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Banche a caccia di alternative
di Maximilian Cellino
Il Sole 24 Ore
Sabato 29 ottobre 2011

«Evitare il mercato» è di questi tempi la parola d'ordine per le banche italiane costrette dall'European Banking Authority (Eba) a rafforzare i requisiti di patrimonio. Fare a meno nuove operazioni di aumento di capitale non sarà certo semplice, e nel caso di UniCredit sarà probabilmente impossibile. Ma almeno nelle intenzioni Mps, Ubi e Banco Popolare proveranno a rispondere alle richieste senza passare attraverso quelle "forche caudine" che hanno già attraversato nel 2011.
Per capire come sia possibile aggirare l'ostacolo anziché saltarlo di netto è forse utile ricordare come quell'asticella fissata al 9% dall'authority europea non sia niente altro che un rapporto fra il «Core Tier 1», cioè il patrimonio della banca al netto degli strumenti ibridi, e le attività dello stesso istituto di credito, essenzialmente gli impieghi verso la clientela, ponderate in base al rischio (risk weighted asset, Rwa). Se la si vuole raggiungere e superare si può aumentare il numeratore di questo rapporto (il patrimonio), oppure ridurre il denominatore (il valore delle attività). Il ricorso al mercato è il modo più diretto e conosciuto per accrescere il patrimonio, ma non l'unico come si è visto dai comunicati delle banche italiane: UniCredit, Mps, Ubi e Banco Popolare hanno tutte una riserva da utilizzare nei momenti di bisogno che si chiama bond convertibile. I nomi degli strumenti sono per la verità i più disparati ed esotici (Fresh, soft mandatory), ma non devono impaurire perché la sostanza è la stessa: procedendo alla conversione in azioni di queste obbligazioni si aumenta la dotazione di capitale.
Il problema è che la conversione dei bond, per quanto sembri ormai un passaggio obbligato per le banche raggiunte dal diktat dell'Eba, non sarà sufficiente e i soldi andranno trovati altrove. «Credo che gli istituti decideranno di non distribuire, in parte o del tutto, i dividendi e che proveranno a realizzare plusvalenze dalla cessione di asset non strategici», osserva Gabriele Benedetto, senior manager di Value Partners. Entrambe le vie sono percorribili per aumentare il «Core Tier 1», ma hanno pure le loro controindicazioni. La destinazione degli utili a riserva di capitale si ripercuoterà infatti inevitabilmente sugli azionisti privati e su quelli istituzionali, come le Fondazioni, mentre per la vendita delle attività non «core» i tempi sono piuttosto ristretti, visto che l'obiettivo va raggiunto entro il giugno 2012.
La riduzione delle attività che stanno al denominatore del rapporto incriminato non sarà operazione altrettanto semplice. L'apporto più determinante arriverà, come precisato da Ubi e Banco Popolare, da un cambiamento delle metodologie contabili utilizzate per ponderare i rischi dell'attivo e qui la faccenda necessità di una spiegazione. Finora le due banche utilizzavano l'approccio «standard» dettato da Basilea 2, che assegna una percentuale fissa in base al rating di un'azienda a cui si presta denaro (ad esempio il 20% per le triple e doppie A, il 50% per la A singola). UniCredit e Intesa Sanpaolo si basano invece sulla metodologia «advanced» che permette di valutare il coefficiente di assorbimento del capitale attraverso un modello statistico interno.
Il passaggio, per Ubi e Banco Popolare, è piuttosto complesso perché necessita prima lo sviluppo dei modelli, poi il controllo e l'autorizzazione della Banca d'Italia, ma i due istituti pensano di essere a buon punto in questo iter. A prima vista, il cambiamento di metodologia sembrerebbe una sorta di artificio contabile, ma non è così. «Attraverso il modello advanced - spiega Benedetto - le banche possono valutare in modo più accurato il cliente, la sua probabilità di default, le perdite che possono derivare da un evento simile e l'esposizione complessiva: i benefici sono reali».
Alle banche che non riusciranno a raggiungere gli obiettivi in altro modo non resterà altra via che ridurre le attività o la loro rischiosità, il cosiddetto «deleveraging». In altre parole l'intervento dell'Eba, nato con le migliori finalità, potrebbe comportare una pericolosa riduzione del credito erogato, o quantomeno un rimodellamento della struttura degli asset verso impieghi meno rischiosi. E pensare che l'obiettivo dell'intervento dell'authority è proprio «aiutare le banche a continuare le proprie attività di concessione del credito nel 2012 ed evitare una spirale forzata di riduzione della leva e il conseguente credit crunch».

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