paese avrebbe bisogno. Fino alla vicenda delle quattro banche, scoppiata lo scorso novembre, la strategia sembrava orientata a favorire logiche evolutive di mercato. La riforma delle banche popolari, con la trasformazione in società per azioni degli istituti con attivi superiori a 8 miliardi di euro, rende più semplice contenderne la proprietà ed eliminare gli intermediari inefficienti attraverso processi di fusione e acquisizione. Anche se con qualche difficoltà e ritardo, il processo si è finalmente avviato: il Banco Popolare e la Banca Popolare di Milano stanno convolando a nozze per creare una delle realtà più interessanti a livello nazionale ed europeo.
La famigerata regola dei bail-in, entrata in vigore ad inizio anno, sembra però aver scompaginato tutto. Dalle logiche di mercato si è passati a quelle di sistema. Dagli interventi strutturali a quelli estemporanei. Trasformando poi l'estemporaneità in regola. Il fondo Atlante nasce per evitare la risoluzione della Banca Popolare di Vicenza. Successivamente, è stato utilizzato anche per l'aumento di capitale di Veneto Banca. Vista la situazione di emergenza in cui sono maturate le due operazioni, il fondo Atlante ha rappresentato in quel momento un punto di forza del "sistema" bancario italiano. Un punto di forza che può però rapidamente trasformarsi in un punto di vulnerabilità se si tenta di replicare lo schema per attaccare problemi strutturali o di un ordine di grandezza superiore, come il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena o la rivalutazione dello stock di crediti in sofferenza nei bilanci delle banche italiane. In parte perché le probabilità di fallimento sono molto elevate se la potenza di fuoco non è più che adeguata alle dimensioni del problema. In parte perché il rischio è quello di indebolire tutti, anche coloro che avrebbero le carte in regola per superare questo momento difficile.
Si pensi ad Unicredit che, da un lato, finanzia Atlante 1 e 2 per investire nelle due banche venete ed alleggerire il bilancio del Monte Paschi di 27 miliardi di non-performing loan italiani e, dall'altro, vende i gioielli di famiglia per alleggerire il previsto aumento di capitale. Scorrendo la rassegna stampa di queste settimane, si legge di trattative per la cessione di Bank Pekao (la seconda banca di un paese, la Polonia, che conta quasi 40 milioni di abitanti e che è cresciuto mediamente del 3,1 per cento nel 2009-14 mentre l'Italia registrava un -0,5 per cento), di Pioneer Investments (il più internazionale tra i gestori italiani di patrimoni) e della quota residua in Fineco (la banca online per antonomasia, oltre che un leader nel wealth management e nella consulenza finanziaria). Così facendo forse non si chiederanno troppi soldi agli azionisti. Ma, tagliando le fonti di reddito e di crescita, come si remunera lo sviluppo?
Nel 2009 Rahm Emanuel, uno dei più stretti collaboratori del presidente Obama, disse che una crisi seria, come quella che aveva portato al crack di Lehman, non poteva andare sprecata. Saranno gli storici a dire se l'amministrazione americana è riuscita a cogliere appieno l'occasione. Sta di fatto che tra fallimenti e fusioni il sistema finanziario statunitense è stato sottoposto nei primi anni della Presidenza Obama ad una ristrutturazione, forse brutale per gli standard europei, i cui risultati si possono apprezzare anche nell'impietoso confronto con la situazione delle banche europee. In fin dei conti, questa è la forza e la natura del capitalismo. Quando Joseph Schumpeter parlava di distruzione creatrice, si riferiva proprio alla capacità di rigenerarsi attraverso le crisi. Le fasi recessive, secondo il grande economista austriaco scomparso nel 1950, sono essenziali nel processo evolutivo di un sistema economico per ripulire il mercato dalle imprese inefficienti, rompere gli equilibri tra settori produttivi e consentire alle nuove idee di emergere. La politica economica può porsi come obiettivo quello di attenuare l'impatto sui lavoratori e sui territori coinvolti, ma non dovrebbe interferire con il ciclo di naturale rigenerazione del tessuto economico. Bloccare il ricambio e salvare le aziende inefficienti si ritorcerebbe contro, abbassando la produttività generale e il potenziale di crescita dell'economia.
È vero che le banche svolgono funzioni che potremmo definire di "servizio pubblico", ad esempio la fornitura di "liquidità" al sistema economico, ma non per questo devono essere escluse dal processo evolutivo. Anche perché, indipendentemente dal problema dei non-performing loan o dei tassi a zero che abbattono la redditività delle banche, il progresso tecnologico sta gradualmente ma inesorabilmente restringendo il campo di azione degli intermediari tradizionali. Grazie a Internet, una fetta crescente della popolazione da anni non si reca più in filiale. E, se parlate con un qualsiasi manager bancario, vi elencherà una serie di innovazioni potenzialmente "disruptive" per la sopravvivenza stessa del modello attuale di banca. In vista di sfide tecnologiche ancora più pericolose di quella attuale dei non-performing loan, indebolire tutti per non far fallire nessuno non sembra la scelta più saggia per la sostenibilità di un settore chiave per lo sviluppo economico generale. A meno di non immaginare che una struttura pesante, come quella costituita da una rete di migliaia di sportelli bancari, possa remunerare il capitale investito vendendo frigoriferi o facendo competizione agli agenti immobiliari.

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