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  :: Rassegna stampa - Documento

«Azioni, Bot e fondi. Serve una patente per i risparmiatori»
di Fabio Savelli
Corriere della Sera
Venerdì 8 settembre 2017

«Pensi alla regolazione del traffico così complicata da gestire. Abbiamo messo i limiti di velocità, i segnali stradali, abbiamo fissato delle sanzioni, abbiamo ampliato le strade, abbiamo soprattutto obbligato le persone a prendere la patente di guida. Devono studiare, sostenere un esame. Teorico e pratico. Poi possono guidare. E nonostante questo capitano anche gli incidenti. Ecco, con la finanza è lo stesso».
Annamaria Lusardi è un'economista molto apprezzata anche all'estero. Insegna finanza personale negli Stati Uniti alla George Washington University. Per volere del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan è stata appena messa alla guida del comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria. Un organismo, nato ai primi di agosto e con una piccola dotazione di capitale, che vuole accentrare e mettere a fattor comune tutte le iniziative (pedagogiche) di educazione finanziaria. Da buona accademica Lusardi ama le metafore. Perché conservano un forte potere didascalico.
Perché la necessità di questo Comitato?
«Siamo davvero gli ultimi. In quasi tutte le classifiche internazionali. Gli italiani ignorano in gran parte i rudimenti minimi di finanza. Non comprendono spesso la dinamica tra rischio e rendimento. La finanza non viene insegnata nelle scuole e quando bisogna farci i conti perché si ha da parte qualche forma di risparmio ci si trova come in autostrada al volante di un'automobile e senza patente. Invece servirebbe».
Chi la supporta in questo Comitato? Chi sono gli altri componenti?
«Siamo appena partiti. Due giorni fa c'è stata la prima riunione tecnica al Mef. Con me ci sono professionisti di altri tre ministeri, come il Lavoro, l'Istruzione e lo Sviluppo. C'è un membro della Banca d'Italia, della Consob, dell'Ivass, della Covip per la vigilanza sui fondi pensione. C'è un rappresentante dei consulenti finanziari e di un'associazione dei consumatori come Adusbef».
Quali saranno le prime iniziative? Non ha la sensazione che l'educazione finanziaria vada insegnata nelle scuole?
«Ne sono cosciente. Vorrei che si cominciasse nelle scuole d'infanzia. Già in tenera età i bimbi possono avvicinarsi alla materia con tutte le accortezze del caso. Ma al momento siamo ancora in una fase sperimentale. Cominceremo nei licei. Quelli ad indirizzo economico. Con alcune scuole-pilota. Non è facile modificare i programmi in corso, ma la sensibilità istituzionale c'è tutta. E ai massimi livelli».
La fiducia dei risparmiatori è ai minimi termini. Non hanno giovato i casi Mps, Veneto Banca e Popolare di Vicenza e la vendita alla clientela dei bond subordinati.
«Sì c'è il carattere dell'urgenza. Vede, si trattava di prodotti obbligazionari strutturati ad alto rischio. D'altronde nell'epoca dei tassi zero molti gestori hanno piazzato alla clientela retail ciò che poteva garantire rendimenti più alti. Ma il rischio c'era e bisognava avere una competenza maggiore».
Non tutti i prospetti informativi erano chiari. E poi le condizioni-capestro sono ovunque, anche nei contratti per l'apertura di un banale conto corrente. Non è mancato qualcosa in termini di Vigilanza?
«Non lo escludo, ma vede dobbiamo rovesciare la prospettiva. Dobbiamo equipaggiare tutti di solidi rudimenti di finanza. Non stiamo parlando di una conoscenza sofisticata. Ma almeno la capacità di scegliere qual è la forma di risparmio migliore per il proprio profilo di rischio senza farsi ingolosire troppo dai rendimenti».
Chi sono i più a rischio? Ci sono categorie sociali più esposte alla diseducazione finanziaria?
«Soprattutto le donne e gli anziani. Chi ha una bassa scolarità e un basso reddito. Ma i timori maggiori sono rivolti agli over 65. In pochi hanno cognizione di come investire i risparmi di una vita. E non è un caso che i più penalizzati siano loro. L'Italia è un Paese-formica, con una straordinaria capacità di accumulo e di risparmio per la gran parte detenuto dagli over 65. I giovani sembrano più informati, ma hanno accantonato poco».
Non crede che siamo in ritardo anche sulla previdenza complementare nonostante gli incentivi e le esortazioni pubbliche a investire nei fondi pensioni per le difficoltà del primo pilastro?
«Il comitato, non a caso, si occupa anche dell'educazione finanziaria assicurativa e previdenziale. Di come sta cambiando la società da un punto di vista strettamente demografico. La popolazione sta invecchiando, viviamo sempre più a lungo. Dobbiamo preparare i giovani a questo futuro. Tutti noi faremo molti più lavori rispetto al passato. La pensione va ripensata con lavoretti part time, se necessario, nell'età della quiescenza. Non siamo ancora pronti».

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