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Bad bank, via Nazionale apre ma il nodo è il ruolo dello Stato
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 3 marzo 2014

Qualcosa è cambiato sulla bad bank. Fino a pochi mesi fa il Governatore Ignazio Visco, semplicemente, la riteneva improponibile. Nonostante l'avessero sperimentata in molti, dalla Spagna all'Irlanda, dalla Gran Bretagna al Giappone, il Governatore non ne voleva proprio sapere di creare una struttura dove finissero i crediti deteriorati delle banche. Poi il sentiment è cambiato, e Visco ha dato dei vaghi segnali di disponibilità già all'Assiom-Forex del 7 febbraio scorso, quando disse: «Vanno nella giusta direzione interventi quali quelli in corso presso alcune banche, volti a razionalizzare la gestione dei crediti deteriorati con la creazione di strutture dedicate in grado di aumentare l'efficienza delle procedure e la trasparenza di questi attivi». Il riferimento (non esplicito) era a Intesa e Unicredit, impegnate nella creazione di bad bank d'istituto. Lo stesso Visco è poi tornato sull'argomento la settimana scorsa a Sydney auspicando che le banche riescano a separare i crediti deteriorati dal resto dei crediti. Il Governatore ha affermato che allo scopo basterebbe anche «una divisione interna», senza necessariamente arrivare alla costituzione di una bad bank di sistema. Ha quindi accennato a progetti per «gruppi di banche», accompagnate da «un'eventuale assistenza pubblica sotto forma per esempio di garanzia». Insomma, per quel che è dato di capire, le grandi banche avrebbero secondo Visco la forza di fare da sole, separando il grano dal loglio. Un eventuale intervento pubblico verrebbe quindi limitato a gruppi di istituti evidentemente con grosse difficoltà sul fronte dei crediti deteriorati, difficoltà tali da limitare permanentemente la capacità di abbeverare l'economia. In questo solo caso sarebbe anche possibile un intervento dello Stato. In particolare, secondo uno studio del Boston Consulting Group ("Behind the bad bank") della scorsa settimana (25 febbraio), emerge il fatto che i primi due istituti creditizi con le maggiori difficoltà sarebbero Mps con il 19,2 per cento di crediti deteriorati sul totale e il Banco Popolare con il 17. Distanziate le banche di sistema: Unicredit al 14,2 e Intesa con il 12,4. Ancora meglio, in base a questo parametro, Ubi Banca, con l'11,7. «È chiaro - dice l'analista di una banca d'investimento internazionale - che la spinta verso una bad bank viene in realtà dagli istituti con maggiori difficoltà, che hanno svalutato poco i crediti dubbi. Quelli che invece hanno già proceduto a una corretta svalutazione possono anche vendere da soli i propri crediti deteriorati, come del resto ha fatto Unicredit per una quota di 2 miliardi». Intesa, comunque, ha già escluso di essere interessata a una bad bank di sistema. Gira e rigira il tema è sempre lo stesso: chiedere l'intervento dello Stato per alleggerire le banche meno virtuose, o comunque le più colpite dalla crisi finanziaria, dal peso dei crediti dubbi, e consentire loro di prestare di nuovo denaro. A conforto della creazione di una bad bank "di sistema" sono intervenuti a più riprese banche d'affari e consulenti. Ha cominciato Mediobanca, poi è arrivata Kpmg e infine il Boston Consulting Group. «Tuttavia commenta lo stesso analista questi studi sono viziati da un intrinseco conflitto d'interesse perché dalla creazione di una o più bad bank arrivano sempre un sacco di commissioni». Qualcuno ha ricordato che lo Stato ha già approvato una legge - la 190 del 4 dicembre 2008, in piena crisi Lehman - per offrire una garanzia pubblica sulle obbligazioni delle banche italiane. Una nuova legge di questo tipo, secondo alcuni, potrebbe essere invocata oggi per la bad bank e i bond correlati eventualmente emessi dagli istituti. Ma il problema non sono le technicalities: il problema è che, ammontando le sofferenze del sistema a circa 60 miliardi, una buona parte di questi (c'è chi dice 20 o 30 miliardi) dovrebbero alla fine cadere sulle spalle dello Stato. Con un ulteriore aumento del debito pubblico.

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