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Banche, da Antonveneta a Etruria: una valanga costata 130 miliardi
di Marco Panara
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 12 dicembre 2016

Se ne usciremo senza traumi soverchi sarà un miracolo. Non solo per le dimensioni, ma per la catena impressionante di errori commessi da banchieri e bancari, vigilanti e regolatori, governanti e legislatori, e perché in Italia le banche sono al centro di tutto. Dei sistemi di potere e della vita economica del paese. Le dimensioni della crisi bancaria italiana sono importanti e si possono calcolare in tanti modi: i buchi lasciati nelle tasche degli azionisti da Veneto Banca e Popolare di Vicenza, Carige e Mps, Popolare Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara, più il costo sostenuto dal sistema bancario italiano per finanziare il Fondo Atlante e salvare le prime due, e quello impiegato per evitare il fallimento delle ultime quattro. A larghe spanne, includendo i passati aumenti di capitale del Monte Paschi siamo intorno a 30 miliardi di euro.
Poi ci sono gli accantonamenti a fronte delle sofferenze che le banche hanno in portafoglio che negli ultimi anni sono stati assai rilevanti, e che possiamo approssimativamente valutare in 80 miliardi. Poco più di un centinaio di miliardi in tutto quindi, ai quali dovremo aggiungere gli aumenti di capitale prossimi di Mps, delle banche medie su elencate, di quelle piccole del credito cooperativo e del colosso Unicredit, probabilmente ancora 20-25 miliardi. Dopodiché, forse, potremmo considerare risanato il sistema bancario italiano e la crisi alle spalle.
I conti degli altri. Questi malcontati 130 miliardi sono tanti, ma non tantissimi se confrontati non agli oltre 3 mila miliardi di dollari di sostegni pubblici che sono stati necessari per tenere in piedi tra il 2007 e il 2013 gli istituti finanziari americani, ma ai più vicini 242 miliardi del Belgio, 170 della Francia, 445 della Germania, oltre mille e duecento del Regno Unito, 260 dell'Irlanda, 168 dell'Olanda e 267 della Spagna (con in giro per l'Europa un bel corredo di sei banche nazionalizzate, quattro in amministrazione controllata, due in liquidazione e due in bancarotta). Anche perché, come è stato più volte spiegato, al contrario di quasi tutti gli altri paesi, i nostri buchi non sono tanto da cattiva finanza quanto da cattiva economia e da cattiva banca. La Banca d'Italia ha calcolato in un suo interessante studio che senza le due recessioni alla fine del 2015 le sofferenze bancarie italiane sui prestiti alle imprese non finanziarie sarebbero ammontate a 52 miliardi invece che a 143. La recessione quindi ha il peso maggiore. La cattiva banca però ci ha messo del suo. E non solo nel non aver esercitato la necessaria prudenza nell'erogazione del credito. Tanto vero che la magistratura si sta occupando dei vertici di praticamente tutte le banche nelle quali la crisi è stata più acuta.
L'inizio della valanga. Gli errori di molti banchieri sono stati gestionali in tanti casi e strategici in altri. Se volessimo trovare un punto al quale appendere il quadro dell'intera vicenda, il padre di tutti gli errori, quello che indebolendo drammaticamente la terza banca del paese ha dato alla crisi un rilievo sistemico, ebbene quel chiodo è stato l'acquisto di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi. Un acquisto superpagato, strategicamente poco giustificato, incauto e intempestivo, essendo stato concluso a fine marzo del 2008 quando la crisi che sarebbe esplosa con il crack della Lehman Brothers aveva già dato ampi segnali. Il rapporto tra il potente Santander venditore e il provinciale Montepaschi compratore si è concretizzato nell'affare del secolo per il gruppo spagnolo, che si liberò a un prezzo da sogno di una banca periferica e fragilissima, e in un baratro senza fine per il Monte e per i suoi azionisti, che si indebitarono non solo per pagare l'assurdo prezzo (9 miliardi, accettato senza neanche una due diligence sui conti di Antonveneta) ma anche per rifornire di liquidità la banca appena acquistata, che campava su quella che le fornivano le tasche profonde del Santander. Se quell'acquisto non ci fosse stato la doppia recessione avrebbe comunque avuto i suoi effetti e la malagestione avrebbe comunque piegato Carige, Etruria & c e le due venete, ma non ci sarebbe stato il rischio sistemico che la dimensione del Monte comporta. È assai caro il prezzo che paghiamo all'ambizione di Mussari, che guidava Mps all'epoca, la cecità dei consiglieri di amministrazione, la miopia della Fondazione Mps che si fece sedurre dai sogni di grandezza (sedotta e abbandonata in miseria, come spesso accade). E anche la scarsa incisività della vigilanza, che forse non aveva poteri e strumenti, ma che quel baratro non vide e non riuscì a impedire.
La geografia. Se poi dopo il chiodo vogliamo cercare un luogo, un territorio dove questa crisi bancaria ha dato il meglio di sé, il Veneto sembra non avere concorrenti. Se si guardano le tante vicende con un'ottica geografica si scopre che le tappe, da quelle parti, sono davvero numerose. La prima è proprio l'Antonveneta di cui sopra, magica creazione di Silvano Pontello, banchiere di un'altra epoca ma di modernissima spregiudicatezza, oggetto di quel tentativo di scalata targato Fiorani (Popolare di Lodi) e Consorte (Unipol) poi sfociato in Bancopoli; acquistata da ABN Amro e poi dopo il quasi fallimento di quest'ultima transitata dal Santander e infine diventata il pozzo senza fondo di Mps. La seconda tappa è il calvario della Popolare di Verona, piegata dalla sua distrazione sugli affari di Faenza nella controllata Italease, e che solo dopo la cura ostinata di Pier Francesco Saviotti sembrerebbe aver infine ritrovato una qualche serenità tra le braccia della Popolare di Milano. Il risanamento di Verona non fa in tempo a partire che scoppiano i bubboni della Popolare di Vicenza di Zonin e Sorato e della Veneto Banca guidata a Montebelluna dal molto dinamico Consoli. Quattro banche, le più importanti di una delle regioni più ricche d'Italia. È difficile trovare il filo che le accomuna se non quella miscela di localismo e ambizione, che quando si superano certe dimensioni dimostra tutti i suoi limiti di visione e di esecuzione, di professionalità e di valori, che l'intreccio di poteri e interessi rende angusti e spesso tremendamente opachi. Forse a un certo punto, circondati da ricchi industriali omaggianti, ci si sente di poter fare qualsiasi cosa. Oppure all'ombra del campanile non ci si rende conto che il mondo cambia e che cose che forse in qualche misura si sono sempre fatte, non si possono fare più. In Veneto i limiti di quel modo di essere classe dirigente si sono visti molto, e i veneti lo hanno pagato a prezzo carissimo. Anche lì però, forse non avevano i poteri né gli strumenti, ma le autorità di vigilanza non hanno visto nè previsto, e forse un errore, di norme o di applicazione delle norme, di gestione o di visione ci deve essere stato.
Il governo e il bail in. Se dopo il chiodo e il territorio vogliamo cercare il meccanismo, il marchingegno fatale, allora dobbiamo fare un viaggio in tre tappe, tra Roma, Bruxelles e Francoforte per capire cosa c'era prima e cosa c'è dopo il bail in e come è stato possibile cadere senza difese in un trappola davanti alla quale c'era scritto: attenzione, trappola. Dovunque le banche raramente falliscono, in Italia non falliscono mai. I soldi messi in banca, depositi o obbligazioni che siano sono messi in banca, zero rischi. Con questa idea in testa le banche hanno venduto e i risparmiatori comprato obbligazioni che hanno una quota maggiore di rischio, peraltro ben evidenziato dal generoso rendimento. Un rischio teorico però al momento in cui quei titoli sono stati venduti, perché in Italia le banche non falliscono e ancora non c'era la normativa europea sul bail in. Senonché quella normativa a un certo punto arriva, l'Italia l'accetta e la approva. Timidamente sostiene che la nuova normativa, che in caso di dissesto bancario chiama in causa anche le obbligazioni subordinate e i depositi per la quota eccedente 100 mila euro, non dovrebbe essere applicata alle obbligazioni subordinate collocate prima della sua emanazione. Le rispondono che qualcuno la responsabilità per quelle subordinate se le deve prendere, se non saranno gli obbligazionisti allora deve essere il Tesoro. Erano i tempi del governo Monti e il Tesoro preoccupandosi del difficile presente non pensò al futuro e rispose picche. La normativa ha effetto retroattivo e il governo italiano si è legato le mani. Per intervenire sui quei titoli, come si appresta a fare, deve chiedere il permesso e accettare condizioni, il che rende ancora più difficile mettere rapidamente la parola fine a questa crisi bancaria e alla catena degli errori che l'hanno resa così lunga e costosa. Abbiamo fatto con le banche italiane quello che l'Europa ha fatto con la Grecia: allungato i tempi, aumentato i problemi (di quanto sarebbe cresciuto il pil se avessimo affrontato la questione nel 2013?) e aumentato anche i costi. Complimenti.

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